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La Scozia ci riprova con l'indipendenza dopo la Brexit

Dopo tre anni dal fallito referendum sull'indipendenza, la Scozia ci riprova e propone una nuova consultazione per il 2018. Theresa May non sembra consentire. Come mai dopo soli tre anni? Perché, con la Brexit, lo scenario è cambiato: se l'Inghilterra scioglie il vincolo con l'Unione Europea, la Scozia non può scioglierlo con il Regno Unito?

Campagna referendaria del 2014

Chi di Brexit ferisce… L’Inghilterra se lo doveva aspettare: la scelta referendaria dello scorso anno di lasciare l’Unione Europea ha avuto un corollario prevedibile. La Scozia vuole la sua uscita dalla Gran Bretagna. Se infatti il Regno Unito rivendica il diritto di lasciare l’Unione, perché a sua volta la Scozia non può rivendicare il diritto di scindere quel legame con Londra stabilito nel XVII secolo contro la volontà della maggioranza del popolo scozzese?

Fu infatti un tradimento quello che si perpetrò nel 1707, attraverso l'Atto di Unione, la legge approvata dai Parlamenti inglese e scozzese, con cui la Scozia cessava di essere una nazione libera ed indipendente. A partire dal 1 marzo di quell'anno, definito dai patrioti scozzesi annus horribilis, l'intera isola britannica ricadde sotto un unico governo, quello di Londra. Uno degli uomini che più strenuamente si era battuto contro l'Atto fu dunque Andrew Fletcher di Saltoun, avvocato dei diritti e delle libertà del suo popolo, parlamentare, esule. Nel momento più oscuro della storia della nazione, in cui per volontà di propri rappresentanti politici e della parte  dell'aristocrazia protestante e filo-inglese, letteralmente comprata dall’oro britannico, rinunciava alla propria libertà consegnandola agli inglesi in cambio di vantaggi economici - peraltro riservati ad una ristretta oligarchia - e della garanzia che sarebbero stati mantenuti gli assetti civili e religiosi determinati dalla Rivoluzione del diciassettesimo secolo e dalla Riforma Protestante, Fletcher lasciò una dichiarazione che all'epoca poteva sembrare un sentimentale attaccamento alla tradizione e ad un glorioso passato ormai tramontato: "sono le ballate, e non le leggi, a costruire una nazione".

Dopo trecento anni la Scozia cerca di riottenere la sua indipendenza. Nel 2014 ci provò con un referendum che ebbe luogo in occasione del 700° anniversario della grande vittoria di Bannockburn, con la quale Re Robert Bruce conquistò sul campo la libertà che i Plantageneti avevano loro tolto anni prima. La circostanza, alquanto romantica, non ebbe la meglio sui forti interessi in gioco. Il fronte del no, che vedeva nell’occasione una inedita alleanza tra Conservatori e Laburisti, dagli ultimi epigoni del Blairismo ai nuovi spigliati conservatori di Cameron, fortemente sostenuto anche da Obama e dall’Unione Europea, ebbe la meglio col 55% contro il 45% raccolto dagli indipendentisti. Sul piano internazionale, solo Putin diede il suo appoggio alla causa indipendentista. 

Dopo soli tre anni da quel referendum, la nuova leader dello Scottish National Party, Nicola Sturgeon,  lancia nuovamente il guanto di sfida. Tre anni sono pochi, e in effetti il Governo Britannico ha subito detto di no. Theresa May ha dichiarato che dovrà passare “almeno una generazione”. Ma la Scozia ha fretta. La Sturgeon teme che la Brexit possa avere ripercussioni molto negative per l’economia scozzese, da sempre condizionata e umiliata dalle scelte di Londra. Secondo accreditati studi economici, una Scozia indipendente vedrebbe una crescita altamente significativa del proprio benessere. Non si tratta quindi di una scelta sentimentale, di kilt e cornamuse, ma della volontà di libertà e di benessere che questo Paese sogna da tempo. Gli scozzesi inoltre sono rimasti profondamente delusi dal mancato adempimento delle promesse che Cameron aveva fatto nel caso l’indipendenza fosse stata respinta.

Si tratta anche di una questione di identità: la Scozia ha una cultura, una tradizione, una società civile molto differente da quella inglese. Molti scozzesi, soprattutto i cattolici sono inoltre stanchi delle leggi secolariste che arrivano da Londra. Ha suscitato nei giorni scorsi un certo scalpore il caso di Carol Monaghan, parlamentare indipendentista di Glasgow. La Monaghan, il giorno di Mercoledì delle Ceneri, dopo essere andata come ogni mattina alla Santa Messa, si è presentata puntualmente al Parlamento di Westminster. Sulla fronte presentava ancora la croce che le era stata segnata sulla fronte secondo la tradizione cattolica. Apriti cielo. La BBC ha pubblicato un articolo che attaccava la parlamentare cattolica scrivendo: “È opportuno che questa deputata vada al lavoro con una croce sulla sua fronte?”. Inoltre, quello che ha fatto indignare la BBC è stato il fatto che la Monaghan “non si è detta imbarazzata nel mostrare la sua fede Cristiana”. “E perché avrei dovuto esserlo?”, ha replicato la scozzese. “Molte religioni hanno simboli visibili e noi Cristiani non dovremmo sentirci imbarazzati né di professare la nostra religione, né di mostrare i nostri simboli religiosi.”

Pochi giorni sono passati da questo “incidente” causato da una parlamentare scozzese, indipendentista e cattolica militante, ed ecco che la Sturgeon annuncia l’intenzione di riprovarci, possibilmente nel 2018, in occasione dell’attuazione pratica proprio della Brexit. La Scozia, nel referendum dello scorso anno, aveva votato in netta controtendenza, con un 62% di votanti scozzesi che avevano detto di no all’uscita dall’Unione Europea. Un ingenuo europeismo fuori stagione? No, semplicemente una scelta pragmatica, un’opzione per rilanciare le proprie speranze indipendentiste legandole ai rapporti commerciali e monetari con l’Europa. Nel 2014 Cameron fu brutalmente chiaro: se vince il sì all’indipendenza, la Sterlina ve la potete scordare. Fu l’incertezza economica e finanziaria a far sì che molti scozzesi, a malincuore, votassero per il no.

Ora, dopo solo tre anni, le cose sono diverse, e diversi sono gli scenari politici. La debole e tentennante Unione Europea potrebbe avere dei vantaggi nel conservare un piede nell’Isola britannica. Inoltre, alla Casa Bianca non siede più Obama, che diede il suo potente endorsment alla causa unionista, ma un Donald Trump la cui madre era di nascita scozzese, una Mac Leod delle Isole. Certamente la Sturgeon, che è su posizioni socialdemocratiche, non andrà a cercare l’appoggio dell’inquilino dello Studio Ovale, ma di sicuro una possibile non ingerenza statunitense nel nuovo referendum sarebbe comunque gradita. Tutto sta nel vedere se questo referendum, che con grandi probabilità darebbe questa volta un esito favorevole si potrà tenere. Londra ha posto come si diceva un primo netto rifiuto, ma certamente la battaglia legale è appena cominciata e gli indipendentisti scozzesi non si arrenderanno. Sono tre secoli che portano pazienza. 

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