Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
Sant’Albino di Angers a cura di Ermes Dovico
ORA DI DOTTRINA / 54 - IL SUPPLEMENTO

La fede precede e supera la ragione

Nell'opera di Newman, collegati al principio dell'interpretazione mistica delle Scritture ce ne sono altri tre: il principio della supremazia della fede, il principio della teologia e il principio del dogma. 

Catechismo 29_01_2023

Continuiamo ad attingere dall’opera fondamentale di J. H. Newman, Lo sviluppo della dottrina cristiana, e, come la scorsa volta, ci manteniamo nell’importante capitolo dedicato ai principi che hanno guidato e alimentato lo sviluppo del dogma. Abbiamo visto come la negazione del senso spirituale delle Scritture sia strettamente legata all’eresia, così come il mantenimento di un’autentica interpretazione mistica è l’anima della custodia e dello sviluppo del dogma.

Intimamente collegati al principio dell’interpretazione mistica delle Scritture, se riflettiamo con attenzione, troviamo altri tre principi, che Newman denomina in questo modo: il principio della supremazia della fede, il principio della teologia e il principio del dogma. Le Scritture vanno infatti interpretate a partire dalla fede, fondano la comprensione della fede e sono l’anima del dogma.

Cosa sono questi principi e cosa c’entrano con noi oggi? Ad essere assolutamente saldo nella fede dei Padri è il fatto che la fede preceda e superi la ragione. Non si aderisce alla verità che viene dalla fede perché se ne può dare una dimostrazione logica, o perché concorda con le scoperte scientifiche, o ancora perché si armonizza con la cultura dominante, etc., ma perché la riceviamo da Colui che non può ingannarsi né ingannare. Diamo insomma credito a Dio, aderendo con tutto noi stessi alla sua Parola. Nemmeno si agisce secondo la fede solo quando le ragioni della fede appaiono evidenti e accettabili da parte della ragione.

L’et-et del binomio fede e ragione non dev’essere inteso come una dichiarazione di parità tra le due, quasi che si debba chiedere il permesso alla ragione per l’adesione di fede, o che la ragione esista per moderare la fede. Atteggiamento assai più frequente tra i cristiani di quanto si creda. È vero che la ragione, intesa nel suo senso più pieno, lontano dal razionalismo e dall’illuminismo, aiuta a riconoscere le contraffazioni della fede, ma lo fa a partire dall’interno della fede e non dall’esterno. Un esempio. La condanna di Novaziano (III sec.), che sosteneva l’irriconciliabilità di quanti si erano macchiati del terribile peccato di apostasia, nasce dalla logica interna della fede, ossia dall’impossibilità di conciliare questa posizione con la volontà salvifica universale di Dio, e non da considerazioni basate sulla mera ragionevolezza e moderazione.

Non è dunque la ragione a giudicare la fede, ma la fede a illuminare la ragione, rendendola così capace di quella «investigazione», che per Newman è il contenuto del secondo principio, quello della teologia. Radicato l’atto di fede, sanata ed elevata la ragione mediante la sua sottomissione alla fede, quello che accade non è il fideismo, ma «quell’amoroso desiderio di ricerca» che contrassegna la vita della Chiesa fin dalle origini, e che caratterizza «la vita della Schola».

L’accenno alla Schola richiede una riflessione. Schola, da cui ha origine anche il termine Scolastica, ha un significato molto più pregnante di quanto possa sembrare a prima vista. Il greco σχολή (scholé) indica il tempo libero da occupazioni; il suo corrispettivo latino è vacatio, che indica proprio l’essere libero da. Cosa c’entra questo con la teologia? L’uomo di fede, ciascuno nella propria condizione e secondo la propria disponibilità, è uno che si ferma, si libera dalle occupazioni per cercare Dio, per dedicarsi alla conoscenza di Lui e di sé. Nella vita del cristiano è necessario riservare del tempo per questa dedizione; una necessità che nasce appunto dall’amore, che mette in moto la ricerca.

