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Nazionale, la vittoria dell'usato sicuro e del doppiopesismo

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Archiviato Andrea Pirlo per ragioni che nulla c'entrano col campo da gioco, la FIGC richiama Roberto Mancini sulla panchina azzurra che tre anni fa l'aveva lasciata preferendo la ricchissima proposta dell'Arabia Saudita. Nessuna questione morale o di coerenza per l'ex ct, lasciando l'impressione di un sistema autoreferenziale che si nutre degli stessi meccanismi e delle stesse logiche, a partire dalla distinzione tra figli e figliastri. 

Sport 30_07_2026
Foto Alessandro Garofalo/LaPresse

La vicenda della panchina della Nazionale italiana sembra raccontare molto più dello stato del nostro calcio che non delle qualità dei singoli allenatori. È il trionfo dell'improvvisazione, delle relazioni personali e di una governance che appare incapace di costruire un progetto credibile, preferendo affidarsi ancora una volta all'usato sicuro. Dopo aver inseguito i grandi nomi, da Carlo Ancelotti a Pep Guardiola, ricevendo porte chiuse che hanno certificato quanto oggi la panchina azzurra non eserciti più il fascino di un tempo, la FIGC (Federazione italiana gioco calcio) ha consumato un'altra figuraccia con Andrea Pirlo, prima accostato con insistenza alla Nazionale, poi rapidamente archiviato come candidatura improponibile per ragioni che nulla hanno a che vedere con il campo.

Alla fine la soluzione diventa quella della restaurazione: Roberto Mancini e Claudio Ranieri, il ritorno di volti conosciuti, di figure rassicuranti, dell'usato sicuro. Più che una scelta di prospettiva, una scelta di sistema. E viene inevitabile pensare che, ancora una volta, prevalga la logica delle appartenenze, delle frequentazioni, degli equilibri consolidati. È la sensazione di un calcio che continua a girare sempre intorno agli stessi nomi, agli stessi ambienti, agli stessi rapporti personali. C'è chi parla degli amici del circolo Aniene, delle relazioni storiche che fanno capo a Giovanni Malagò e a un establishment sportivo romano che, indipendentemente dai risultati, continua a esercitare una forte influenza. Anche se questa lettura resta una valutazione politica e non un fatto dimostrabile, è difficile ignorare come le soluzioni finali sembrino spesso ricadere all'interno dello stesso ristretto perimetro.

Ma il punto che colpisce maggiormente è un altro: il clamoroso doppiopesismo morale applicato a Pirlo e Mancini. Ad Andrea Pirlo è stata sostanzialmente imputata una sorta di inopportunità etica per aver firmato un contratto di collaborazione professionale con una società russa, nonostante quell'accordo non risultasse in violazione delle norme internazionali. Si è costruita una narrazione nella quale quella scelta professionale diventava quasi incompatibile con la rappresentanza della Nazionale italiana, come se esistesse una patente morale da esibire prima ancora del curriculum tecnico. Eppure, quando si guarda a Roberto Mancini, il metro di giudizio cambia completamente. L'ex commissario tecnico aveva lasciato la Nazionale nell'estate del 2023 con modalità che suscitarono enormi polemiche, dimettendosi improvvisamente per accettare pochi giorni dopo la ricchissima proposta dell'Arabia Saudita. Una decisione che molti lessero come una fuga dettata dall'offerta economica, arrivata nel momento in cui il progetto azzurro attraversava una fase delicata. Eppure oggi tutto sembra dimenticato. Nessuna obiezione morale, nessun richiamo all'etica, nessun dibattito sulla coerenza. Chi era partito sbattendo la porta viene riaccolto come se nulla fosse accaduto. Se davvero la questione fosse morale, allora dovrebbe valere per tutti. Se invece vale soltanto per Pirlo, allora non si parla più di etica ma di convenienza.

È questo il vero nodo della vicenda: l'impressione che esistano figli e figliastri, comportamenti giudicati severamente quando riguardano alcuni protagonisti e con sorprendente indulgenza quando coinvolgono altri. Una disparità che finisce inevitabilmente per minare la credibilità delle istituzioni calcistiche. Ma la restaurazione rischia di produrre conseguenze anche sul piano sportivo. Perché il rapporto tra FIGC e società di Serie A non è mai stato così complicato. Molti club avevano individuato in Antonio Conte il profilo ideale per rilanciare la Nazionale: un tecnico capace di restituire identità, intensità e cultura del lavoro. Una candidatura che avrebbe probabilmente trovato maggiore consenso anche tra gli addetti ai lavori. La scelta di tornare invece su figure riconducibili al passato rischia di accentuare le distanze. E quando i rapporti tra Federazione e club si deteriorano, la prima vittima è inevitabilmente la Nazionale. Formalmente le società sono obbligate a mettere a disposizione i propri calciatori nelle finestre internazionali, ma è altrettanto vero che esistono molti modi per rendere più o meno agevole questo rapporto: dalla gestione dei recuperi fisici alla collaborazione tra staff medici, fino al clima complessivo di fiducia reciproca.

Una Federazione percepita come autoreferenziale e lontana dalle esigenze dei club difficilmente potrà contare su una collaborazione piena e convinta. E sarebbe l'ennesimo paradosso di un sistema che continua a riprodurre sé stesso invece di interrogarsi sulle cause profonde della crisi. Da anni il calcio italiano rincorre le emergenze senza affrontare i problemi strutturali: i vivai, gli impianti, la formazione degli allenatori, il rapporto con i giovani, la sostenibilità economica. Ogni volta si cambia il volto in panchina sperando che basti un commissario tecnico per risolvere ciò che è il prodotto di un intero sistema in difficoltà. E così si torna sempre agli stessi nomi, agli stessi meccanismi, alle stesse logiche.

La restaurazione può anche offrire nell'immediato l'illusione della stabilità, ma difficilmente rappresenta un progetto per il futuro. Se davvero si voleva inaugurare una nuova fase, allora il coraggio avrebbe imposto di rompere con il passato e di valutare tutti con lo stesso metro, senza moralismi selettivi e senza appartenenze privilegiate. La credibilità di una Federazione non si misura soltanto dalle vittorie sul campo, ma anche dalla coerenza con cui applica i propri principi. E oggi, più ancora della scelta del commissario tecnico, è proprio questa coerenza a sembrare irrimediabilmente smarrita.



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