L'Onu e l'ossessione islamofoba, ma guardi in casa musulmana
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Durante la Giornata Mondiale contro l’islamofobia, il segretario dell'Onu Guterres ivita i governi ad adottare misure concrete a tutela dei fedeli di Allah. Ma dimentica due fatti: la confessione più perseguitata al mondo è il Cristianesimo mentre l'islam è perseguitato proprio dagli stessi musulmani. Ecco dove.
«I 2 miliardi di musulmani nel mondo provengono da ogni angolo del globo, rispecchiando la vasta diversità dell’umanità stessa. Eppure, spesso si trovano ad affrontare discriminazioni istituzionali, esclusione socioeconomica, politiche migratorie discriminatorie e sorveglianza e profilazione ingiustificate. Queste preoccupanti tendenze sono alimentate dalla retorica anti-musulmana e dall’odio vero e proprio, che possono sfociare in molestie e violenze contro individui e luoghi di culto».
E ancora, «I governi devono adottare misure concrete per contrastare l’incitamento all’odio, proteggere la libertà religiosa e combattere la discriminazione nei confronti dei musulmani». A lanciare l’allarme è il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres. Lo ha fatto in occasione della Giornata Mondiale contro l’islamofobia, una ricorrenza che dal 2022 rappresenta un «invito globale alla riflessione, alla tolleranza e, soprattutto, all’azione». La vulgata vuole l’islamofobia come un’urgenza nelle nostre società. E così l’Onu lancia un monito duro. Che nasconde, però, un’omissione clamorosa.
Perché ciò che Guterres dovrebbe specificare, se volesse offrire un’esatta fotografia della realtà, è l’identità di chi realmente perseguiti i fedeli di Allah. Noi occidentali, ostaggi di un atavico e ingiustificato senso di colpa, sembriamo quasi voler chiedere scusa per aver edificato civiltà prospere e democrazie compiute. Ormai pervasi da una sorta di complesso di inferiorità morale nei confronti del mondo islamico, siamo stati addestrati a puntarci l’indice contro istintivamente, al primo soffio di accusa, pronti a dichiararci colpevoli di ogni discriminazione. La realtà, però, scrive un’altra storia.
E mentre il Palazzo di Vetro si concentra su un’unica direzione, i numeri gridano una verità diversa. È infatti doveroso prima di tutto chiedersi perché si taccia sulle reali emergenze feroci. Parliamo dell’antisemitismo, per esempio, che minaccia la totalità dei sedici milioni di ebrei nel mondo, o del massacro silenzioso ed ignorato che ogni anno falcia i cristiani.
I numeri non opinano, parlano. E ci dicono che è il cristianesimo la religione più perseguitata al mondo. Oggi, quasi 400 milioni di cristiani — uno su sette — vivono sotto il giogo della persecuzione. I dati del 2025 sono una ferita aperta: quasi 5.000 fedeli uccisi per la loro fede. In media, tredici al giorno. Una mattanza quotidiana che non trova però spazio nelle agende mediatiche globali.
L’ultimo rapporto di Open Doors, la World Watch List 2026, scatta un’istantanea dell’orrore: dei circa 400 milioni di perseguitati, ben 201 milioni sono donne o bambine, mentre 110 milioni sono minori di 15 anni. Il fronte del martirio si allarga: i Paesi con un livello di persecuzione “estremo” sono saliti da 13 a 15. Se la Corea del Nord resta l’inferno in terra per chi professa Cristo, la lista nera si allunga con Somalia, Eritrea, Libia, Afghanistan, Nigeria e Siria, quest’ultima scivolata in un abisso di violenza senza precedenti. La Nigeria si conferma l’epicentro del sangue: da sola conta 3.490 vittime, il 70% del totale mondiale. Oltre alle uccisioni, che tornano tristemente a salire rispetto al 2025, si contano migliaia di arresti arbitrari e oltre 3.600 attacchi diretti alle chiese. Fatta eccezione della Corea del Nord, parliamo di Paesi a maggioranza islamica.
Ma c’è ancora un'altra faccia della medaglia che i dati rendono ineludibile: se si allarga la lente, si scopre che i veri nemici dell’islam sono i musulmani stessi, intrappolati in una fratricida e permanente guerra intestina.
E le dittature. La Cina ne è l’esempio più feroce: qui la repressione della minoranza uigura (turcofona, in gran parte musulmana) è spietata, con un milione e mezzo di persone internate in campi di rieducazione. In Myanmar, l’ultimo decennio sono 25mila musulmani uccisi e circa settecentomila profughi, mentre in India i raid dei nazionalisti indù continuano a mietere vittime.
In Pakistan praticamente il 100% della popolazione è devota ad Allah e le minoranze sciite e ahmadiyya – bollate come eretiche – subiscono arresti e attentati sistematici. In Afghanistan, il regime talebano giustizia ogni anno circa cinquemila sciiti, mentre in Iraq lo scontro fratricida tra sunniti e sciiti ha prodotto un’ecatombe da decine di migliaia di morti. E in Sudan, dove il 95% della popolazione è islamica, la guerra civile produce 5000 musulmani uccisi di morte violenta.
Nel giorno dedicato all’islamofobia, l’ONU avrebbe il dovere morale, poi, di guardare verso le dittature e non l'Occidente. A Teheran, per esempio. António Guterres — il Segretario portoghese la cui gestione appare sempre più simile a un funambolismo ideologico — continua a officiare il rito della Giornata contro l’islamofobia: un paradosso vivente, se si considera che sotto la sua egida l’Iran, lo Stato che soffoca nel sangue chiunque osi sfidare i “precetti di Allah” (i dissidenti vengono battezzati “mohareb”, nemici di Allah), ha trovato comodamente posto in svariate commissioni per i diritti umani.
Dietro l’ossessione per l’islamofobia non c’è però solo il titanismo di Guterres, ma la regia sapiente dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OIC). Con i suoi 56 Stati membri più l’Autorità Palestinese, l’OIC agisce come il più imponente blocco di pressione confessionale al mondo, impegnato da anni in una sottile guerra diplomatica per criminalizzare ogni critica all’islam, puntando il mirino contro Usa e Europa.
Come documentato dall’avvocato Deborah Weiss, in una monografia pubblicata dal Center for Security Policy Press, l’agenda dell’OIC si muove attraverso il dedalo delle risoluzioni ONU e delle conferenze multilaterali. L’obiettivo, cristallizzato nel programma d’azione lanciato nel 2005, è tanto chiaro quanto inquietante: utilizzare lo scudo dell’islamofobia per disarmare intellettualmente l’avversario. Si vuole, in sostanza, mettere al bando ogni dibattito sulla ferocia dell’islamismo, silenziando le analisi sul terrorismo jihadista, sulla persecuzione delle minoranze e sulle sistematiche violazioni dei diritti umani commesse in nome di Allah.
Già nel 2008, il primo rapporto dell’OIC sulla materia tracciava la rotta, infiltrando il discorso pubblico attraverso il Consiglio d’Europa, l’OSCE e i più prestigiosi atenei da Georgetown a Oxford. La tesi era un dogma preconfezionato: l’islamofobia starebbe «conquistando la mentalità della gente comune in Occidente», minacciando la stabilità globale.
Le conclusioni di quel documento risuonano oggi come un ultimatum: si invitava l’Europa a «perseguire e punire» attraverso leggi speciali, a derubricare il terrorismo a mero «conflitto politico» e a garantire l’assoluta libertà delle pratiche islamiche, invocando il diritto di affrancarle dal «pregiudizio delle leggi dei singoli Stati».
È qui che il cerchio si chiude.


