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La voce che attraversa il mare. L’Odissea di Zanetto

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Nell'opera di Zanetto L’Odissea di Omero (Feltrinelli) si riprende il viaggio di Odisseo con una scelta narrativa capace di restituire la pluralità del poema. E anche qui il finale è diverso da Omero. 

Cultura 10_08_2026

L’uomo antico non conosce il gelo dell’Inferno interiore, non prova il tormento di aver respinto un dio. È piuttosto il contrario: sono gli dèi a respingere gli uomini, a godere del loro abbandono, a lasciarli soli con parole gelide. Gli uomini implorano un po’ di calore, un gesto di pietà, ma non lo ottengono; possono soltanto sperare di morire con onore.

In questa distanza irriducibile tra umano e divino nasce la bellezza tragica dei Greci: la percezione che l’uomo, pur fragile, sia l’unico luogo in cui la dignità possa salvarsi. Se gli dèi sono capricciosi e malvagi, almeno l’uomo deve essere buono. Se anche l’uomo fosse malvagio, a chi rivolgersi? Non trovando la bellezza negli dèi, nel mondo o negli avvenimenti, gli antichi Greci l’hanno cercata nel volto umano, nella sua misura, nella sua capacità di restare saldo davanti all’arbitrio del destino.

Manca agli antichi la nozione del peccato: il male non nasce da una scelta, ma da un traviamento, da una follia, da un accecamento imposto da potenze che precedono l’individuo. La responsabilità non è mai pienamente autonoma; ciò che l’uomo compie non nasce soltanto da lui. È in questo quadro che si comprende la figura dell’eroe omerico, esposto a forze che lo superano e lo definiscono: Achille, Odisseo, ciascuno a suo modo, incarnano una colpa che non coincide con l’atto, ma con una condizione.

Odisseo, in particolare, è l’esempio più affascinante di questa pre‑moralità della colpa. La sua métis — intelligenza obliqua, sottile, sempre pronta a deviare — non è un talento acquisito, ma un tratto originario. Odisseo è politropo, ovvero versatile, capace di adattarsi a ogni situazione avvalendosi di differenti vie.

L’astuzia lo salva e lo perde: lo salva quando inventa il cavallo di Troia o inganna Polifemo; lo perde quando la parola diventa dominio, quando la strategia supera il limite e genera hybris. Odisseo non è colpevole perché inganna: è colpevole perché non può non ingannare. La sua natura lo espone continuamente al rischio del male.

Ed è proprio qui, in questa tensione tra destino e responsabilità, che si apre la porta alla lettura dell’Odissea. Il poema non è, infatti, soltanto il racconto di un ritorno, ma la storia di un uomo che attraversa il mondo portando con sé la propria ambivalenza, la propria intelligenza eccedente, la propria esposizione alle potenze che lo precedono.

È in questo orizzonte che si colloca la proposta di Giuseppe Zanetto, insegnante di greco e scrittore, che ne L’Odissea di Omero (Feltrinelli) riprende il viaggio di Odisseo con una scelta narrativa capace di restituire la pluralità del poema: sette capitoli, sette voci, sette prospettive che accompagnano il lettore dentro il ritorno, moltiplicando gli sguardi e ampliando la compagnia del protagonista.

Bisogna riconoscere che questa struttura non è un semplice espediente narrativo: è un modo per restituire la natura stessa dell’Odissea, poema corale, attraversato da forze molteplici, da destini intrecciati, da responsabilità che non appartengono mai a un solo individuo.

Odisseo è colui che odia o che è odiato (secondo un probabile etimo), è quindi in un modo o nell’altro segnato dall’odio (attivo o passivo) e dovrà chiudere la partita con l’odio, liberarsi di un certo passato. La sua patrona è Atena, dea dell’intelligenza, mentre è avversato da Poseidone, dio del mare, stizzito col greco che gli ha accecato il figlio Polifemo.

