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REPORTAGE

Maalula: l'incubo del ritorno dei jihadisti, tredici anni dopo il martirio

A Maaloula, antichissimo villaggio cristiano nelle montagne siriane, era stato occupato dai jihadisti fra il 2013 e il 2014. Ora che i jihadisti sono al potere in tutto il paese, la popolazione rivive l'incubo dei massacri e dei rapimenti di allora. La testimonianza di padre Fadi. 

Libertà religiosa 30_07_2026
Maaloula

Nel giorno dell'incontro tra il segretario generale dell'Onu António Guterres e il Presidente della “nuova Siria” Ahmed al Shaara in una Damasco blindata – solo tre settimane prima, in occasione della visita del Presidente francese Macron, l'esplosione di due bombe nei pressi del suo hotel ha provocato un morto e decine di feriti - lasciamo la Capitale per Maaloula, sulle montagne del Qalamoun a nord est di Damasco, vicino al confine con il Libano.

Maaloula è un antichissimo villaggio cristiano fatto di case aggrappate alla roccia a 1400 metri sul livello del mare, noto perché è uno dei pochi luoghi al mondo - tra Siria, Iraq e Turchia - in cui si parla ancora l'aramaico, la lingua parlata al tempo di Gesù. Al di là dell'immagine da cartolina, però, Maaloula, è forse anche il luogo che racconta meglio le violenze, le atrocità, le contraddizioni di quasi quindici anni di guerra siriana. Tra il settembre 2013 e l'aprile del 2014 il villaggio fu interessato da violenti scontri tra l'esercito di Assad e i jihadisti di al Nusra, di cui fecero le spese decine di civili residenti (tra venti e settanta morti secondo le fonti, di cui tre giustiziati in odium fidei dagli estremisti per non essersi convertiti all'islam).

Maaloula racconta la storia di dodici suore ortodosse del convento di Mar Takla rapite nel dicembre 2013 dai medesimi jihadisti e rilasciate nel marzo successivo nell'ambito di uno scambio di prigionieri col governo siriano; racconta la storia della liberazione del villaggio dagli affiliati di al Nusra da parte dell'esercito regolare siriano con il contributo dei miliziani di Hezbollah e del Partito Nazionalista Sociale Siriano (SSNP), alleati di Assad. Maaloula racconta anche un'altra storia, più recente e inimmaginabile fino a pochi anni fa: quella del ritorno degli estremisti della jihad a minacciare gli abitanti cristiani. Com'è noto - ma forse non abbastanza - il gruppo armato che ha conquistato il potere in Siria a fine 2024, Hayat Tahrir al Sham (HTS), è una filiazione diretta di al Nusra; sciolto ufficialmente a inizio 2025, HTS è la base fondante dell'attuale “governo di transizione” di Damasco e ne controlla le istituzioni civili e militari.

A fine 2024, nel clima di euforia seguito alla formazione del nuovo governo di HTS, gruppi di islamisti armati, soprattutto giovani, hanno raggiunto Maaloula desiderosi di “riconquistare” la roccaforte cristiana da cui furono cacciati. La popolazione locale, accusata di collaborazionismo col vecchio regime – imputazione molto di moda al momento in Siria, e valida contro tutti i tipi di avversari, politici, religiosi, personali – si è trovata a rivivere gli incubi del passato; l'uccisione di un musulmano durante uno scontro a fuoco nella fattoria di un cristiano in cui si era introdotto per rubare ha riacceso l'odio confessionale e provocato la fuga dal paese di numerose famiglie cristiane per paura di ritorsioni.

Ora la situazione sembra più tranquilla, ed è proprio del presente che parleremo con Padre Fadi Barghil, sacerdote dell'ordine dei Basiliani del Santissimo Salvatore e parroco della chiesa–monastero cattolico melchita di San Sarkis e Bakhos (Sergio e Bacco) a Maaloula. Raggiungiamo il paese su un pulmino sgangherato attraverso le scenografiche montagne del Qalamoun; all'ingresso dell'abitato solo a noi, su dieci passeggeri, la polizia chiede il passaporto per “controllare chi entra”. La chiesa-monastero dei Santi Sergio e Bacco, 1700 anni di storia, è l'edificio costruito più in alto di tutto il paese; si trova su un piccolo altipiano che domina il villaggio e la vallata sottostante. Le rocce che racchiudono Maaloula nel loro abbraccio calcareo sono segnate dai simboli della cristianità: croci graffite sulle pareti, una statua del Santo libanese Mar Charbel, una statua “larger than life” della Vergine a benedire l'abitato (è una copia di quella distrutta nel 2013 dai jihadisti). Inerpicandoci sulla salita ci si fanno incontro numerosi campanili, ma anche due moschee – una dall'aria abbandonata, l'altra in piena ristrutturazione. Sul tetto di un edificio, in netto contrasto con l'ambiente circostante, garriscono la bandiera della nuova Siria e quella della shahada – la professione di fede nell'islam - nella versione della scritta nera su fondo bianco.

