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RAPPORTO FIDES 2021

Missionari uccisi, testimoni di fede in un mondo violento

L’agenzia di stampa Fides ha pubblicato il suo rapporto annuale sui missionari uccisi nel mondo. Sono 22 fra religiosi e laici. In Africa si conta la metà delle vittime. Non sono martiri, in senso stretto, ma persone che testimoniavano la fede in contesti di violenza e di sopraffazione.

Libertà religiosa 01_01_2022
Chiesa incendiata

L’agenzia di stampa Fides ha appena pubblicato il suo rapporto annuale sui missionari uccisi nel mondo. Nel 2021 sono morti vittime di violenza 13 sacerdoti, un religioso, due religiose, sei laici: in tutto 22 persone, due più che nel 2020, che si aggiungono ai 536 uccisi tra il 2000 e il 2020. Il maggior numero di morti si è registrato in Africa dove sono stati uccisi 11 missionari: sette sacerdoti, due religiose e due laici. L’ultima vittima è don Luke Adeleke, caduto durante un tentativo di sequestro la vigilia di Natale in Nigeria (v. La denuncia coraggiosa di un vescovo in Nigeria). Segue l’America con quattro sacerdoti, un religioso e due laici, tutti uccisi in Paesi dell’America Latina. In Asia sono morti un sacerdote e due laici e infine un sacerdote è stato ucciso in Europa.

Come ogni anno Fides spiega che il suo rapporto non riguarda solo i missionari ad gentes in senso stretto, bensì “tutti i cristiani cattolici impegnati in qualche modo nell’attività pastorale, morti in modo violento, non espressamente ‘in odio alla fede’. Per questo si preferisce non usare il termine ‘martiri’, se non nel suo significato etimologico di ‘testimoni’, per non entrare in merito al giudizio che la Chiesa potrà eventualmente dare su alcuni di loro. Allo stesso modo usiamo il termine ‘missionario’ per tutti i battezzati, consapevoli che ‘in virtù del Battesimo ricevuto, ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario. Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione’” (Evangelii Gaudium, 120).

Non sono stati uccisi in odio alla loro fede e, precisa Fides, “non erano in evidenza per opere o impegni eclatanti”. Semplicemente, stavano testimoniando la loro fede “in contesti di violenza, di disuguaglianza sociale, di sfruttamento, di degrado morale e ambientale, dove la sopraffazione del più forte sul più debole è regola di comportamento, senza alcun rispetto della vita umana, di ogni diritto e di ogni autorità”, ne erano pienamente consapevoli e accettavano il rischio pur di restare al fianco dei fedeli a loro affidati. Non erano né degli sprovveduti, né degli ingenui. Ma “quando tutto consigliava di tacere, di mettersi al riparo, di non professare la fede, non potevano, non potevano non testimoniare” (Papa Francesco, Budapest, 14 settembre 2021). Vengono in mente le parole dei missionari della Christian Aid Ministries rapiti ad Haiti e fortunatamente adesso liberi: “se fossimo andati soltanto dove è sicuro, allora saremmo rimasti a casa. Prendiamo delle precauzioni per la nostra sicurezza, ma andiamo in luoghi pericolosi in molte parti del mondo perché di norma sono anche i luoghi in cui c’è più bisogno” (Missionari rapiti e fuggiti in una Haiti in preda al caos).

Nello svolgimento della loro attività, nei piccoli gesti di ogni giorno, i missionari caduti hanno portato la testimonianza cristiana come germe di speranza, racconta Fides: “parroci uccisi nelle loro comunità, in Africa e in America, torturati, sequestrati da criminali alla ricerca di tesori inesistenti o attirati dal miraggio di facili riscatti o ancora per mettere a tacere voci scomode, che esortavano a non sottomettersi passivamente al regime del crimine; sacerdoti impegnati nelle opere sociali, come ad Haiti, uccisi per rapinarli di quanto serviva per gestire tali attività, o ancora uccisi da chi stavano aiutando, come in Francia, o in Venezuela, dove un religioso è stato ucciso dai ladri nella stessa scuola dove insegnava ai giovani a costruirsi un futuro; religiose braccate e uccise a sangue freddo dai banditi in Sud Sudan. E ancora tanti laici, il cui numero cresce: catechisti uccisi dagli scontri armati insieme alle comunità che animavano nel Sud Sudan; giovani uccisi dai cecchini mentre si adoperavano per portare aiuti agli sfollati che fuggivano dagli scontri tra esercito e guerriglieri in Myanmar; una missionaria laica brutalmente assassinata per rubare un cellulare in Perù; un giovane saltato su una mina nella Repubblica Centrafricana mentre viaggiava sull’auto della missione; un catechista indigeno, attivista per il rispetto dei diritti umani in forma non violenta, ucciso in Messico”.

Il rapporto completo e un breve video sui missionari uccisi si trovano sulla pagina web di Fides. L’elenco delle vittime, avverte l’agenzia di stampa, è provvisorio, riguarda i casi per cui sono pervenute informazioni certe. Andrà eventualmente integrato e comunque si tratta della punta di un iceberg perché di tanti altri missionari caduti non si avrà mai notizia. Per ogni missionario dell’elenco Fides riporta cenni biografici e le circostanze della morte. Molti sono giovani, alcuni giovanissimi come Alfred Ludo e Patrick Bo Reh, due ragazzi di 18 anni che nella diocesi di Loikaw, nel Myanmar, si incaricavano di portare aiuti umanitari agli sfollati a causa del conflitto tra esercito birmano e ribelli. Sono stati uccisi da cecchini mentre il 27 maggio stavano consegnando degli aiuti in un villaggio. Di loro e di tutti merita leggere le informazioni riportate da Fides perché di loro si conservi memoria e per trarne esempio e rinnovata fede: tutti loro “non potevano non testimoniare con la forza della loro vita donata per amore, lottando ogni giorno, pacificamente, contro la prepotenza, la violenza, la guerra”.