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USA

La progressista Ocasio Cortez ammette che il woke esiste

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Papabile candidata democratica alle presidenziali del 2028, Alexandria Ocasio Cortez fa discutere perché afferma che il "woke 1" è stata una rivoluzione folle. Potrebbe non aver cambiato idea. Ma intanto ammette, almeno, che il woke esisteva: finora la sinistra lo negava. 

Esteri 21_08_2026
Alexandria Ocasio Cortez (AP)

Negli Usa, l’argomento politico della settimana è la presunta “conversione” di Alexandria Ocasio Cortez, finora la più estremista delle deputate di sinistra del Partito Democratico. Questa presunzione di conversione deriverebbe da un’intervista da lei rilasciata alla televisione Abc, domenica scorsa, in cui afferma che, secondo il parere di diversi esponenti locali democratici, il “woke 1” è stata una follia.

Non abbiamo le prove che questa affermazione, che per altro lei si limita a riportare, costituisca una vera conversione. Semplicemente, la Cortez non smentisce quel che parrebbe essere un sentire comune di consiglieri democratici dei governi locali, e così facendo gli osservatori le attribuiscono una svolta “moderata” o “centrista”. Alexandria Ocasio Cortez non esclude di candidarsi alla presidenza nel 2028. I sondaggi le sono molto favorevoli. Dunque è utile cercare, fin da ora, di adottare un linguaggio, o quantomeno un atteggiamento, che non spaventi gli elettori moderati e indecisi, che potrebbero votarle contro. Nella stessa intervista, la Ocasio Cortez non si sbilancia nel sostegno ai candidati democratici di sinistra. Tesse le lodi del vincitore delle primarie del Michigan, l’islamico Abdul El Sayed, ritiene che ci sia nuova “energia” nel suo partito, ma preferisce tacere sulle sue preferenze. Segnala l’esigenza di unificare il partito in vista del voto di medio termine, che si terrà a novembre. E si prepara, anche qui, a rappresentare tutto il partito, quando dovesse candidarsi lei per il 2028.

Al di là della vicenda elettorale puramente americana, l’inizio di una presa di coscienza sul fenomeno “woke”, la rivoluzione culturale del nostro secolo, è importante per tutti, anche per l’Italia. Finora, infatti, la parola d’ordine della sinistra internazionale era sempre stata: il woke non esiste.

Si tratta di un termine dello slang afro-americano, difficilmente comprensibile per un italiano (“Stay woke” è, semplicemente, “resta in guardia”, quando non sei nel tuo quartiere). È diventato un vocabolo di uso comune con la nascita e crescita del movimento Black Lives Matter, negli ultimi anni di Obama: la reazione violenta dei neri alla violenza della polizia nei loro confronti. Ed è diventato, nel corso dell'ultimo decennio, un termine che riassume tutte le tendenze prevalenti nell’estrema sinistra anglosassone: il femminismo radicale e antagonista, l’anti-colonialismo estremo (responsabile degli abbattimenti delle statue di Colombo e di altri grandi “bianchi” fra cui lo stesso Lincoln, che gli schiavi li liberò), i diritti Lgbt e soprattutto il trans-genderismo. Ma soprattutto sono chiamati “woke” i metodi dell’estrema sinistra: oltre all’abbattimento delle statue, l’espulsione fisica dall’accademia di docenti, studenti e ospiti non allineati, la censura sempre più sistematica dei libri di testo, la riscrittura del linguaggio e dei libri, la “decolonizzazione” dei programmi accademici, cioè la soppressione o la riforma radicale di intere materie di studio, anche scientifiche, considerate troppo legate alla cultura europea cristiana. Non è un errore definire il woke come una nuova forma di comunismo, perché il risultato è praticamente lo stesso: femminismo estremo e nuovi diritti minano la famiglia, la decriminalizzazione totale e il de-finanziamento della polizia minano i diritti individuali e soprattutto la proprietà, infine la lotta alla cultura occidentale è il presupposto per minare la posizione di America e alleati nelle relazioni internazionali.

Ebbene tutto questo movimento, paragonabile a un nuovo Sessantotto, per la sinistra ufficialmente non è mai esistito. L’idea che passava è che il “woke” fosse solo propaganda della destra, una strategia politica per far leva sulla paura dei piccolo borghesi. Licenziamenti, espulsioni dalle università, carriere rovinate, rivolte con miliardi di danni (più di un miliardo di dollari di danni causati da un solo anno di Black Lives Matter nel 2020)? tutta ordinaria amministrazione.

Alexandria Ocasio Cortez ora ammette: compagni, abbiamo esagerato, molti consiglieri comunali me lo stanno dicendo. Quindi il woke esisteva. E allora adesso si cambia pagina? Pare di no. Perché, con un accorgimento linguistico tipico del politichese, la Cortez parla di un “woke 1” come se già fossimo in una fase successiva. Non è una svolta: è un affinamento della tattica, ma il contenuto potrebbe essere lo stesso. Dal 2019, da quando è entrata in Congresso, la Cortez ha proposto di: abolire le carceri, depenalizzare l’immigrazione illegale (di fatto: abolire il confine), de-finanziare la polizia, cambiare l’uso del linguaggio verso l’adozione del neutro (invece che maschile e femminile), de-finanziare la Difesa, possibilmente abolire del tutto il Dipartimento della Sicurezza Interna, equivalente del nostro Ministero dell’Interno. Dalla sua recente intervista non si capisce quali di queste idee siano ora da cambiare. Ocasio Cortez, invece che affermare che quella battaglia fosse sbagliata, si limita a “contestualizzarla” (esattamente come fanno i Sessantottini dopo la scia di sangue degli anni di piombo): per allora era comprensibile, perché c’era il Covid, c’era il lockdown e quindi erano tutti un po’ più folli. Ma delle sue affermazioni e proposte, anche quelle pre-Covid non si pente.

La conseguenza è che ci sarà un woke 2 molto più raffinato nel linguaggio e nelle tattiche, ma volto allo stesso scopo: abolizione di confini, famiglia e proprietà, così da “de-colonizzare” l’Occidente. Se il linguaggio cambia è probabilmente solo per l’ondata di nuovi candidati musulmani, fra cui El Sayed (l’intervista alla Abc di Alexandria Ocasio Cortez partiva proprio dalla sua elezione nelle primarie del Michigan) e l’emergere di nuovi leader democratici socialisti come Zohran Mamdani, sindaco di New York. Il femminismo radicale o i diritti Lgbt non sono graditi a un elettorato musulmano sempre più influente. Quando si arriva al confronto finale, fra i nuovi diritti e il voto islamico, il Partito Democratico tenderà a privilegiare il voto islamico. Meglio, dunque, limitarsi a parlare di socialismo e far campagna contro Israele, cose su cui si può mettere ormai d’accordo tutta la sinistra americana.