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Macron leader per tutti, ma solo a parole

Non passa ormai giorno senza che una grande testata o un politico europeo celebrino Macron come il nuovo leader del continente europeo. Ma il suo  doppio gioco con tutti glielo impedisce. Ecco perché non può essere una guida autorevole. 

Non passa ormai giorno senza che una grande testata giornalistica o un politico europeo di primo piano celebrino Emmanuel Macron come il nuovo leader del continente europeo e il punto di riferimento a cui guardare in un mondo dove l’isolazionismo trumpiano e la crisi post-elettorale tedesca lasciano l’Occidente privo di guida strategica. Il Financial Times ci informa che il collasso dei negoziati per una “coalizione Giamaica” (cristiano-democratici insieme a Verdi e liberali) in Germania e il rientro in gioco della Spd per una nuova Grosse Koalition (che già qualcuno propone di chiamare GK 3.0, in quanto sarebbe la terza di fila guidata da Angela Merkel) rappresentano una vittoria per Macron.

L’Economist gli ha già dedicato tre copertine in pochi mesi, in una delle quali lo propone come un potenziale salvatore del continente, il Time l’ha profetizzato come “il prossimo leader dell’Europa” (se soltanto riuscirà a guidare la Francia), Repubblica si accoda e scrive che Macron conquista lo scettro di leader d’Europa perché dialoga con tutti. Il che è vero: Macron incontra il principe ereditario di Arabia Saudita Muhammad Bin Salman ma prepara un viaggio in Iran, bacchetta i paesi dell’Est ma incontra il premier polacco Beata Szydlo, fa il controcanto a Trump dichiarando solennemente «make our planet great again», ma poi cena con lui e Melania sulla Tour Eiffel e quando quello partecipa alla parata del 14 luglio lui scandisce «nulla mai ci dividerà».

Matteo Renzi, che sicuramente in questa fase lo invidia, si accoda e dice: «Macron è probabilmente il leader più importante che c’è in Europa. Più della Merkel che è in una situazione di empasse». Per alcuni Macron assomiglia a Renzi perché è un politico di sinistra con un programma liberista, per altri è l’edizione francese di Walter Veltroni: come l’ex sindaco di Roma ed ex segretario dei Ds e del Pd utilizzava instancabilmente l’espressione “ma anche”, così Macron non dimentica mai di infarcire i suoi interventi di “au même temps”, cioè “allo stesso tempo”.

Ma prima di stabilire se Macron sia la versione francese del partito nazionale di Renzi oppure del cerchiobottismo di Veltroni, bisogna chiarire la questione fondamentale: il presidente francese non è affatto il nuovo leader d’Europa, né può diventarlo. Non può diventarlo perché la locomotiva d’Europa è la Germania e non la Francia; perché negli scenari internazionali il protagonismo della Francia, tranne che nell’Africa occidentale, è solo apparente; e perché ogni qual volta gli interessi nazionali francesi confliggono con quelli degli altri partner della Ue, lo sbandierato europeismo di Macron, che la sera del festeggiamento della sua elezione fece suonare l’Inno alla gioia di Beethoven prima della Marsigliese, va a farsi benedire.

Cominciamo dall’ultimo punto, e l’esempio più facile che viene in mente è quello della Libia: la Francia di Sarkozy ha voluto (con la complicità del Regno Unito e degli Stati Uniti) la caduta di Gheddafi per impedire all’Italia del governo Berlusconi di diventare una grande potenza del Mediterraneo grazie ai colossali accordi politici ed economici che quello aveva concluso con la Libia del colonnello, per prendere il nostro posto e soprattutto per permettere a Total ed Elf Aquitaine di prendere quello dell’Eni. L’azione di Macron è in perfetta continuità con quella di Sarkozy: continua a condurre la stessa politica e ha individuato in Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, il partner ideale.

Mentre a parole si allinea alla politica dell’Unione Europea, che sostiene il governo di accordo nazionale presieduto da Fayez al-Sarraj, nei fatti fiancheggia, insieme a Russia ed Egitto, il generale Haftar, che evidentemente redistribuirebbe le carte del petrolio libico in modo più favorevole alle compagnie francesi e meno favorevole all’Eni. Macron ha organizzato il summit di Parigi dove Haftar e al-Sarraj si sono stretti la mano offrendo l’immagine di una Francia capace di riconciliare i due duellanti libici che l’Onu e la Ue, Mogherini in testa, hanno riconciliato solo sulla carta. Ma la realtà è un’altra: Macron ha messo sullo stesso piano al-Sarraj, il capo di governo riconosciuto dalla comunità internazionale, con Haftar, signore della guerra che non ha rispettato gli accordi perché sa di avere il sostegno di paesi importanti. Ha indebolito al-Sarraj e rafforzato Haftar, il cavallo su cui i francesi puntano. Ha proseguito con astuzia la politica degli interessi egemonici francesi nel Mediterraneo.

