Morto fratel Enzo Bianchi, figlio del '68 cristiano
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Il fondatore di Bose predicava una fede che piace all'intellighenzia separando Vangelo e magistero. Aveva riposto le sue speranze nel pontificato di Francesco, che invece gli costò l'esilio, ma senza rinunciare al "dialogo" col mondo, specie quello radical-chic.
- Dossier: il caso Enzo Bianchi
È morto ieri, all’ospedale Molinette di Torino, all’età di 83 anni, Enzo Bianchi, il fondatore della Comunità monastica di Bose. Era l’8 dicembre 1965, quando, abbandonati gli studi universitari nella Facoltà di Economia dell’Università di Torino, giovanissimo, Enzo Bianchi decise di andare a vivere da solo in una cascina a Bose, frazione del comune di Magnano, sul crinale della Serra d’Ivrea; appena tre anni dopo, nell’autunno del 1968, lo raggiunsero alcuni fratelli e sorelle di quello che, molto più tardi, il 29 luglio 2023, diverrà un Monastero sui iuris di diritto diocesano.
Erano gli anni dell’inquietudine cattolica, di un Concilio ecumenico i cui testi verranno letti da pochi, ma il cui “spirito” si pretendeva compreso da molti. Il desiderio di una qualche riforma era dentro il cuore di molti, e tra questi non mancava il giovane “monaco” piemontese. Erano anni in cui cresceva la febbre di ricercare nuove forme di vita religiosa e monastica. Prima di lui, don Divo Barsotti, si era ritirato sui colli fiorentini, a Settignano, cuore dell’esperienza della Comunità dei Figli di Dio, che, a differenza di Bose, era nata come esperienza laicale di “monaci nel mondo”, per poi dar vita anche alla forma della vita comune; sempre prima di lui, Giuseppe Dossetti, lasciata la militanza politica, aveva dato vita all’esperienza monastica della Piccola Famiglia dell’Annunziata.
Ma più che a questi precedenti italiani, è Oltralpe che si deve guardare per capire lo spirito della nuova avventura di Enzo Bianchi: dapprima a fianco dell’Abbé Pierre, poi in quella Comunità di Taizé, fondata dal protestante Roger Schutz, dove fratelli di diverse confessioni cristiane condividevano la vita monastica. Ed infatti tra i primi che raggiunsero Bianchi a Bose c’era un pastore protestante; e c’era anche una donna. La Comunità di Bose si caratterizza così fin dalla sua fondazione per una duplice eterogeneità: cattolici e non cattolici, uomini e donne vivevano e pregavano insieme. Peculiarità che attirò l’attenzione del vescovo di Biella, mons. Carlo Rossi, che colpì la comunità con un interdetto, impedendo così la celebrazione dei sacramenti. Nemmeno un anno dopo, per intervento dell’ “illuminato” cardinale Michele Pellegrino, arcivescovo di Torino – quello per il quale il celibato doveva essere rivisto… – l’interdetto venne rimosso. Nel settembre 1983 l’importante fondazione della casa editrice Qiqajon.
Il cardinal Pellegrino aprì la strada all’espansione di Bose, e soprattutto all’onnipresenza del suo fondatore sulle colonne delle principali testate italiane, nelle trasmissioni televisive, nelle sale di centri, parrocchie e diocesi. A Bose iniziava a recarsi la “gente che conta” della politica, della cultura, dell’economia, non solo per sedere alla mensa dell’ormai noto ristorante a cinque stelle del monastero (Bianchi aveva un vero e proprio culto della cucina), ma anche per impartire lezioni di storia, filosofia, politica. Bose era diventata la nuova Barbiana, la meta di pellegrinaggio dell’intellighenzia che non cerca la conversione alla fede cattolica, ma che cerca di convertire la fede cattolica al mondo. E Bianchi era il “profeta” di questa strana fede che si vorrebbe pura sequela di Cristo e del Vangelo, ma sistematicamente contestatrice della Chiesa e del suo Magistero.
Era nota l’insofferenza di “fratel Enzo” verso il pontificato di Giovanni Paolo II, reo ai suoi occhi di aver congelato lo slancio del Concilio; stima e avversione verso Ratzinger-Benedetto XVI, troppo acuto per essere ignorato, troppo cattolico per essere seguito. Poi il pontificato di Francesco, con Bianchi che strizzava gli occhi per un “sogno o son desto?”, quasi incredulo che sul soglio pontificio ci fosse adesso un uomo con le sue stesse idee, smanioso di rivoluzionare la Chiesa, avviando processi, e che per di più non aveva tenuta nascosta la sua ammirazione verso il profeta di Bose.
Eppure fu proprio il Papa dei sogni a sferrare il colpo più doloroso della vita di fratel Enzo. La sua comunità, che ormai mal digeriva il continuo via vai a Bose, la costante esposizione mediatica del suo fondatore, il suo stile troppo autoritario di governo, il suo ego troppo invadente, fece giungere alla Santa Sede le proprie lamentele. Per disposizione di Francesco, Bianchi dovette prima dare le dimissioni e, nel maggio 2020, fare le valigie e lasciare la Comunità, per riparare a Torino. Al compimento del suo ottantesimo compleanno, Bianchi confidava: «Allora volevamo cambiare il mondo e la Chiesa, adesso che sono vecchio la mia grande lotta è contro l’eventualità che il mondo e la Chiesa mi cambino. Gli anni sono passati, e ci rendiamo conto di non essere riusciti a cambiare nulla. Mi sento uno sconfitto, ma rifarei tutto».
E nel 2023, ad Albiano d’Ivrea, qualche chilometro più in là di Bose, fratel Enzo prova in effetti a rifare tutto insieme a quanti lo avevano seguito da Bose, con la fondazione della Casa della Madia: una grande cascina ristrutturata, una biblioteca di diecimila volumi e undici ettari di terreno, per dare vita ad un enorme orto, ospitare corsi di cucina, la sua passione, direttamente tenuti da fratel Enzo, e continuare la strada di “dialogo” con il mondo della cultura radical-chic, portato avanti a Bose per decenni. Un programma fitto, che vede nelle prossime settimane intervenire personaggi come Gad Lerner, Ferruccio De Bortoli, Franco Cardini, Massimo Cacciari; le figure giuste per continuare nell’ossessione di cambiare la Chiesa, senza correre il rischio di essere cambiati dalla Chiesa.
Perché in fondo per fratel Enzo, degno figlio del Sessantotto “cristiano”, tra l’Evangelo e la Chiesa c’è un abisso e la sua pretesa missione era quella di riportare la Chiesa all’Evangelo. Una prospettiva che rivela quanto poco Enzo Bianchi fosse monaco e altrettanto poco riformatore, perché il vero monaco non ha altro fine che permettere alla grazia di cambiare se stesso e il vero riformatore sa che il Vangelo autentico è quello custodito e fedelmente trasmesso dalla Chiesa, non quello soggetto alle proprie interpretazioni.
Se la grande prova che Enzo Bianchi ha affrontato negli ultimi anni della sua vita non sembra esser servita a purificarlo dall’idea di dover cambiare la Chiesa (e il mondo), essa sembra però averlo reso più sensibile verso chi, nella Chiesa, deve vivere la discriminazione, l’ingiustizia e l’isolamento. Il suo recentissimo endorsement a favore della Messa in rito antico, partecipando alla celebrazione eucaristica nella chiesa della Misericordia di Torino il 19 luglio scorso, ha voluto essere un sincero segno di vicinanza verso tutti quei cattolici legati a questo rito nella comunione della Chiesa. Noi, fratel Enzo, lo vogliamo ricordare così. Requiescat in pace.
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