Minori social-dipendenti, Francia e Italia corrono ai ripari
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Niente Whatsapp per gli under-15 francesi e niente cellulari nelle scuole italiane per contrastare la "fuga dei cervelli": non all'estero, ma in un vortice di distrazioni e malesseri da iperconnessione. Piccoli passi ma decisivi per salvare una generazione sempre meno capace di esprimersi e sempre più facile da manipolare.
L’Assemblea nazionale francese ha approvato in questi ultimi giorni il divieto di accesso ai social network per i minori di 15 anni. La normativa entrerà in vigore dal prossimo anno scolastico e prevede la disattivazione degli account esistenti entro il primo gennaio 2027. Al riguardo, Macron ha voluto sottolineare che «Il cervello dei nostri bambini e dei nostri adolescenti non è in vendita, né alle piattaforme americane né agli algoritmi cinesi». La soglia dei 15 anni, in Francia, è considerata la maggiore età sessuale (!) e coincide col passaggio dalla scuola media alla scuola superiore. La legge imporrà alle piattaforme come Instagram, Snapchat e WhatsApp di verificare l’età degli utenti, e prescrive limiti per le funzionalità social presenti nei videogiochi.
In Italia dall’inizio del corrente anno scolastico è vietato l’uso dei cellulari a scuola, e già un po’ se ne vedono i benefici a livello di minore distrazione e di maggiore disposizione alle relazioni personali tra i giovani. Tuttavia è solo una goccia nel mare. La comunità scientifica internazionale ha ormai accumulato oltre dieci anni di studi che mettono in relazione il malessere psicofisico dei più giovani con l’abuso degli smartphone, ed è quindi necessario estendere l’azione di contenimento anche ad altri livelli, come, ad esempio, proprio quello dei social media.
Gli studi effettuati hanno evidenziato che gli adolescenti che usano intensamente i social media hanno un rischio più elevato di malattie mentali rispetto agli altri: depressione, disturbi alimentari, cyberbullismo, problemi psicologici, disturbi del sonno, dipendenza, ansia e tentativi di suicidio, particolarmente tra le ragazze. Ma anche là dove i social non sono causa di vere e proprie patologie, è ormai incontrovertibile quanto questi danneggino pesantemente lo stile di vita dei nostri ragazzi nel comportamento, nelle mode, nel pensiero e anche nel linguaggio.
Oggi assistiamo a un fenomeno estremamente preoccupante, ormai noto come “brain rot” o “marcescenza del cervello”, termine che – ci spiega Casper Grathwohl, presidente di Oxford Languages – indica il deterioramento delle facoltà mentali, causato dall’abitudine di scorrere rapidamente contenuti superficiali nonché rappresentazioni virtuali della realtà false e fuorvianti.
Scrittura manuale, esercizi di memorizzazione (ricordate quando ci facevano imparare a memoria le poesie o le province italiane?...), lettura attenta su carta, al contrario, sono tutte attività che favoriscono il potenziamento dell’emisfero sinistro del cervello, responsabile del pensiero logico e analitico. Uno studio norvegese ha rilevato che proprio lo scrivere a mano mette in azione aree cerebrali legate all’elaborazione, all’attenzione e al linguaggio, migliorando l’apprendimento e la memoria. Inoltre, la scrittura manuale – e, ricordiamolo, una volta si faceva anche esercizio di calligrafia! – coinvolge processi cognitivi multipli, tra cui abilità motorie, memoria e elaborazione delle informazioni, favorendo uno sviluppo cognitivo più completo. È dimostrato che i bambini che padroneggiano il corsivo e altri stili di scrittura manuale sviluppano una maggiore attività neuronale, possiedono un vocabolario più ampio e una maggiore capacità di comporre testi scritti rispetto a chi utilizza prevalentemente dispositivi elettronici.
Se queste aree non vengono adeguatamente stimolate e non si sviluppano quanto dovrebbero, i ragazzi rischiano di dipendere esclusivamente dalla sfera emotiva, con un impatto negativo sulla loro capacità di valutazione critica e razionale. Ed è quanto sta effettivamente accadendo, dato che a scuola la digitalizzazione ha preso il posto di tante attività e metodi considerati ormai superati, e che tantissimi giovani trascorrono non poche ore della loro giornata sui social, scrivendo commenti brevi o didascalie in un linguaggio estremamente povero e caratterizzato da slang rapido, inglesismi, ashtag, abbreviazioni e meme virali. Secondo numerose ricerche, i giovani di oggi posseggono un vocabolario di circa 800 parole contro le 1500 dei ragazzi delle generazioni precedenti.
Particolarmente per chi opera nel mondo della scuola, è evidente come giovani e adolescenti siano sempre meno capaci di produrre un testo scritto in forma corretta; per non parlare, poi, del valore aggiunto di una eleganza di stile o ricercatezza lessicale, che restano una vera rarità. Si sta perdendo, insomma, la capacità di esprimere contenuti dotati di spessore, in grado di narrare adeguatamente il proprio sentire e il proprio pensiero. Non è una sorpresa, allora, che si stia verificando anche una diminuzione del Q.I. della popolazione, dopo decenni di costante incremento.
Si rischia di passare per “complottisti”, però viene alla mente quanto scrisse Orwell nel suo libro più famoso (1984), là dove descriveva le tecniche del regime totalitario per realizzare una società senza pensiero, ed una di queste era proprio l’indebolimento della lingua: «Il depauperamento del linguaggio è un vantaggio, giacché più piccola è la scelta, minore è la tentazione di riflettere». Del resto, gli esseri umani pensano attraverso le parole che possiedono: meno parole abbiamo, meno pensiamo.
Stiamo facendo crescere generazioni di giovani nella povertà di ideali, di pensiero e di linguaggio. Occorre invertire urgentemente la rotta, ma si ha l’impressione che al potere ci sia chi, per tornaconto personale, non vuole farlo. Ed è forse questo il motivo per cui il disegno di legge bipartisan italiano 1136, dal titolo Disposizioni per la tutela dei minori nella dimensione digitale, giace nei cassetti del Senato da molti mesi. Presentato nel maggio 2024, il testo obbligherebbe le piattaforme social a verificare l’età dei propri utenti e farebbe decadere i contratti di iscrizione dei minori di 15 anni quando non sostenuti dall’esplicita volontà dei genitori. A chi fa paura?
Certo, non sarebbe la soluzione a tutti i problemi educativi del nostro travagliato tempo, ma rappresenterebbe comunque un piccolo segnale di attenzione, rivolto a tutti, sulla pericolosità di questi nuovi strumenti di comunicazione, apparentemente innocui e talora divertenti, ma in realtà estremamente funzionali alla realizzazione di una società debole e facilmente manipolabile.
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