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TEMPO DI AVVENTO

L’attesa di Gesù nelle meditazioni dei santi

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Le meditazioni di alcuni santi come Ilario di Poitiers, Ireneo di Lione, Massimo di Torino e Cesario di Arles: spunti per la conversione del cuore, nell’attesa del Natale di Gesù, il Verbo incarnato.

Ecclesia 20_12_2023

«Immaginate che uno di voi debba ricevere in casa il proprio padrone, vedrete che farà sparire da essa tutte le sporcizie e tutte le cose sconvenienti, preparando poi secondo le proprie possibilità ciò che si conviene ed è necessario. Ora, se si comporta così un semplice mortale per accogliere un altro mortale, quanto più non è d’uopo che la creatura si purifichi per non dispiacere al suo Creatore, quando si manifesta nella carne?». Così scrive in un sermone un autore anonimo del IX secolo, evidenziando l’esigenza per il cristiano di preparare la strada al Signore che viene.

«Fissate in alto il vostro pensiero e la vostra attesa sia sospesa a Dio, perché possiate dire come dice l’Apostolo: “La nostra conversazione è nei cieli, ed è di là che noi aspettiamo il Salvatore” (Fil 3,20)», sottolinea sant’Ilario di Poitiers. Lo stesso dottore della Chiesa rileva ancora che «negli antichi giusti la Chiesa attese il primo avvento, attende del pari il secondo nei giusti della Nuova Alleanza. E come era certa di veder saldato con il primo il prezzo della redenzione, così è sicura che il secondo le apporterà il frutto della remunerazione. Sospesa da questa attesa e da questa speranza al di sopra delle cose della terra, essa aspira con gioia pari all’ardore ai beni eterni. Mentre altri si affannano a cercare quaggiù la loro felicità e, senza attendere che si adempia il disegno del Signore, si precipitano per accaparrare il bottino che loro offre il mondo, l’uomo beato che ha posto la sua speranza nel Signore e che non ha fissato il suo sguardo sulle vanità e sulle ingannevoli follie (Sal 39,5) si tiene alla larga dalle loro strade». Si tratta allora di rinsaldare la speranza, nella fiducia che il Signore «si fa aspettare, io l’aspetterò, poiché verrà senza alcun dubbio e non tarderà (Ab 2,3) oltre un tempo determinato e opportuno. Ma qual è il tempo opportuno? Quello in cui sarà completo il numero dei nostri fratelli (Ap 6,11); quello in cui sarà esaurito il tempo della misericordia concesso per la penitenza».

Tra la prima venuta nella carne del Messia e la seconda venuta nella gloria alla fine dei tempi c’è dunque un “tempo favorevole”, che è già questo tempo d’Avvento, poiché l’Emmanuele «che è Dio, è destinato a essere con noi», come ribadisce sant’Ireneo di Lione. Il profeta Isaia lo definisce «Consigliere mirabile, sia del Padre, il che è significato dal fatto che è con Lui che il Padre ha fatto tutte le cose», ma anche perché «Egli parla senza costringere come Dio, pur essendo ugualmente Dio forte (Is 9,6), ossia ci dà il consiglio di rinunciare all’ignoranza e di distoglierci dall’errore per volgerci alla verità, di ripudiare la corruzione per possedere l’incorruttibilità».

«Dunque, fratelli, noi che siamo in attesa del Natale del Signore, ripuliamoci da ogni residuo di colpa! Colmiamo i suoi tesori di doni diversi, perché nel giorno santo si possano accogliere i forestieri, ristorare le vedove, vestire i poveri! Infatti che cosa succederebbe se in una stessa casa dei servi dello stesso padrone uno vestisse orgoglioso abiti di seta, un altro fosse coperto di stracci; uno fosse rimpinzato di cibo, un altro patisse fame e freddo; quegli fosse tormentato da indigestione per le gozzoviglie del giorno prima, questi invece non riuscisse a placare la fame del giorno prima? Oppure quale sarebbe il valore della nostra preghiera? Chiediamo di essere liberati dal nemico (cf. Mt 6,13) noi che non siamo liberali verso i fratelli. Imitiamo nostro Signore! Se infatti Egli vuole che i poveri siano insieme con noi partecipi della grazia celeste, perché non dovrebbero essere con noi partecipi dei beni terreni?». L’invito di san Massimo, primo vescovo di Torino, è quello di rendere proficuo il tempo d’Avvento non solo curando con più premura la relazione col Dio vivo e vero nella preghiera, ma anche la carità autentica verso il prossimo, soprattutto i più poveri e bisognosi, affinché «non siano privi di nutrimento quelli che sono fratelli nei sacramenti, se non altro per meglio difendere per mezzo loro la nostra causa davanti a Dio, così che noi li manteniamo a nostre spese ed essi rendano grazie a Lui. Quanto più poi il povero benedice il Signore, tanto più gioverà a chi gli fa benedire il Signore». Nel suo appello alla conversione del cuore per accogliere meno indegnamente il Signore che viene, san Massimo invita anche il fedele a fare del proprio tempo, nella fatica e nel riposo, motivo di benedizione e lode al Creatore.

Gli fa eco il monaco Cesario di Arles suggerendo, accanto alla preghiera, la pratica delle virtù e l’ardore nella carità per preparare adeguatamente la strada al Signore che viene: «Perciò con tale cura, per quanto ti è possibile, con l’aiuto di Cristo, fa’ in modo che la tua anima, composta dei diversi ornamenti delle virtù, adornata dalle gemme della semplicità e dai fiori della temperanza, alla solennità dell’eterno Re, cioè al Natale del Signore Salvatore, si prepari con coscienza sicura, bella per castità, splendida per carità, candida per elemosine».