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NATALE IN VERSI / 3

L’Inferno e il Natale dei poeti maledetti

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Verlaine usò l’espressione “poeti maledetti” per indicare i veri poeti. Visse il suo personale inferno in terra, come Rimbaud, ma poi si aprì alla grazia di Dio, convertendosi.

Cultura 26_12_2023
Verlaine

Li chiamarono poeti maledetti. Il nome proveniva dalla poesia Benedizione (Baudelaire, Les fleurs du mal) in cui una madre maledice la condizione del figlio artista, non riconosciuto e apprezzato dalla società e perciò emarginato. Paul Verlaine (1844-1896) utilizzò l’espressione per indicare i veri poeti, votati all’arte, alla bellezza, alla creatività, devoti a valori che erano in aperta contrapposizione con la società borghese e positivista contemporanea.

Insieme a Baudelaire e a Verlaine, anche Arthur Rimbaud (1854-1891) fu conosciuto come poeta maledetto. A soli diciannove anni fu pubblicata la sua opera più celebre: Une Saison en Enfer, ovvero Una stagione all’Inferno. Era il 1873, l’anno della furibonda lite con l’amico Verlaine che il 10 luglio lo ferì al polso con un colpo di pistola, dopo aver ricevuto la notizia che Rimbaud intendeva lasciarlo. Verlaine venne condannato a due anni di carcere e ad una multa, mentre Rimbaud ritornò a Roche alla fattoria materna, ove scrisse in poche settimane il suo capolavoro.

Ogni uomo si perde nella selva oscura, nella vita, attraversa il suo Inferno. L’Inferno sulla Terra non è ancora eterno. Rimbaud lo attraversò in quell’anno, anche se i presagi dello sprofondamento in quel baratro erano avvistabili molto prima, i passi dell’inabissamento si erano già mossi. La crisi diventa cammino, scelta, giudizio, proprio come indica l’etimo greco del termine: quindi, ancora, crisi si traduce in possibilità di separazione da ciò che è male, che ti distrugge. Nell’antica Grecia la parola «crisi» alludeva alla separazione del grano dalle piante infestanti.

Una stagione all’Inferno contribuì a creare il mito del poeta geniale e maudit. Nel percorso all’Inferno, Rimbaud incontra la possibilità dell’uscita dall’oscurità, il bene all’interno della selva (come recita Dante: «per trattar del ben ch'i' vi trovai»).

Ecco la sorprendente poesia Natale sulla Terra. Recita così:

Dallo stesso deserto,
nella stessa notte,
sempre i miei occhi stanchi si destano
alla stella d’argento,
sempre,
senza che si commuovano i Re della vita,
i tre magi, cuore, anima, spirito. Quando
ce ne andremo di là
dalle rive e dai monti,
a salutare la nascita del nuovo lavoro,
la saggezza nuova, la fuga dei tiranni e dei demoni,
la fine della superstizione,
ad adorare – per primi! – Natale sulla terra!

Sentiamo nei versi il senso di solitudine e la stanchezza, ma, nel contempo, la speranza di incontrare di nuovo quella saggezza nuova sulla Terra che rende nuove tutte le cose. Quella saggezza che Rimbaud ha già incontrato da bambino e poi da ragazzo, quell’annuncio di un mondo nuovo, che può incominciare per ciascuno di noi già in questo mondo, se solo lasciamo aperta la porta del nostro cuore e domandiamo che Lui venga.

Gesù è il Regno di Dio, è la speranza dell’uomo nuovo, rigenerato, perché redento.  Rimbaud intraprese, di lì a poco, un viaggio, lontano dall’Europa, alla ricerca, forse, di qualcosa che potesse rendere nuova la sua vita. Rimbaud visse una vita errabonda, sempre annoiato da quei piaceri che la vita offre, come scrisse lui stesso nelle lettere dall’Africa.

Cosa accadde, invece, a Verlaine? Scontata la pena di due anni di carcere, Verlaine si convertì poi al cattolicesimo e scrisse un’opera che è testimonianza del suo cambiamento: Sagesse (Saggezza). A prefazione della raccolta Verlaine scrisse:

«L’autore di questo libro non ha sempre pensato come oggi. Egli ha lungamente errato nella corruzione contemporanea, prendendo la sua parte di colpa e d'ignoranza. Dispiaceri molto meritati l'hanno dopo avvertito, e Dio gli ha fatto la grazia di comprendere l'ammonimento. Egli si è prosternato davanti all'Altare lungamente misconosciuto, adora la Bontà Infinita e invoca l'Onnipotente, figlio sottomesso della Chiesa, l'ultimo nei meriti, ma pieno di buona volontà. Il sentimento della sua debolezza e il ricordo delle sue cadute l'hanno guidato nell'elaborazione di quest'opera che è il suo primo atto di fede pubblica dopo un lungo silenzio letterario».

Come dobbiamo essere per riconoscere il Signore? Lo scrisse Verlaine nei versi del Natale. Occorrono domanda, preghiera e semplicità, perché il Signore ci permetta di rinascere come bambini:

Gesù bambino, come dobbiamo essere
se vogliamo vedere Dio Padre:
accordaci allora di rinascere

come puri infanti, nudi, senz’altro rifugio
che una stalla, e senz’altra compagnia
che un asino e un bue, umile coppia;

d’avere infinita ignoranza
e l’incommensurabile debolezza
per cui l’umile infanzia è benedetta;

Lo riconobbe il poeta Rainer Maria Rilke (1875-1926) in La nascita di Gesù:

Se in te semplicità non fosse, come
T’accadrebbe il miracolo
di questa notte lucente? Quel Dio,
vedi, che sopra i popoli tuonava
si fa mansueto e viene al mondo in te.

Più grande forse lo avevi pensato?

L’umiltà ci permette di riconoscere il dono, la chiamata, la grazia e dire «sì», come la Madonna. La povertà di spirito ci consente di non nasconderci nei nostri rifugi e nelle tane, ma di uscire ad ascoltare l’annuncio del Natale.