Armenia, la svolta europeista non convince gli elettori
Alle elezioni armene esce vincitore il partito del premier Pashinyan, fortemente sostenuto dalla UE e dagli Stati Uniti, ma solo con una maggioranza relativa. Ma l'opposizione filo-russa è divisa. A rischio la governabilità del Paese.
Ieri gli armeni si sono recati alle urne per un'elezione decisiva che plasmerà il futuro del Paese del Caucaso meridionale e dell'intera regione, in un contesto in cui la Russia ha messo in guardia Yerevan da uno "scenario ucraino" e l'UE e gli Stati Uniti si sono uniti per sostenere l’originale svolta filo-occidentale del Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan (nella foto LaPresse), dopo aver raggiunto uno storico accordo di pace con l'Azerbaigian lo scorso agosto a Washington.
Su 2,5 milioni di armeni aventi diritto al voto, alle urne si sono recati il 58.97% e i risultati consolidati nella notte di domenica consegnano un Paese frammentato: il partito “Contratto Civile” del premier Nikol Pashinyan avrebbe ottenuto il 32,7% dei voti, la maggioranza relativa dei voti, mentre i partiti di opposizione si sono divisi il resto: Armenia Forte il 29,0%, Armenia il 13,2%, Armenia Prospera il 6,1% e Ali dell'Unità il 4,6%. Stando a questi risultati sarà problematico formare un governo , perché i partiti di opposizione ottengono molti più voti della coalizione di governo, ma sono divisi fra loro. Solo in giornata si conoscerà la complessa distribuzione parlamentare che potrebbe confermare la “vittoria di Pirro” dell’attuale premier.
Gli elettori si sono trovati a dover scegliere tra Pashinyan e il suo partito “Contratto Civile” e un'opposizione frammentata e filorussa, apertamente sostenuta dal Cremlino, che al suo interno coalizza però un malcontento diffuso a causa delle crisi economiche, della persecuzione verso alcuni vertici della Chiesa apostolica armena, e della ‘cessione’ o restituzione dei villaggi della regione del Nagorno Karabakh all'Azerbaijan. Il miliardario russo-armeno Samvel Karapetyan, candidato agli arresti domiciliari, è la figura di spicco del partito Armenia Forte, insieme all'ex presidente Robert Kocharyan, che ha anch'egli condotto una campagna filo-russa.
Il sondaggio dei giorni precedenti al voto, condotto dall'agenzia Breavis, prevedeva che gli armeni avrebbero conferito a Pashinyan un mandato decisivo, con oltre il 60% dei voti a favore, per consolidare il riallineamento strategico del Paese del Caucaso meridionale in chiave filo-occidentale, ponendolo in rotta di collisione con il Cremlino e rafforzando lo storico accordo di pace con l'Azerbaigian sul Nagorno-Karabakh, in modo tale da sviluppare le opportunità strategiche del Paese nell’intero Caucaso.
In questo contesto, anche l’accordo simbolico ma significativo sottoscritto il 4 maggio scorso dal primo ministro armeno Nikol Pashinyan e il vicepresidente turco Cevdet Yilmaz, a margine dell'ottavo vertice della Comunità politica europea a Yerevan, consolida un percorso per la normalizzazione delle relazioni anche tra i due Paesi. Nella stessa direzione la firma tra USA e Armenia, durante una breve visita del Segretario di Stato Marco Rubio a Yerevan, dell'accordo per procedere con il progetto di un corridoio di trasporto che colleghi l’Azerbaigian alla sua exclave di Nakhchivan, ovvero la “Trump Route for International Peace and Prosperity” (TRIPP), per promuovere la pace e per aumentare la prosperità in Armenia e in tutta la regione.
Le tensioni elettorali comunque non mancano visto che, alla vigilia del voto, sabato 6 giugno, il “Comitato investigativo armeno” ha arrestato sei candidati di Armenia Forte, dopo che la Commissione elettorale centrale aveva annunciato di aver autorizzato un'azione giudiziaria per accuse di riciclaggio di denaro e corruzione. Durante le fasi finali della campagna elettorale è stato sempre più evidente che sia l'Unione Europea che gli Stati Uniti appoggiano fermamente Pashinyan, il quale ha riorientato verso Occidente la politica estera armena dopo l'accordo di pace con l'Azerbaigian, ponendo così il Paese in rotta di collisione con la Russia.
La Commissione europea ha dichiarato di «sostenere fermamente» Pashinyan, annunciando una serie di misure di sostegno economico per attenuare le crescenti sanzioni economiche russe contro Yerevan a causa della sua svolta filo-occidentale. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha dichiarato che Mosca ha «strumentalizzato le relazioni economiche a fini di pressione politica» ed «ecco perché l'Europa è fermamente al fianco dell'Armenia», ha proseguito von der Leyen. Allo stesso tempo, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha esortato gli armeni a «rendere di nuovo grande l'Armenia», dichiarando il suo «pieno e totale appoggio» alla rielezione di Pashinyan perchè «Nikol (Pashinyan) condivide pienamente la mia visione di pace e prosperità per l'Armenia e per l'intera regione del Caucaso meridionale», ha dichiarato Trump.
Proprio il giorno del voto, con notevole scaltrezza, lo stesso Nikol Pashinyan ha dichiarato di non essere a conoscenza di alcuna tensione nei rapporti con la Russia: «Le nostre relazioni con la Russia sono istituzionali e basate sul rispetto reciproco», ha dichiarato il primo ministro rispondendo a una domanda di un giornalista russo fuori da un seggio elettorale domenica.
I risultati danno ragione a Nikol Pashinyan, ma rimangono molti nodi politici e religiosi interni e, più in generale, le valutazioni geopolitiche sulla appartenenza alla UE e sull’ennesimo tentativo di erosione da parte dell'Occidente di un’altra ‘zona di influenza’ ai confini con la Russia.
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