• L'INTERVISTA

L'Ucraina sospesa fra Est e Ovest

Settimane di fuoco per l'Ucraina, la repubblica post-sovietica sospesa fra la Russia e l'Europa. Una rivoluzione che può finire in tragedia. Ce ne parla il professor Bielanski, di Cracovia (Polonia) attento osservatore dei cugini orientali.

Manifestante

Settimane di tensione al calor bianco in Ucraina. Ci sono scene da vera e propria rivoluzione, con mezzo milione di persone in Piazza dell’Indipendenza, sedi istituzionali occupate e un duro confronto con la polizia. L’insurrezione è scoppiata la settimana scorsa, con la mancata ratifica, da parte del governo di Kiev (dominato dal Partito delle Regioni, filo-russo e facente capo al presidente Viktor Yanukovich) dell’accordo di associazione con l’Unione Europea. A questo improvviso distacco dall’Occidente, la popolazione giovane di Kiev ha risposto con la protesta pubblica. Dopo una prima repressione violenta, sabato scorso, altre centinaia di migliaia di ucraini sono scesi in piazza, trasformando una contestazione studentesca in una vera e propria sollevazione. Domenica i manifestanti hanno abbattuto e decapitato la statua di Lenin: una scena che ricorda quelle della rivoluzione nell’Urss del 1991. La Nuova Bussola Quotidiana ha chiesto un commento al professor Stefan Bielanski, uno dei maggiori esperti polacchi di integrazione europea, direttore del centro di ricerca “Mediterraneum” presso l’Istituto di Politologia dell’Università Pedagogica di Cracovia.

Professor Bielanski, oggi siamo arrivati a una resa dei conti a Kiev? La polizia ha bloccato le vie d’uscita della Piazza dell’Indipendenza, ma non c’è ancora uno scontro violento e frontale con i manifestanti. Agenti e civili sono faccia a faccia. Per ora si è in attesa della tavola rotonda con le opposizioni, proposta dallo stesso presidente ucraino. Viktor Yanukovich, da un lato mira a intimidire chi protesta, dall’altro apre alla trattativa. E lo fa, chiaramente, sotto pressione internazionale. Oggi arriverà a Kiev Catherine Ashton, per conto dell’Unione Europea. E c’è una novità anche dalla vicina Russia: amnistia annunciata da Putin, in occasione del 20mo anniversario della costituzione russa. E credo che, anche qui, abbia influito molto l’annuncio del boicottaggio delle Olimpiadi invernali di Sochi da parte del presidente tedesco, Joachim Gauck. Che, non scordiamolo, era un esponente del dissenso anti-comunista nella Germania orientale. Il quadro, dunque, è più ampio rispetto a quel che avviene nella Piazza dell’Indipendenza a Kiev: da una parte c’è l’Unione Europea (in particolare Germania, Polonia e Paesi scandinavi) e dall’altra ci sono la Russia e un vero mosaico di posizioni politiche in lotta in Ucraina.

Partendo dall’Ucraina, domenica è stata decapitata una statua di Lenin. La protesta, dunque, è mossa dagli ideali anti-comunisti delle rivoluzioni del 1989-91?
La cosa più singolare è come quella statua di Lenin sia sopravvissuta in questi 22 anni di storia dopo la caduta dell’Urss. D’altra parte, negli Stati ex sovietici è quasi normale che parte dell’eredità storica comunista non venga rinnegata, lo stesso vale per l’Ucraina. Tuttavia io non credo che questo sentimento sia condiviso da tutto il popolo ucraino, che è molto diviso. Non dobbiamo dimenticare che quando diciamo “Ucraina” stiamo parlando quasi di due nazioni distinte. Le regioni orientali e la Crimea facevano parte della Russia e solo negli anni ’60 sono state “donate” da Chrushev alla Repubblica Socialista Sovietica d’Ucraina. Quando però l’Ucraina è diventata indipendente, non ha restituito questo regalo al mittente e si è tenuta tutte quelle regioni, dove si parla tuttora correntemente il russo e ci si identifica con Mosca. L’Ucraina occidentale è un altro Paese, dove si parla prevalentemente l’ucraino, una lingua molto simile al polacco (io stesso posso seguire i loro programmi televisivi in lingua originale) e dove la mentalità dominante è quella tipica dell’Europa centrale.

C’è uno scontro ideologico, oltre che territoriale?
Nelle regioni occidentali, da un punto di vista ideologico, attecchisce di più il movimento nazionalista, che si considera discendente dell’Oun, l’armata insurrezionale che combatté contro i sovietici nella Seconda Guerra Mondiale. Era una componente armata anti-comunista, ma anche anti-polacca, perché l’Ucraina occidentale era parte della Polonia orientale, allora. L’Oun si macchiò anche di gravi crimini, uccidendo centinaia di migliaia di civili polacchi nella regione della Volinia. Adesso, comunque, i nazionalisti sono diventati filo-occidentali e hanno sposato la causa dell’unità europea, assieme alla Polonia. I filo-russi, invece, contano sull’appoggio della popolazione delle regioni orientali, della Crimea e di tutti quei cittadini che, indipendentemente da dove abitano o da dove sono nati, hanno nostalgia dell’Urss. Perché ai tempi dell’impero sovietico, l’Ucraina era una repubblica privilegiata, politicamente ed economicamente, ospitava i grandi complessi militar-industriali del Donbass e di Donetsk. Quando l’Unione è crollata, sono arrivati i nuovi ricchi, ma anche tantissima povertà. Il sentimento pro-sovietico è rimasto soprattutto fra questi. Kiev è una realtà ancora differente. Ha una grande popolazione di giovani che sono sinceramente filo-europei, perché vogliono avere un’opportunità in più per viaggiare, lavorare e studiare all’estero. Attualmente non tutti sono figli di oligarchi, che possono permettersi gli studi ad Oxford o Harvard, la gran massa di giovani sente di non avere un futuro in Ucraina e vede l’accesso all’Ue come la propria unica speranza. Fra la gente comune, l’Ue è vista come un grande spazio privo di violenza, di guerre, di corruzione, dove si può circolare e lavorare liberamente. Lasciamo perdere, per un attimo, lo scetticismo diffuso fra i membri dell’Ue e pensiamo agli emigranti ucraini che vanno a lavorare nell’Ovest, in particolare in Polonia dove parlano quasi la stessa lingua e sono etnicamente molto simili: tornando nelle loro città diffondono questa voglia di Europa, si chiedono “perché i polacchi sono nell’Ue e noi no?”. Ed è stata la dura repressione poliziesca contro i giovani manifestanti (con scene terribili dei pestaggi trasmessi in chiaro dalle Tv ucraine: contrariamente in Russia, lì ci sono ancora dei media indipendenti e non controllati dal governo) a costituire la scintilla che ha fatto scoppiare la vera e propria sollevazione popolare a Kiev.