La via della fede non è pertanto l’accettazione di «un numero indefinito di dogmi senza un minimo di riflessione», segno invece di una «leggerezza di spirito». Al contrario la ragione «sottomessa alla fede […] si dedica a trattare, esaminare, spiegare, registrare, catalogare e difendere le verità che la fede, e non la ragione, ci ha fatto acquisire». La testimonianza della tradizione, mentre ci conferma sul primato della fede, ci insegna a tenerci a distanza da una fede non pensata. La ragione umana non è abolita, ma purificata ed illuminata, purché l’uomo viva in grazia, sottometta le passioni, non ponga ostacolo a quel processo di santificazione, la Theosis degli orientali, che Dio opera in lui.

Dalla supremazia della fede e da questa investigazione umile e tenace deriva la straordinaria importanza del principio dogmatico, così fondamentale per Newman (vedi qui). «Le opinioni nella religione non sono cose indifferenti, ma hanno un preciso influsso, agli occhi di Dio, sulla posizione di chi le sostiene». A Newman verrebbe una sincope ad udire i cattolici del XXI secolo, per i quali non è poi così importante ciò che si pensa, purché si sia misericordiosi verso il prossimo. Al contrario, Newman è lì a ricordarci che quel che pensiamo, agli occhi di Dio, conta. E conta anche per la Chiesa, la quale, se non vi fosse «qualcosa di definito, di formale, e di indipendente» dalle opinioni personali, si troverebbe disgregata e frammentata. Esattamente come sta accadendo oggi. 

A torto riteniamo che la nostra maggiore tolleranza nei confronti dell’errore, la nostra quasi esclusiva enfasi su ciò che è propositivo, per non dividere, sia segno di una maggiore carità e prudenza. In verità, è segno di insensibilità e noncuranza, di tiepidezza e prudenza contraffatta. Non è stato difficile per Newman reperire testi dei primi secoli, nei quali si evidenzia l’autentico zelo dei Padri e per la custodia della verità dogmatica e per il rigetto dell’errore. Sant’Ireneo, riportato da Eusebio di Cesarea, scriveva: «Gli Apostoli e i loro discepoli erano così religiosi da non volere neppure conversare con coloro che falsificavano la verità». Non era difetto, ma pienezza della virtù di religione. Lo stesso Padre della Chiesa riferiva del suo maestro, San Policarpo: «Agli occhi di Dio, posso fermamente dichiarare che, se quel beato e apostolico Anziano avesse inteso una minima parte di questa dottrina [eretica, n.d.a.], avrebbe gridato e si sarebbe turato le orecchie, dicendo come era uso fare: “O buon Dio, a quali tempi mi hai tu riservato perché io debba sopportare una cosa simile?”».

Va da sé che altro è l’atteggiamento verso le persone cadute nell’eresia per debolezza o ignoranza, e altro quello verso chi invece induce gli altri a cadere. Ma il punto fermo è che la grande cura della Chiesa è sempre stata quella di trasmettere ciò che è stato ricevuto con piena fedeltà, condannando  apertamente l’eresia. E questa condanna non riguarda solo i punti più importanti della fede, il kerygma: «È certo o addirittura più che certo che quanto i cristiani dei primi secoli consideravano anatema, comprendeva anche deduzioni tratte dagli articoli di fede, vale a dire, falsi sviluppi e dottrine che contraddicevano ai suddetti articoli».

Da qui tutto il coinvolgimento di Newman nella ricerca dei caratteri distintivi di un autentico sviluppo, a cui ha dedicato l’Essay, per distinguerlo dalla corruzione. Di certo, i Padri sapevano molto bene che l’eresia ha sempre avuto la pretesa della novità: «Essi facevano cadere l’anatema su una dottrina, non già perché fosse antica, ma perché era nuova […]. Infatti, la caratteristica peculiare dell’eresia è tutta nella novità e nell’originalità della sua manifestazione».