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OLTRE IL VERTICE NATO

La dura vita dei cristiani in Turchia, con Erdogan peggio di prima

Proprio mentre il presidente turco Erdogan fa il padrone di casa durante il vertice Nato, la vita dei cristiani diventa più dura. Intervista a un'abitante del sudest turco, dove i terreni e i beni cristiani vengono confiscati.

- La cambiale in bianco di Trump a Erdogan di Stefano Magni

Libertà religiosa 08_07_2026
Cristiani in Turchia (AP)

È in corso ad Ankara il 36° vertice della Nato, che vede riuniti i Capi di Stato e di governo dei 32 Paesi membri; la Turchia, scelta sia in occasione del 74º anniversario della sua adesione alla Nato che per la sua “centralità geopolitica” tra Europa e Medioriente, dispone del secondo esercito dell'Alleanza Atlantica dopo gli Stati Uniti, che dal canto loro sembrano gradire il ruolo di mediatore che il Presidente Recep Tayyip Erdoğan si è attribuito nei recenti conflitti internazionali, in primis quello tra Russia e Ucraina.

Il Presidente Usa ha annunciato la sua partecipazione al vertice perché Erdoğan è “un amico” e “un duro”, forse cercando nel Sultano un nuovo alleato in Medioriente da sostituire a Netanyahu, che ultimamente sta creando non pochi problemi all'amministrazione Trump. A margine del summit, a cui partecipano i massimi vertici dell'Unione Europea e delegazioni di diversi Paesi considerati “partner” della Nato, non possiamo tacere le continue violazioni dei diritti umani e le aspre misure repressive che Erdoğan, al potere in Turchia da ventitre anni, e il suo partito Adalet ve Kalkınma Partisi (Partito della Giustizia e dello Sviluppo, AKP) utilizzano abitualmente come strumenti di governo. Oppositori politici, giornalisti, attivisti, minoranze religiose sono oggetto di crescenti vessazioni: nell'imminenza del vertice, più di cento tra attivisti e giornalisti sono stati arrestati perché protestavano contro l'assemblea Nato. La crescente autocrazia del Sultano sta rendendo il clima del Paese irrespirabile; in particolare, le comunità cristiane sono oggetto di vessazioni, confische di beni, misure illegittime. Nei mesi scorsi il Parlamento Europeo con una Risoluzione apposita ha richiamato il Paese al rispetto delle libertà di religione, di espressione e di stampa, a quanto pare senza grandi risultati.

La NBQ ha incontrato P.T., cristiana siriaca originaria del sud est della Turchia; attivista per i diritti delle minoranze religiose, membro della Fondazione per la tutela dei beni ecclesiastici della sua provincia, P. T. ha acconsentito a parlare di un grave episodio accaduto recentemente nella sua comunità a condizione di anonimato «non per me, io non ho paura – precisa - ma per i miei parenti che portano lo stesso cognome: non voglio che abbiano problemi». Volentieri l'accontentiamo.

P.T., vuol raccontarci cos'è successo?
Nella nostra comunità, nel sud-est della Turchia, da diversi anni assistiamo a tentativi di sottrarre ai cristiani i pochi terreni che sono loro rimasti, talvolta facendo leva su persone vulnerabili. In particolare, però, negli ultimi mesi siamo stati presi di mira direttamente come comunità: le autorità locali hanno chiuso, con tanto di sigilli, la nostra casa di accoglienza e ci hanno imposto una multa per migliaia di euro, con motivazioni che riteniamo prive di fondamento. Faremo appello al governo centrale, ma frattanto questa situazione sta creando grandi difficoltà ai pochi ciristiani che sono rimasti a vivere qui: la sala veniva usata per vari scopi, tra cui i ricevimenti che da noi seguono i funerali, durante i quali le famiglie accolgono parenti e amici e ricevono le condoglianze; ora la comunità non ha più un luogo per ricordare i propri morti. Erano anni che la casa era aperta e nessuno aveva mai avuto nulla da ridire; improvvisamente, l'attuale sindaco ha deciso di chiuderla, senza dubbio perché ha pianificato un ritorno economico dall'operazione.

In quali modi il governo centrale e le autorità locali cercano di marginalizzare le comunità cristiane?
La modalità particolarmente diffusa, soprattutto nella mia zona e nelle aree storicamente abitate dai nostri cristiani siriaci, è la sottrazione dei beni dei cristiani emigrati nel mondo. Molti cristiani hanno lasciato il Paese nel corso degli anni, soprattutto dagli anni Ottanta in poi. In diversi casi i terreni agricoli o gli immobili rimasti inutilizzati sono stati occupati da privati, dal governo centrale o dalle autorità locali usando dai falsi testimoni. Mi spiego con un esempio: in assenza dei legittimi proprietari di un immobile, i vicini musulmani asseriscono che la casa sia stata loro venduta anni prima dal defunto padre del proprietario; oppure lo Stato o la municipalità dichiarano di aver ricevuto tale bene come donazione. Tanti vicini hanno rivendicato le proprietà sostenendo che tempo addietro fosse stato loro donato il terreno; vi sono state controversie catastali che hanno obbligato i nostri monasteri e le famiglie cristiane ad avviare lunghi procedimenti giudiziari per dimostrare di essere i legittimi proprietari dei beni, per far valere i loro diritti. Ma il più delle volte tali procedimenti sono finiti nel nulla.

Secondo lei la radice del problema è politica o religiosa?
A mio avviso, la questione è fortemente politica ed altrettanto religiosa. La nostra zona è divenuta fortemente curda e da secoli né il governo centrale né le autorità locali hanno mai sostenuto i cristiani.

A suo avviso che Turchia ha in mente Erdoğan? Com'è cambiato il Paese negli anni del suo governo?
A mio parere, con Erdoğan o senza per noi cristiani la situazione cambia poco, perché siamo stati sempre trattati da cittadini di seconda classe. Ad ogni modo, non c'è dubbio che negli ultimi dieci anni Erdoğan abbia portato la nazione ad un sistema di gestione del potere di tipo dittatoriale. Inoltre, ha dato un valore sproporzionato all'identità islamica sunnita nello spazio pubblico, pur mantenendo formalmente la natura laica dello Stato.