L’Ue è vista come una terra promessa, nonostante tutti i suoi gravi problemi?
No, ma fra il sistema russo fatto di oligarchie e quello dell’Europa centrale, preferiscono decisamente il secondo. Un sistema a loro escluso, eppure così vicino, così apparentemente a portata di mano (il problema da superare è solo quello di passare la frontiera polacca), ma negato da un complesso sistema di visti e controlli. E poi c’è anche una questione identitaria: l’Ucraina occidentale è sempre stata parte dell’Occidente, sia nella Polonia che nell’Impero Austro-Ungarico. Non ha nulla a che vedere con le regioni orientali tradizionalmente russe. Città come Lviv (nel passato più conosciuta con il nome polacco Lwow ed in italiano Leopoli) non hanno mai avuto a che fare con Mosca o Pietroburgo.

Conta molto la divisione religiosa fra cattolici e ortodossi?
Conta poco, prima di tutto perché gli ucraini occidentali sono cattolici orientali, uniati. È una Chiesa che risponde al Papa, ma ha un proprio rito derivato da quello bizantino, simile a quello della Chiesa ortodossa. Dall’altra parte, in Ucraina ci sono due Chiese ortodosse, una risponde al Patriarca di Mosca e l'altra al Patriarca di Kiev. Lo scenario è dunque molto più frammentato e trasversale: molti ortodossi sono nazionalisti. Lo scontro di queste settimane non è religioso, ma soprattutto politico, economico e ideologico.

Putin è visto, anche da molti cattolici, come un vero difensore del cristianesimo. Quella in Ucraina è dunque una battaglia fra il “laicismo europeo” e il “cristianesimo russo”?
Non direi, bisogna però distinguere fra la politica religiosa di Putin e la sua strategia geopolitica. In Polonia, specialmente dopo la catastrofe aerea di Smolensk (nel 2010, in quel distastro aereo, sono morte 96 persone, fra cui anche il presidente polacco Lech Kaczynski) prevale la diffidenza nei contronti della Russia di Putin. In questo contesto non ci si può meravigliare che anche la politica estera di Mosca venga spesso criticata da gran parte del mondo politico polacco. Quando si pensa al potere della Russia e al recentissimo passato sovietico e poi si vedono le manovre di Putin, il presidente del Cremlino non viene più visto come un difensore della fede, bensì, semplicemente, come il nuovo, ennesimo, zar che vuole espandere la Russia, a danno dei vicini, Polonia compresa. Il progetto di Putin e Yanukovich è evidente: vogliono un’unione doganale euroasiatica e, al tempo stesso, mantenere buone relazioni con l’Ue. Ma soprattutto vogliono creare uno spazio post-sovietico. Non dobbiamo dimenticare che Putin disse che la maggior catastrofe geopolitica recente fu la caduta dell’Urss. Ed è chiaro l’intento di volerla ricostruire, seppure con altre basi ideologiche. Ma, in questo progetto, non hanno tenuto conto del sentimento della popolazione.

Alcuni giornalisti e analisti italiani ritengono che quella ucraina non sia una rivoluzione popolare, ma un golpe architettato soprattutto dalla Germania…
Semmai il complotto è stato preparato e pilotato dalla Russia. Fino all’ultimo sembrava che fossero tutti d’accordo sulla firma dell’associazione fra l’Ue e l’Ucraina. Pian piano Kiev si sarebbe avvicinata all’Europa centrale e occidentale e quella che, tuttora, è considerata come una “zona grigia” sarebbe diventata una vera area di cooperazione, regolata e alla luce del sole. È Putin che, bruscamente, ha cambiato rotta e ha ricattato il governo di Kiev, come ha ammesso lo stesso presidente Yanukovich al summit europeo di Vilnius, la settimana scorsa. Se complotto c’è stato, dunque, questo è avvenuto a Mosca. In Occidente, semmai, c’è stata una reazione, a posteriori, alla grande sorpresa ucraina. Fra i Paesi più impegnati c’è la Polonia che ha assunto un atteggiamento particolarmente amichevole nei confronti della causa dei manifestanti, sia per motivi di vicinanza (etnica, culturale, storica), che politici. Ed è incredibile vedere tutte le forze politiche di Varsavia finalmente unite in un’unica causa: considerando quanto hanno litigato negli ultimi anni, è quasi un miracolo.

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