Troviamo Padre Fadi intento nei lavori dell'orto – la chiesa produce e vende conserve, confetture, sciroppi e liquori, oltre ad articoli religiosi ed oggetti di artigianato. Nonostante il basso profilo ed il sorriso sornione con cui ci accoglie, Padre Fadi è un personaggio ben noto nel Qalamoun: durante i mesi di tensione seguiti alla caduta di Bashar al Assad ha mediato più volte tra cristiani e islamisti per evitare nuovi spargimenti di sangue, a Maaloula e non solo. Padre Fadi ci accompagna in chiesa – una meraviglia scavata nella roccia quasi duemila anni fa – e ci mostra le icone sopravvissute ai jihadisti, seppur con i volti della Vergine e dei Santi cancellati dai fanatici di al Nusra; le altre, rubate dai miliziani, sono state sostituite da stampe affinché non se ne perda la memoria. Ci spostiamo quindi nel complesso del monastero, oggi privo di comunità monastica, dove regna un ordine perfetto ed ogni persona che incontriamo è impegnata in qualche attività: c'è chi mette la frutta a seccare al sole, chi tiene aperto il piccolo museo-negozio di souvenir, chi si occupa della caffetteria, chi della manutenzione degli spazi.

Padre Fadi ci fa accomodare nel salone di rappresentanza ed acconsente a rispondere ad alcune nostre domande, seppur in breve- forse per modestia, certamente non per timore: ha manifestato pubblicamente in più occasioni il diritto dei cristiani di Maaloula a vivere in pace nella terra che abitano da quasi due millenni.

Padre Fadi, quanti cristiani rimangono oggi a Maaloula?
In paese vivono attualmente circa trecento famiglie, per un totale di quasi mille persone. Prima del 2013 c'erano invece circa novecento famiglie.

Ci sono musulmani che vivono stabilmente a Maaloula?
Dopo il 2014 non c'era più nessuno, adesso sì, qualcuno è ritornato. Sia chiaro: non abbiamo nulla contro di loro. Noi amiamo i musulmani, ma non amiamo i jihadisti.

Secondo lei come è possibile che la gente in Siria sia più povera che mai, ora che al Paese sono state tolte le sanzioni economiche ed il suo governo è stato accolto ufficialmente nel consesso internazionale?
Lo chieda ad Ahmed al Shaara.

Dove sono andati i milioni di aiuti umanitari stanziati dai Paesi e dalle istituzioni occidentali alla Siria?
Chieda sempre a lui.

Lei l'ha mai visto di persona?
Solo in fotografia.

Non è stato lui a rapire nel 2013 le suore di mar Takla?
No, fu abu Malik, che all'epoca era il comandante di al Nusra per l'area del Qalamoun.

Padre Fadi ci mostra sul cellulare una foto di Abu Malik al Talli, al secolo Jamal Zeini, una delle figure di spicco del gruppo durante gli anni della guerra in Siria, ritiratosi a vita privata a Idlib dopo la cacciata di al Nusra dalla regione del Qalamoun. Dopo anni di assenza, Zeini è improvvisamente ricomparso in zona poco più di un mese fa con un codazzo di sostenitori al seguito, per un “giro di esplorazione” nei villaggi al confine col Libano. Casualmente – o forse no, non siamo in grado di stabilirlo - il suo ritorno ha coinciso con i reiterati inviti di Donald Trump ad al Sharaa a intervenire nel Paese dei Cedri per combattere Hezbollah. Mentre ne parliamo, Padre Fadi sorride con l'aria di chi avrebbe molto da dire ma tace per carità cristiana. Torniamo a rivolgerci a lui.

Secondo lei com'è possibile che le istituzioni occidentali che hanno legittimato il nuovo governo di al Shaara – Onu in testa - non si pongano il problema della rinnovata persecuzione dei cristiani in Siria? D'altronde sono composte da un consesso di Paesi con un'alta o altissima percentuale di popolazone cristiana.
A mio avviso la responsabilità di questo fenomeno è dei capi delle nostre chiese siriane – tutte, senza eccezioni - che non desiderano attirare l'attenzione sui cristiani di qua.

Perché secondo lei? Per paura?
Non credo: piuttosto perché vogliono stringere accordi, o meglio “collaborare” col nuovo governo.

Continuiamo a riflettere su queste ultime parole di Padre Fadi mentre, dopo esserci congedati da San Sergio e Bacco, ci affrettiamo verso il pullman del ritorno – se possibile ancor più sgangherato del primo – incontrando diverse donne velate sul nostro cammino.

Non mancano in Siria prelati coraggiosi come Monsignor Yacoub Murad, autorevole arcivescovo siro-cattolico di Homs che non più di una settimana fa ha chiesto alla comunità internazionale protezione per i cristiani di Siria, sconsigliando ai siriani espatriati di rientrare in madrepatria a causa del pericolo e delle condizioni di estrema povertà del Paese. Eppure nella nostra parte di mondo non vogliamo ascoltare.



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