La guerra invece del lavoro, così Mosca arruola gli africani
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Attratti dal miraggio di un impiego ben pagato si ritrovano catapultati e impreparati sul fronte ucraino. Né volontari né mercenari, semmai in-volontari attirati dalla Russia con l'inganno. Un caso che coinvolge anche la Chiesa ortodossa.
Per la Russia, contro l’Ucraina, combattono migliaia di stranieri. Si stima che la Corea del Nord abbia mandato 14.000 soldati. Gli altri stranieri sono mercenari e volontari provenienti da vari Paesi, decine, tra cui il Nepal, l’India, l’Indonesia, la Colombia. Ci sono anche degli italiani.
Poi ci sono gli africani, e sono un caso a sé. Sembra infatti che quasi tutti, se non tutti, siano stati indotti a recarsi in Russia con l’inganno, cioè con la prospettiva di lavorare come guardie del corpo o altro, non di andare al fronte, e allettati da compensi elevati: dunque, né volontari né mercenari. Si stima che siano almeno 1.800-2000, ma potrebbero essere molti di più. Nel corso degli anni dal solo Kenya sono partiti alla volta di Mosca più di mille uomini.
Il ritorno di alcune salme e, dalla Russia, le richieste di aiuto per il rimpatrio da parte di giovani disperati hanno finalmente indotto i governi africani a intervenire. Intervistati, gli africani che sono riusciti a tornare a casa spiegano di essere stati attirati in Russia con la promessa di un lavoro, spesso come guardie private, per ritrovarsi poi sul fronte, in prima linea e senza neanche un minimo addestramento militare.
Una indagine dell’intelligence kenyana, di cui sono stati presentati i risultati in parlamento a fine febbraio, ha scoperto una rete di agenzie di reclutamento che adescano ex militari e agenti di polizia e soprattutto giovani disoccupati e promettono loro impieghi lautamente retribuiti: 350.000 scellini kenyani al mese, pari a 2.715 dollari – una cifra enorme in Kenya – e persino una gratifica fino a 1,2 milioni di scellini, pari a 9.309 dollari. Con le agenzie di reclutamento collaborano dei dipendenti pubblici: personale aeroportuale locale, funzionari dell’immigrazione e altri funzionari statali, personale dell’ambasciata russa a Nairobi e di quella kenyana a Mosca.
All’inizio di febbraio la polizia del Kenya ha arrestato vicino alla frontiera con l’Etiopia un uomo con l’accusa di aver avvicinato dei giovani prospettando loro ottime opportunità di lavoro. Si chiama Festus Arasa Omwamba ed è responsabile di una sedicente agenzia di reclutamento che si chiama Global Faces Human Resources. L’operazione di polizia ha individuato un appartamento in cui si trovavano 22 uomini in attesa di partire. Altri tre avevano già lasciato il Paese.
Quelli salvati hanno raccontato di aver firmato con una agenzia di collocamento straniera non identificata dei contratti che li impegnavano a pagare fino a 18.000 dollari per visti, viaggio, alloggio e altri servizi. All’inizio i kenyani lasciavano il paese con visti turistici e raggiungevano la Russia passando per la Turchia o per gli Emirati Arabi Uniti. Dopo che il Kenya ha rafforzato la sorveglianza all’aeroporto internazionale della capitale Nairobi, li hanno portati in Uganda, Repubblica Democratica del Congo e Sudafrica e da lì in Russia.
In Kenya, e probabilmente in altri Stati, anche la Chiesa ortodossa russa, che nel 2021 ha istituito l’Esarcato patriarcale d’Africa oggi presente in 36 paesi e centinaia di parrocchie, ha contribuito al reclutamento di giovani africani, ai quali ha prospettato l’opportunità di studiare o lavorare in Russia per ritrovarsi poi invece al fronte. Ne parlano con dettagli e documentazione Massimo Introvigne su Bitter Winter (24 febbraio 2026) e Antonella Sinopoli su Nigrizia (10 marzo 2026).
L’Esarca Patriarcale d’Africa Konstantin ha respinto con indignazione le accuse. Anche le autorità russe hanno escluso di aver mai arruolato illegalmente degli africani. Sta di fatto che l’esistenza di africani che combattono contro l’Ucraina è accertata, e anzi negli ultimi mesi il loro numero è aumentato. In qualche modo in Russia devono esserci arrivati.
Il caso che in Kenya ha dato avvio alle inchieste giornalistiche e alle indagini di polizia sul ruolo della Chiesa ortodossa russa è quello di Charles Waithaka Wangari, un uomo di 31 anni, un calciatore, che secondo i familiari ha creduto di andare a lavorare in Russia come operatore di macchinari pesanti in una fabbrica, convinto grazie a contatti negli ambienti della Chiesa ortodossa. Spedito in prima linea, dopo due mesi è stato ucciso da una esplosione. Il suo corpo non è tornato in patria. Nel suo villaggio, Mukurwe-ini, si è svolta una cerimonia funebre simbolica: «una fotografia – racconta Bitter Winter – posta su una sedia e delle candele accese sul posto dove avrebbe dovuto esserci la bara».
Storie analoghe arrivano da altri Paesi. Dal Ghana risulta che siano partiti, anche loro allettati da false promesse, 272 uomini. 55 sono morti. Due sono stati catturati e sono tuttora prigionieri di guerra. Il governo sudafricano ha individuato 17 cittadini portati in Russia. È riuscito a rimpatriarli quasi tutti, ma due sono morti al fronte. Secondo le autorità nigeriane almeno 36 cittadini hanno lasciato il Paese, due dei quali sicuramente caduti in combattimento.
Preoccupato per il crescente reclutamento illegale di giovani, a metà febbraio il ministero degli esteri nigeriano ha diramato un allarme urgente per mettere in guardia dall’accettare le offerte di lavoro per credibili che appaiano. «Diversi nigeriani, vittime di situazioni così sfortunate – ha dichiarato il portavoce del ministero degli esteri Kimiebi Ebienfa – sono stati inviati in zone di combattimento, dopo essere stati ingannati e costretti una volta arrivati in Russia a firmare dei contratti di servizio militare».
Il 15 marzo Musalia Musawai, primo segretario di gabinetto del Kenya, si è recato a Mosca per colloqui bilaterali su progetti relativi a sanità, istruzione, infrastrutture ed energia. È andato anche a chiedere che nessun kenyano sia più reclutato e mandato a combattere sul fronte ucraino e che quelli attualmente al fronte vengano rimpatriati, se lo richiedono. Il ministro degli affari esteri russo, Sergei Lavrov, ha dato assicurazione che non saranno più reclutati dei cittadini kenyani. Così, almeno, ha dichiarato Mudawadi alla stampa, mentre Lavrov non ha parlato se non per dire che tutti i combattenti stranieri, anche quelli kenyani, si sono uniti all’esercito russo volontariamente e nel pieno rispetto della legge.
Che degli africani disoccupati si lascino convincere a tentare la fortuna altrove non fa meraviglia. Sono decine di migliaia ogni anno quelli che lasciano il continente ed emigrano illegalmente immaginando facili guadagni e una esistenza invidiabile. La domanda è che cosa un esercito considerato uno dei più potenti al mondo se ne faccia di combattenti impreparati, privi di addestramento, probabilmente neanche in grado di capire gli ordini impartiti: vera carne da macello.
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