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VIOLENZA DI PIAZZA

Francia a ferro e fuoco. Prove generali per la sinistra di Mélenchon

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Rivolte in tutte le città in Francia, oltre mille licei occupati, incendi, feriti a centinaia, arrestati a migliaia. Nulla di tutto questo è spontaneo. La France Insoumise, il partito di estrema sinistra di Mélenchon, ha cavalcato una protesta studentesca per trasformarla in un conflitto. 

Esteri 03_10_2026
La guerriglia a Lille, Francia (La Presse)

Oltre mille licei in rivolta, duemila i ragazzi arrestati, più di trecento tra poliziotti e vigili del fuoco feriti gravemente. È il bilancio, temporaneo, di venerdì 2 ottobre di una Francia collassata su se stessa. Mentre le rivolte studentesche sono in corso, i danni ammontano  già a circa 10 milioni di euro. 

Tutto è cominciato il 21 settembre nelle periferie di Parigi, con una protesta che sembrava di quelle di routine: mancano gli insegnanti, mancano i mezzi, la scuola pubblica si sgretola. Oggi quella protesta è un’emergenza nazionale fatta di scontri, incendi, devastazioni, aggressioni. Giovedì, secondo fonti governative, «900 scuole sono state interessate da disordini» e tra gli arrestati il 90% sono minorenni. L’Igpn (Inspection générale de la Police nationale), la «polizia delle polizie», ha aperto tre inchieste su agenti accusati di mano pesante contro ragazzi in piazza. Venerdì, intanto, 564 esercizi commerciali hanno dovuto interrompere il servizio perché presi d’assalto da quegli stessi ragazzini.

I giovanissimi che sono scesi in piazza in queste settimane, sfilano a volto coperto e come mantelli usano le bandiere della Palestina o le kefiah, esibiscono cartelli e gridano slogan che suonano: «Siamo stufi di Parcoursup — il portale che gestisce l’orientamento e le iscrizioni al primo anno di università —» e «del Rassemblement National»; «meno repressione, più risorse per l’istruzione»; «vogliamo il Bac, non la BAC» (la maturità, non la Brigata anti-criminale), «lo Stato ci ignora, la pressione ci divora». E poi: «Palestina libera», «dalle 8 alle 18 non si può».

Dire «pentola a pressione» è poco. Al liceo Victor-Hugo, a Marsiglia, durante un tentativo di incendio dell’istituto, il preside e diversi membri del direttivo della scuola, sono stati cosparsi di benzina. In città è stato dato completamente alle fiamme un mezzo dei pompieri. Nantes, Tolosa, Pantin, Parigi hanno visto i licei bruciare. Ma roghi ci sono stati anche a Nizza, Strasburgo, Digione, Bordeaux. Mezzi pubblici dati alle fiamme, negozi saccheggiati, autobus, tram e metropolitane fermi in mezza Francia dopo le aggressioni agli autisti e i mezzi dati in fiamme in corsa.

Il prefetto di polizia di Parigi, Patrice Faure, ha segnalato alla Procura di Bobigny il sindaco di Saint-Denis, Bally Bagayoko, esponente di La France insoumise, per «istigazione a delinquere» in relazione alle proteste. A far discutere sono i video che lo ritraggono accanto a un cassonetto in fiamme, sorridente, mentre viene raggiunto dagli studenti che scandiscono il suo nome. Nella stessa Saint-Denis, dove i francesi sono minoranza, i ragazzi artefici delle devastazioni vanno in giro con la bandiera della Tunisia come bandana. 

Stanno facendo il giro del mondo le immagini di una poliziotta che scappa da un gruppo di ragazzini, che la braccano e la prendono a calci gridando, «Uccidetela!», «Nel nome di Allah». Insieme alla fotografia di un pompiere avvolto dalle fiamme mentre è circondato da decine di studenti che ridono e lo filmano. Le fotografie di quel che è stato sequestrato solo nella giornata di venerdì fanno paura. Un quindicenne è stato arrestato, ancora ieri, mentre ha provato ad uccidere il suo professore di spagnolo. Il ministro dell’Istruzione, disperato, ha chiesto aiuto ai genitori.

Tra gli arrestati in queste ore c’è Ritchy Thibault, l’anarchico di 23 anni ed ex assistente parlamentare di Ersilia Soudais, parlamentare di Mélenchon. In un video lo si vede incalzare una folla di liceali: «Attaccheremo ogni stazione di polizia. Domani daremo fuoco all’Eliseo. Il 17 ottobre sarà mille volte peggio dei Gilet gialli. Siete pronti? Costruiremo barricate. Inizieremo una rivoluzione». È lo stesso soggetto che dal 2023 è nella «lista S», quella dei sorvegliati dai servizi di sicurezza perché tra i promotori di decine di piazze ProPal e per aver coniato lo slogan, «l’unica strada percorribile nelle vie di Parigi è l’intifada». L’anno dopo, a una manifestazione contro l’islamofobia, invocò «brigate popolari di autodifesa».