Un altro esempio del doppio gioco macroniano lo si può vedere nelle politiche francesi sul clima: nel luglio scorso, mentre si preparava la Conferenza Onu sul clima (Cop23) che poi si è svolta a Bonn all’inizio di novembre (6-18), il presidente francese ha annunciato che il 12 dicembre, nell’anniversario della Conferenza Onu di Parigi sul clima, si sarebbe svolto il One World Summit, da lui indetto per concretizzare impegni finanziari per la realizzazione degli accordi di Parigi. Anziché collaborare alla riuscita di Cop23, coerentemente col multilateralismo che professa, comprese le intemerate contro l’amministrazione Trump rea di aver ritirato l’adesione degli Usa agli accordi, Macron cerca di procacciare affari alle imprese francesi del settore delle energie rinnovabili con un’iniziativa unilaterale.

Poi c’è il capitolo dell’illusionismo geopolitico: Macron si propone come mediatore nella crisi venezuelana, nel conflitto russo-ucraino, nella tragedia siriana, ma tutto si esaurisce in un esercizio di pubbliche relazioni. In settembre all’Onu ha proposto la creazione di un gruppo di contatto per la Siria a trazione francese, che avrebbe dovuto assorbire in sé l’inconcludente processo di Ginevra in corso da cinque anni e quello di Astana dove sono in maggioranza i paesi pro-Assad. Non se ne è fatto nulla, e settimana scorsa, mentre russi, turchi e iraniani si riunivano in Kazakistan per ragionare sulla spartizione delle aree di influenza che porterebbe all’esaurimento della guerra civile siriana, Macron rilasciava una dichiarazione comune con Trump per ribadire che la sede propria del negoziato resta Ginevra, sotto l’egida dell’Onu. Anche Putin (e il governo di Damasco) riconoscono la legittimità del processo di Ginevra, ma solo perché permette loro di guadagnare tempo per arrivare (ad Astana) ad un accordo con Erdogan. L’illusoria leadership Macron-Trump sulla Siria è patetica, se non è un modo molto sottile e astuto di tenere il sacco a Putin ed Erdogan senza farlo sapere in giro.

Due settimane fa Macron ha fatto un figurone convincendo i sauditi a lasciar partire per Parigi il primo ministro libanese Saad Hariri che avevano costretto ad umilianti dimissioni forzate e trattenevano in virtuale stato di arresto a Riyad. Però in cambio ha dovuto anche lui, come Hariri, fare un intervento televisivo sotto dettatura con dichiarazioni favorevoli agli interessi sauditi: ha condannato pubblicamente la politica missilistica iraniana. Nessuna terzietà, dunque, ma un appiattimento sulle posizioni dei due Salman, padre e figlio, re e principe ereditario.

Infine due parole sull’impossibilità di una leadership francese in Europa in sostituzione di quella tedesca: mai nessun presidente francese dopo De Gaulle l’ha ritenuta fattibile, e infatti hanno puntato tutti sulla creazione di un asse franco-tedesco, non sulla competizione. Oggi poi il divario di potenza (economico-finanziaria) fra la Germania e il resto dell’Europa è diventato più grande che ai tempi di Köhl e Mitterrand. Fra il 2010 e la fine del 2015 il debito pubblico degli Stati Uniti è passato dal 95,2 per cento al 108,2, quello dell’Italia dal 115,3 al 133,2 quello dell’eurozona dall’83,8 al 91,7 quello della Francia dall’81,6 al 95,6. Invece quello della Germania, caso unico fra i paesi industriali, è sceso dall’81 per cento al 67,9. La Germania da sola rappresenta il 45 per cento di tutto l’export della Ue verso il resto del mondo (contro il 16,9 per cento della Francia, lo stesso dato dell’Italia) e il suo Pil è più grande di quello della Francia di 1.000 miliardi di dollari (3.466 contro 2.465 nel 2016) e il divario continua ad aumentare (nel 2010 era solo di 770 miliardi di dollari).

Sì, Berlino ha bisogno di presentare il processo di integrazione europeo come l’opera di un tandem franco-tedesco per ragioni di immagine, ma la Francia sarà sempre il junior partner dell’alleanza.

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