L'uomo venuto dal Kremlino, un film sul clima ai tempi del Concilio
Diretto dall'australiano Michael Anderson, L'uomo venuto dal Kremlino descrive bene il clima che preparò il Sessantotto, il Concilio e il favore con cui tanti cattolici, soprattutto giovani, accolsero i “tempi nuovi”.
L'altra sera TV2000 ha trasmesso L'uomo venuto dal Kremlino, chilometrico film del 1968. Giustamente la tivù dei vescovi fruga alla ricerca di pellicole il meno lontane possibile dal messaggio cattolico, cosa non facilissima e che spiega la vetustà di certe proposte. O la fragilità di altre, come la mitizzata serie The Chosen, di cui tanti si dicono entusiasti (io no, a cominciare dal titolo). Ma su L'uomo venuto dal Kremlino vale la pena di soffermarsi perché descrive bene il clima che preparò il Sessantotto, il Concilio e il favore con cui tanti cattolici, soprattutto giovani, accolsero i “tempi nuovi”. Infatti, dal Cremlino non venne solo l'uomo del film, ma anche la valanga di denaro che alimentò la propaganda comunista in Occidente. Per dirne una, il sottoscritto, ultimo anno di liceo, si ritrovò tra le mani un Libretto Rosso coi “pensieri” di Mao, tradotto in italiano e stampato nell'Albania di Hoxha: tentativo di cooptazione del più brillante studente della città.
E veniamo al film. Diretto dall'australiano Michael Anderson e tratto dal romanzo The Shoes of Fisherman (“Nei panni del Pescatore”) di Morris West del 1963, durava quasi tre ore e squadernava un cast (per l'epoca) stellare: Anthony Quinn, sir Laurence Olivier, sir John Gielgud, David Janssen (famoso per la serie Il fuggiasco), Leo McKern, Oskar Werner, Frank Finlay, addirittura Isa Miranda e camei di Folco Lulli, Arnoldo Foà, Leopoldo Trieste, nonché un ruolo di primo piano per Vittorio De Sica che, stranamente, scompare nella seconda parte del film. La trama: Kiril Lakota, arcivescovo greco-cattolico di Leopoli, è ai lavori forzati nel gulag siberiano quando viene convocato a Mosca. La Cina, alla fame per le politiche maoiste, è sul punto di scatenare l'opzione militare per approvvigionarsi a mano armata a spese dei vicini. Ciò, data la rete di alleanze, rischia di deflagrare in conflitto di tutti contro tutti. Così, Mosca prova a mandare Kiril in Vaticano perché faccia da infuencer a favore della pace. Infatti, il Vaticano non ha divisioni, ma ha una grandissima influenza psicologica su mezza umanità.
Certo, il plot è deboluccio, anche perché l'Urss le “offensive pacifiste” le lanciava solo pro domo sua, e della pace nel mondo non gliene poteva frega' de meno. Ma era il tempo in cui la Domenica del Corriere metteva in copertina Roncalli, Kennedy e Krusciov mano nella mano come “operatori di pace”. Insomma, dài e dài, Kiril viene eletto papa col nome di Cirillo I e subito diventa protettore di un prete di curia sotto impeachment perché professa le teorie di Theilard de Chardin. In effetti, all'epoca, il discusso gesuita era il pallino del clero progressista, che allora si chiamava modernista. Kiril viene eletto per acclamazione, ma prima trova il modo, in incognito, di accorrere al capezzale di un morente. Che è ebreo, e perciò Kiril gli recita le orazioni del rito ebraico. La Chiesa preconciliare avrebbe fatto di tutto per battezzarlo, ma lui non è mica “spietato” come Pio IX col piccolo Mortara. Gran finale: riuscito a fermare la mega-guerra, Cirillo I, dopo sofferta meditazione, annuncia Urbi et orbi che la Chiesa donerà tutte le sue ricchezze ai poveri. Qualche porporato è perplesso ma poi prevale il Tu es Petrus, cioè il recentissimo “il papa è lui”, e squillano le campane in tutto il pianeta. The End. Insomma, questo era il clima che portò Paolo VI a rinunciare al plurale maiestatis, alla sedia gestatoria e a vendere il triregno a favore dei poveri.
Per un parallelo storico: alla fine del XIII secolo la voglia di un “papa santo”, dopo sequele di pontefici impegnati in guerre feudali e bracci di ferro con re e imperatori, era tale che contagiò anche il Sacro Collegio. Così, il clero a furor di popolo andò a prelevare Pietro da Morrone dal suo eremitaggio e lo incoronò Celestino V. Il sant'uomo, ottantenne, si rese presto conto di non sapere fare il papa e optò per il “gran rifiuto”. Gli successe Bonifacio VIII, che santo non era ma aveva la tempra giusta. Però, Celestino era stato indotto a riempire la Curia di cardinali francesi. Da qui, l'oltraggio di Anagni e la Cattività Avignonese, cui seguì la Scisma d'Occidente. E a quel tempo la propaganda correva di bocca in bocca. Oggi ha ben altri mezzi per orientare la vox populi.
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