Quello che sta andando in scena in Francia non è un secondo movimento dei Gilet gialli. Ridurlo all’elenco dei mali del Paese sarebbe fin troppo facile. I giovanissimi protestano contro un tutto generico. È in questo vuoto che si inserisce Mélenchon. Fin dal primo giorno i deputati di Lfi hanno partecipato alle occupazioni: discorsi, canti, balli con gli studenti a Lilla, Rennes, Tolosa, Albi, Rouen, Clermont-Ferrand, Bègles e Avignone. Bisogna ricordare che il deputato Louis Boyard ha presieduto l’Union syndicale lycéenne, sigla liceale in prima linea nelle proteste, oggi guidata da Riyad Rani, già candidato in una lista della France Insoumise alle ultime municipali.

Sui social diversi eletti hanno rilanciato lo slogan «Gloire aux lycéens», e Mélenchon ha invitato «genitori e militanti insoumis» a «opporsi alla barbarie della polizia». Per il primo ministro Sébastien Lecornu, Lfi sarebbe «all’origine del movimento» degenerato in «violenza urbana». Una lettura analoga arriva dai servizi di intelligence. Per loro le origini del movimento risiedono «chiaramente nella manipolazione delle strutture sindacali studentesche e dei movimenti vicini all’estrema sinistra». I servizi hanno recuperato i video rilanciati su TikTok per chiamare alla mobilitazione: «Tirate fuori i mortai», «Venite in tanti, portate mortai, estintori, bombe, molotov». Ma anche i volantini della Gioventù comunista ai margini delle proteste. Individuando come gli appelli sui social replicano le medesime formule lanciate nel marzo 2023 da Louis Boyard, deputato di Lfi, durante lo scontro sulla riforma delle pensioni. 

La Francia ci ha fatto il callo, dice qualcuno. Ha già visto i Gilet gialli, le rivolte degli immigrati durante il lockdown, le notti di devastazioni dopo i trionfi del Paris Saint-Germain. Ma è proprio per questo che la partita si fa politicamente interessante. Mélenchon la riassume da anni in due parole: «conflittualizzare tutto». Ogni manifestazione, per lui, è un mattone da aggiungere a un muro più grande, e quello dei licei arriva al momento giusto. La sinistra estrema lo usa per provare la «convergenza delle lotte»: funzionari, studenti e lavoratori tutti, ciascuno con la sua rabbia, spinti dentro un’unica contestazione dell’ordine esistente. Anche perché c’è una domanda che insiste sulle devastazioni da guerra civile e senza precedenti: perché scendere in piazza contro un Governo che tra pochi mesi non ci sarà più e ad oggi non dispone di risorse in grado di accontentare nessuno?

I futurologi avevano messo in conto le rivolte in caso di ballottaggio contro Marine Le Pen. Ma il presente racconta degli insoumis che difendono i ragazzi e gridano al razzismo quando la polizia alza la voce, soprattutto nelle banlieue abitate da quelli che Mélenchon chiama «racisés», le minoranze visibili di origine araba o africana. Il caos si diffonde così sotto la bandiera dell’antirazzismo: «il comunismo del XXI secolo», come lo aveva definito il filosofo Finkielkraut, avvertendoci del pericolo.

Mélenchon sa tutto. E sopratutto che i giovani sono già con lui. Secondo un sondaggio Ipsos per Le Monde, il 40% dei 18-24enni voterà Mélenchon alle presidenziali, contro il 20% per Marine Le Pen e appena il 5% per Raphaël Glucksmann. È con loro, i giovanissimi che si sta crescendo, che il leader dell’estrema sinistra spera di arrivare al ballottaggio. E chissà, magari vincerlo. E, allora, se i licei in fiamme fossero soltanto un atto di una campagna elettorale già cominciata da un pezzo? Da una parte Le Pen, voce della Francia di provincia; dall’altra Mélenchon, campione delle banlieue. In mezzo, la rivolta dei licei che potrebbero rispondere a una strategia precisa: far fermentare il disordine per arrivare alle elezioni nazionali con le proprie idee già piantate nelle strade. Ma anche una buona porzione di antipasto di quello che succederà se dovesse vincere Le Pen.