Bastone e carota per Netanyahu e Zelensky alla Casa Bianca
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Riprendere i negoziati con l'Iran e impedire la saldatura tra le guerre del Golfo e in Ucraina: sembra questo il bilancio degli incontri a porte chiuse del premier israeliano e del presidente ucraino con Trump, che ha dettato loro le condizioni, in cambio della continuazione di aiuti politici e militari, con l'obiettivo di riaprire le trattative con Teheran ed evitare una rappresaglia dopo l’attacco dei droni ucraini a una nave iraniana.
Trump scongiura la saldatura tra le guerre del Golfo e in Ucraina e crea le condizioni per la ripresa dei negoziati con l’Iran. Questo sembra essere il bilancio degli incontri a porte chiuse di Washington con il premier israeliano Benjamin Netanyahu e con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky a cui ha forse dettato stringenti condizioni offrendo in cambio la continuazione degli aiuti politici e militari. L’assenza dei consueti show con i media e di dichiarazioni congiunte con i due leader sembra infatti indicare che le consultazioni abbiano riguardato aspetti da mantenere riservati.
Trump potrebbe aver dettato le condizioni a Netanyahu e Zelensky con l’obiettivo di riaprire i colloqui con Teheran ed evitare che l’Iran rispondesse con una rappresaglia militare all’attacco dei droni ucraini contro una nave iraniana in un porto russo sul Mar Caspio, Attacco annunciato il 27 luglio da Zelensky, che aveva riferito di «attacchi a lungo raggio nel Mar Caspio, tra cui navi utilizzate per il trasporto di materiale militare che vedono coinvolto l’Iran, e una nave da guerra». Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi aveva risposto minacciando rappresaglie contro l’Ucraina, secondo alcune fonti con l’attacco missilistico ai porti ucraini sul Mar Nero già da molti giorni oggetto di pesanti attacchi russi.
L’obiettivo di Zelensky sembrava essere quello di compiacere Trump ma sembra aver ottenuto l’effetto opposto: la Casa Bianca sta cercando faticosamente di riprendere i colloqui con Teheran per chiudere una crisi che minaccia l’intera economia mondiale e un allargamento del conflitto nel Golfo Persico rappresenterebbe un grave problema anche in vista delle elezioni di mid-term di novembre. Per Trump la guerra che non riesce a vincere contro l’Iran rappresenta un rischio politico sempre più grave e ora deve puntare a ottenere la riapertura dello Stretto di Hormuz e la stabilità dei mercati energetici. Non a caso il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha ha avuto un colloquio telefonico con Araghchi in cui ha assicurato che l'attacco ucraino alla nave iraniana «è stato involontario e che l'Ucraina non vuole un'escalation». Contesto imbarazzante perché di fatto Sybiha ha smentito Zelensky.
«Il recente attacco dell'Ucraina contro un'imbarcazione iraniana nel Mar Caspio dovrebbe destare seria preoccupazione tra i responsabili politici statunitensi», ha dichiarato all’agenzia Adnkronos Jennifer Kavanagh, senior fellow e direttrice delle analisi militari presso Defense Priorities. «Zelensky comprende che l'unico modo per vincere la sua guerra è espanderla, coinvolgendo più direttamente gli Stati Uniti e l'Europa nel conflitto. L'attacco all'imbarcazione iraniana e le sue ripetute dichiarazioni sulla condivisione di informazioni d'intelligence tra Russia e Iran sono tentativi palesi di collegare i due conflitti. Se lui diventa un combattente nella guerra degli Stati Uniti contro l'Iran, spera che gli Usa facciano lo stesso in Ucraina», sostiene Kavanagh.
A Washington, Zelensky sembra aver ricevuto da Trump l’impegno a valutare l’invio di ulteriori missili anti-missile Patriot, la cui assenza rende l’intera Ucraina facile bersaglio per i missili balistici russi, anche se la proposta di Zelensky di produrre tali missili sul suolo ucraino non è facilmente realizzabile. Innanzitutto perché difficilmente gli USA cederanno tale tecnologia all'Ucraina da cui moltissime armi americane ed europee sono già state smerciate clandestinamente a milizie e gruppi armati in tutto il mondo. Inoltre ogni stabilimento industriale in territorio ucraino è sotto il tiro delle armi russe e infine le forze armate statunitensi sono le prime oggi ad avere carenza di tali armi dopo averne fornite tante a Kiev e consumate in gran numero nella guerra all’Iran.
Zelensky valuta di avere bisogno di almeno 300 Patriot entro l’inverno: se anche fossero disponibili il loro costo, circa 1,5 miliardi di dollari, dovrebbe venire saldato dagli europei, sempre più restii a comprare armi “made in USA” per l’Ucraina al punto che su 32 stati membri della NATO solo 10 hanno accettato di sostenere tali acquisti.
Il presidente ucraino incassa però la disponibilità di Washington a varare nuove sanzioni contro Mosca il cui impatto però non sembra poter influenzare il corso degli eventi sul campo di battaglia che sta favorendo i russi.
A Netanyahu il presidente americano potrebbe aver intimato di non ostacolare i difficili negoziati USA-Iran con nuovi attacchi a Teheran o agli Hezbollah nel Libano meridionale, a cui l’Iran pretende venga esteso il cessate il fuoco. In cambio Washington continuerebbe a sostenere Israele con denaro, armi e munizioni e potrebbe dare il via libera all’espansione della colonizzazione israeliana della Cisgiordania con un piano per decine di nuovi insediamenti già varato dal governo di Tel Aviv: un piano utile a garantire i consensi dei partiti più conservatori che sostengono il governo di Netanyahu in vista delle elezioni di ottobre.
Una interpretazione in chiave elettorale dell’incontro tra Trump e Netanyahu è stata proposta ad Adnkronos da Alissa Pavia, direttrice associata dei programmi per il Medio Oriente del think-tank Atlantic Council. «L'incontro va letto in relazione alle campagne elettorali di entrambi. Netanyahu, che si trova in leggero svantaggio nei sondaggi, ha puntato a dimostrare di essere l'unico leader in grado di garantire la sicurezza di Israele. Mantenere saldo il rapporto con gli Stati Uniti rimane tuttora un messaggio chiave per i cittadini israeliani, che vedono ancora in Washington un alleato militare, strategico e ideologico fondamentale nonostante gli screzi di questi ultimi mesi».
Trump infatti sembra aver accettato di scatenare la guerra all’Iran convinto da Netanyahu e dall’intelligence israeliana (ma anche da tanti “falchi” repubblicani come i senatori Ted Cruz e lo scomparso Lindsay Graham), che assicuravano il crollo del regime di Teheran in poche settimane. Anche per questo il premier israeliano è stato costretto a dichiarare il 28 luglio che non avrebbe ostacolato le decisioni di Trump rispetto alla crisi con l’Iran.
In termini politici e elettorali, secondo Pavia, anche Trump ha sfruttato l'incontro con Netanyahu per continuare ad apparire come un amico d'Israele, specie con le elezioni di metà mandato del Congresso a novembre e il rischio molto alto di perdere, per lo meno, la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti. «Rimane fondamentale esserlo per una fetta importante del suo elettorato, dagli evangelici ai conservatori e, in parte, per la comunità ebraica», spiega l'analista.
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