Maleventum sotto inchiesta, se l'immigrazionismo veste Prada
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La Procura regionale della Corte dei Conti della Campania accende i riflettori sul consorzio beneventano e sull'intera filiera legata agli sbarchi. Al degrado e al sovraffollamento dei centri farebbe da contraltare la bella vita dei gestori: beni di lusso e resort a cinque stelle, sulla pelle degli immigrati e a spese degli italiani.
Soldi pubblici destinati all’accoglienza degli immigrati finiti in borse Hermès, capi Chanel, profumi Prada, weekend in resort a cinque stelle. Intanto, nei centri del consorzio finito sotto indagine, Maleventum, gli ospiti vivevano in un degrado umiliante: acqua di pozzo per bere e lavarsi per intere settimane, letti accatastati come in un lazzaretto, bagni luridi, cucine misere e stanze trasformate in dormitori senza dignità. Questo è quanto sta emergendo dall’inchiesta della Procura regionale della Corte dei Conti della Campania, condotta dal vice procuratore Davide Vitale e dal procuratore Giacinto Dammicco, con il supporto della Guardia di Finanza di Benevento.
L’indagine accende i riflettori sulla gestione dei fondi pubblici che, partendo dal Ministero dell’Interno e passando per la Prefettura di Benevento, confluivano nelle casse del consorzio Maleventum. La struttura era diventata un vero e proprio leader nel settore dell’accoglienza: prima dell'intervento della magistratura nel 2018, gestiva circa 800 richiedenti asilo (pari all’80% dell’intera popolazione di immigrati accolti nella provincia) e coordinava ben 13 centri sul territorio. Di questi, cinque vennero poi sottoposti a sequestro a causa di gravi carenze igienico-sanitarie e di agibilità. Secondo i rilievi della Procura regionale della Corte dei Conti della Campania, questo meccanismo avrebbe causato un danno allo Stato di 1,3 milioni di euro. La cifra fa parte dei 20 milioni di euro complessivamente erogati tra il 2014 e il 2018 per l'assistenza ai richiedenti protezione internazionale.
Si tratta delle somme che il Viminale — quindi denaro pubblico — trasferiva per garantire vitto, alloggio, assistenza materiale, servizi di integrazione e gestione ordinaria delle strutture, e che invece, stando all’accusa, sarebbero state deviate verso quel famoso «diritto all’eleganza» (di lusso) per chi gestiva il sistema.
Un’inchiesta partita anni fa, nata da un procedimento penale del 2018, e sfociata lo scorso aprile in una condanna del Tribunale di Benevento, avrebbe portato alla luce una prassi ormai radicata: la gestione dell’immigrazione irregolare ridotta a un lucroso affare privato. Oggi, la Procura contabile ha messo nel mirino otto persone — tra ex vertici del consorzio Maleventum e funzionari della Prefettura sannita — invitandole a dedurre prima dell’eventuale avvio del giudizio di responsabilità amministrativa. Il consorzio godeva di una fitta rete di complicità istituzionali. Secondo l’accusa, alcuni ex dirigenti dell’Area Immigrazione evitavano sistematicamente di applicare penali e sanzioni, mentre un funzionario si spingeva ben oltre: con telefonate mirate, preavvisava i gestori dell'arrivo imminente dei controlli (da parte di Prefettura, ASL, NAS e persino delegazioni ONU). Il consiglio era sempre lo stesso: interventi di facciata dell'ultimo minuto per nascondere le carenze e superare l’ispezione.
Le verifiche avrebbero restituito immagini desolanti: da un lato, l’inferno dei centri, tra sovraffollamento cronico, sporcizia, zero sicurezza e servizi ridotti all’osso, in totale spregio dei ricchi appalti statali, dall’altro, la bella vita dei gestori: shopping di lusso e vacanze in resort, finanziati da flussi contabili opachi e finti giustificativi di spesa.
Nel frattempo, l’organizzazione si era costruita un’eccellente reputazione grazie a una scaltra propaganda mediatica. Nel 2016, il consorzio costruisce la sua immagine specchiata cavalcando due eventi: la storia dell’immigrato onesto che restituisce uno zaino pieno di contanti a Telese Terme, e l’accoglienza gratuita per cento sfollati del terremoto del Centro Italia, con dieci immigrati ospiti inviati ad aiutare i soccorritori. Una facciata perfetta, ma destinata a frantumarsi.
Un caso che illumina un meccanismo perverso. Se si riavvolge, infatti, il nastro del tempo, appare evidente come quel sistema opulento e fuori controllo, subissato da decine di inchieste in questi anni, avesse trovato nel 2018 un argine politico ben preciso. Fu l’allora ministro dell’Interno, Matteo Salvini, a dichiarare guerra aperta al cosiddetto business dell’immigrazione, un meccanismo che fino a quel momento costava ai contribuenti italiani circa cinque miliardi di euro all’anno, finiti troppo spesso nei bilanci di cooperative, Onlus e società a responsabilità limitata nate all’ombra dell’emergenza. Il cuore del sistema poggiava sulla tariffa dei trentacinque euro giornalieri a richiedente asilo, una quota erogata dalle Prefetture ai centri di accoglienza straordinaria che, oltre a vitto e alloggio, avrebbe dovuto finanziare corsi di lingua, formazione professionale, assistenza medica e psicologica, fino al contante quotidiano per le piccole spese, il cosiddetto pocket money.
Una montagna di denaro pubblico che il nuovo corso del Viminale targato Salvini decise di tagliare abbattendo la base d’asta a una forbice compresa tra i diciannove e i ventisei euro al giorno, azzerando i servizi collaterali e riducendo l’assistenza al minimo indispensabile per la sussistenza. La strategia era chiara ed esplicita: mettere a pane e acqua la falsa cooperazione che aveva speculato sui bilanci miracolosamente decuplicati, svuotare e avviare alla chiusura i grandi centri sovraffollati come il Cara di Mineo — protagonista, negli anni, di costi elevati, speculazioni e problemi di sicurezza legati ad episodi di criminalità e spaccio — e dimostrare che l’accoglienza non poteva più essere una mangiatoia privata.
Non è un caso, allora, che la vicenda legata al consorzio Maleventum trae origine proprio nel 2018. Quella stretta economica s’inserì in una più vasta azione di blocco che portò all’azzeramento degli sbarchi irregolari sulle coste italiane. I numeri ufficiali del Dipartimento della Pubblica Sicurezza confermarono il successo del cambio di rotta: nel periodo in cui il capo della Lega guidò il Viminale, ci fu una contrazione degli sbarchi pari a oltre l’80%. Una svolta impressa fin dall’esordio del Governo giallo-verde, quando il bilancio tra l’inizio di giugno e la fine di agosto del 2018 registrò una flessione di quasi trentatremila arrivi rispetto all’anno precedente; un abisso statistico che vedeva i vecchi picchi estivi di circa quarantamila sbarchi ridursi bruscamente a meno di seimila ingressi.
Con la nascita del governo Conte Bis e l’insediamento del nuovo ministro Luciana Lamorgese, lo status quo, però, venne rapidamente ripristinato. Un ritorno al passato che rialzando le tariffe dell’accoglienza riaprì di fatto i portafogli dei cittadini italiani, rialimentando quella filiera economica legata agli sbarchi che i decreti sicurezza avevano tentato di disinnescare, e restituendo linfa vitale a un sistema strutturalmente fragile e costantemente esposto al rischio del malaffare. Come sta tristemente dimostrando la vicenda di Benevento.
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