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Budapest scende in piazza per la pace nel silenzio dei media

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Una marcia imponente, ma totalmente ignorata nel resto d'Europa, ha affollato la capitale ungherese in occasione del 178° anniversario della Rivoluzione. Nel discorso del premier l'invito a «rinnovare l'alleanza contro la guerra» e l'occhio di Bruxelles che incombe sulle prossime elezioni.

Esteri 17_03_2026
LaPresse - Zsolt Czegledi/MTI via AP

Amareggia ma non stupisce che in Italia, come nel resto dell'Occidente, la grancassa massmediatica  abbia cancellato ogni cenno ad una delle più grandi marce per la pace con molte decine di migliaia di cittadini e famiglie, svoltasi a Budapest domenica 15 marzo (senza la presenza di tifoserie violente islamo-comuniste “pro Pal” o "pro Iran") e conclusasi con uno splendido discorso del primo ministro Viktor Orbán, in piazza Kossuth Lajos, durante la cerimonia per il 178° anniversario della Rivoluzione e della Guerra d'Indipendenza del 1848-1849. Il primo ministro ungherese, nonostante la minaccia esplicita di Zelensky, ha ricordato a tutti il dovere di «rinnovare l'alleanza contro la guerra». Orbán è l’unico dei capi di Stato europei che non teme di seguire e ripetere ogni appello alla pace promosso dai pontefici romani, lo aveva fatto quando al soglio di Pietro sedeva papa Francesco, lo ripete oggi con papa Leone XIV.

Il premier ungherese ha voluto ricordare alla folla riunita la storia comune di un popolo che ha lottato per la sua libertà, anche se «gli ungheresi non hanno bisogno che si dica loro cos'è la libertà; la respiriamo e sappiamo qual è il nostro posto. È così che sappiamo che l'amore è tangibile e sentiamo il potere nobilitante della solidarietà. La folla da sola non basta mai. La libertà può sbocciare solo dall'amore e la solidarietà può rafforzarla. Non importa quanto grande sia la folla, se è unita dall'odio e dalla rabbia, non produrrà mai la libertà». 

Orbán ha poi fatto ampi cenni alla campagna elettorale per le elezioni del prossimo 12 aprile, ricordando che il Paese sotto la sua guida non rinuncerà a benefici fiscali ed economici per i pensionati ed i consumatori, le famiglie e le imprese, né verrà permesso a Bruxelles di sostituire i colori nazionali con «una bandiera ucraina o arcobaleno», sottolineando così il patto d’acciaio di Bruxelles e Kiev per interferire sul voto ed eliminare l’attuale premier e la sua coalizione dal panorama politico del paese e del continente. Il primo ministro ungherese, nel sottolineare che mancano ancora 28 giorni alle elezioni, ha ricordato la necessità di vincere con un maggior numero di voti rispetto al passato, proprio per rinnovare l'alleanza contro la guerra … superare la soglia dei tre milioni di voti … per conseguire una vittoria storica, perché il prossimo governo si assumerà una responsabilità storica», di proseguire l’impegno contro i conflitti, il neo-centralismo di Bruxelles e per il benessere del Paese.

Orbán ha infine promesso che l’Ungheria, con la vittoria di Fidesz e dei democristiani di KDNP (Kereszténydemokrata Néppárt), rimarrà un’«isola di sicurezza e tranquillità» e ha avvertito che il conflitto nella vicina Ucraina potrebbe intensificarsi ulteriormente, viste le le recenti tensioni relative al transito del petrolio. Tutto ciò mentre il presidente ucraino Zelensky ha lasciato trasparire nelle sue dichiarazioni del weekend che, nonostante le pressioni (vere o false che siano) di Bruxelles nei suoi confronti, affinché il gasdotto torni operativo il prima possibile, lui non è per nulla convinto di dover favorire il transito di gas russo alla Slovacchia e alla Ungheria. 


Per altro verso, sempre domenica, anche il candidato di Berlino, Kiev e Bruxelles alla carica di primo ministro ungherese, Péter Magyar, presidente del principale partito di opposizione TISZA (Tisztelet és Szabadság Párt), in una manifestazione separata, con poche migliaia di manifestanti, denominata "Marcia Nazionale", in Piazza degli Eroi, ha sottolineato che il 1848 appartiene a tutti gli ungheresi, perché la libertà è un diritto ancestrale di ogni ungherese, indipendentemente dalla sua provenienza o dal luogo in cui ha vissuto. Ieri il quotidiano web Politico dopo aver citato i soli sondaggi a favore delle opposizioni ungheresi ha ricordato come Péter Magyar si stia indirizzando all’opposto di Orbán e stia reclutando importanti imprenditori con legami internazionali, per formare il suo governo nel caso in cui vincesse le elezioni, per un «vero e proprio cambio di regime», provenienti dal mondo degli affari, meglio se con esperienze o incarichi in multinazionali. Più che un cambio di regime, viste le ampie consecutive vittorie democratiche e popolari di Orbán e della sua coalizione, i progetti di Magyar disegnano sì un nuovo regime, cosmopolita e globalista.

Questa è dunque la vera scelta per gli elettori ungheresi: identità, sicurezza, tranquillità, rimanendo fuori dai crescenti conflitti, o avventurarsi nelle mani del neo-bellicismo e del centralismo europeo. Il silenzio mediatico, in questa disfida, non può che stare da una parte, contro ogni interesse popolare.



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