Nel primo capitolo (che copre i primi quattro libri del poema) prende la parola Telemaco («colui che combatte lontano»). Spronato da più parti, il figlio, ormai ventenne, parte alla ricerca del padre. In compagnia di Pisistrato, figlio di Nestore, si dirige a Sparta, dove incontra Menelao ed Elena. Lì apprende che Odisseo è prigioniero della ninfa Calipso e che Agamennone è stato ucciso dalla moglie Clitemnestra con la complicità dell’amante Egisto. È l’avvio di un percorso che non è soltanto geografico, ma interiore: la ricerca del padre diventa la ricerca di un’origine, di un nome, di un destino. Telemaco inaugura così la polifonia del libro: la sua voce giovane, ancora incerta ma già tesa verso il futuro, apre il viaggio non con un gesto eroico, ma con un atto di ricerca. È significativo che Zanetto affidi a lui il primo capitolo: il ritorno di Odisseo comincia, paradossalmente, da chi non ha mai conosciuto la sua presenza. La nostalgia del padre diventa la nostalgia di un ordine perduto, di una casa che attende da vent’anni di essere ricomposta. La scelta di alternare le voci non è un artificio: è un modo per restituire la natura stessa dell’Odissea, poema che vive di sguardi incrociati, di memorie che si rispondono, di racconti che si sovrappongono. Ogni narratore porta con sé una tonalità diversa, un diverso modo di percepire Odisseo e il suo destino. Così, il viaggio non è più soltanto quello dell’eroe, ma quello di un mondo intero che si muove attorno a lui.

Nel secondo capitolo (libri VI-VIII dell’Odissea) il narratore è Arete, moglie di Alcinoo, re dei Feaci. La ninfa Calipso, convinta finalmente da Ermes messaggero degli dèi, ha lasciato libero Ulisse, dopo sette lunghi anni. La zattera dell’eroe greco, avversato da Poseidone, fa naufragio. Ulisse è salvato da Nausicaa, figlia del re Alcinoo e di Arete, spinta da Atena ad andare sulla spiaggia. Una volta ancora sono gli dèi, sempre loro, a intromettersi nelle vicende umane e a determinarle. Tra i Feaci Ulisse conosce la sacra ospitalità (o xenìa). Alla corte il cantore Demodoco declama lo stratagemma del cavallo di Troia. Incapace di dominare le emozioni, Ulisse rivela la sua identità e narrerà la storia del suo ritorno da Troia.

Quando la parola passa a Odisseo nel terzo capitolo («Ulisse e Polifemo»), il lettore avverte un cambio di registro: la voce si fa più densa e più aderente alla sua métis. Non è un Odisseo trionfante. Il suo racconto non è mai lineare: procede per deviazioni, per lampi, per improvvise aperture che rivelano la fatica del ritorno: la terra dei Ciconi, i Lotofagi, il ciclope Polifemo, i Lestrigoni, la maga Circe.

Nel capitolo successivo («Nekyia. Nella terra dei morti») Ulisse continua a raccontare le sue vicende straordinarie dopo che ha abbandonato la maga ed è giunto nella terra dei morti. Dopo il sacrificio degli animali, alla vista del sangue accorrono i morti da ogni parte e Ulisse parla con l’indovino Tiresia, con la madre Anticlea, con Agamennone. Particolarmente toccante l’incontro con la madre, che gli racconta di come sia morta, del padre Laerte, del figlio Telemaco, dalla moglie Penelope. Ulisse cerca di abbracciarla per tre volte, ma per tre volte le braccia tornano al petto, come accadrà nel tentativo di Enea di abbracciare Anchise (Eneide). E poi ancora Ulisse racconta le altre vicende: le sirene, Scilla e Cariddi, l’isola del Sole. Siamo arrivati esattamente a metà dell’Odissea omerica: il libro XII (su ventiquattro).

A emergere, capitolo dopo capitolo del libro di Zanetto, è la natura corale del poema: la ninfa Calipso, la maga Circe, i compagni perduti, i nemici affrontati, ciascuno porta un frammento di verità, un tratto di luce o di ombra che contribuisce a delineare la figura di Odisseo. Il lettore non assiste a una semplice sequenza di episodi, ma a una progressiva ricomposizione dell’eroe, come se ogni voce aggiungesse un tassello alla sua identità. Particolarmente riuscite sono le ultime sezioni dedicate al ritorno a Itaca. Qui la pluralità delle voci si concentra, si fa più tesa, più drammatica. Il servo fedele Eumeo, la moglie Penelope, i Proci e tanti altri personaggi osservano l’arrivo dell’eroe da una prospettiva diversa, e il lettore comprende che il ritorno non è mai un semplice ricongiungimento, ma un atto di riconoscimento (o agnizione) reciproco.

Alla fine Ulisse non rimane a Itaca, ma riparte. Deve arrivare, come profetato da Tiresia, in una terra dove vivono uomini che non conoscono il mare: lì dovrà fare sacrifici a Poseidone per poi finalmente ritornare nella sua isola. Sono due anni che Ulisse è lontano. Ma questa volta la sua assenza non ha avuto grandi conseguenze: Telemaco regna su Itaca facendo le veci di suo padre. Ulisse tornerà: anche Penelope ne è certa ed è meno angosciata questa volta.