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La dittatura di Grillo spacca la base del suo movimento

Altri espulsi dal Movimento 5 Stelle e il sogno della lotta anti-casta sta svanendo. Una contraddizione stridente: perché battersi contro la partitocrazia da un partito che silenzia il suo dissenso interno e ricorre a periodiche purghe staliniane?

Beppe Grillo

Tra espulsioni e dimissioni, il Movimento Cinque Stelle rischia di liquefarsi e il “sogno anti-casta” che ne era alla base potrebbe presto sciogliersi come neve al sole. La contraddizione alla base di quel movimento è stridente: battersi contro la partitocrazia, pretendere di incarnare un modello di coinvolgimento democratico della base e poi silenziare in modo stalinista il dissenso. È quanto è accaduto ai parlamentari che avevano osato nei giorni scorsi criticare la scelta di Grillo e l’atteggiamento tenuto dall’ex comico durante le consultazioni indette da Renzi per la formazione del nuovo governo.

Chi non la pensa come il capo viene emarginato ed espulso attraverso finte votazioni in Rete, organizzate con modalità assolutamente discutibili e con regole del tutto opinabili e aleatorie, che tradiscono alla radice il concetto di pluralismo delle opinioni e di collegialità delle decisioni. Il reato di “lesa maestà” viene punito in modo implacabile e si traduce prima nella gogna sul blog poi nella defenestrazione.

L’illusione dei grillini di poter militare in un movimento che dal basso valorizza meritocrazia e partecipazione attiva è destinata a rimanere tale, in mancanza di un’organizzazione interna a base democratica e di un chiaro e leale rapporto tra i vertici e i rappresentanti pentastellati eletti nelle istituzioni. Sembrano lontanissimi i tempi in cui, soltanto un anno fa, 109 deputati e 54 senatori grillini varcavano la soglia del Parlamento con propositi sinceri di rinnovamento della classe dirigente e di svecchiamento della politica e dei suoi metodi clientelari. Subito dopo è iniziata l’emorragia di peones, approdati al gruppo misto in polemica con i diktat di Grillo e la mancanza di democrazia interna.

Lo sfaldamento dei Cinque Stelle era nell’aria, visto che i malumori si stavano intensificando già nei mesi scorsi. Grillo, per tenere unito il Movimento, aveva alzato i toni dello scontro con tutti i partiti, con l’intento di ricompattare le truppe, ma l’intolleranza nei confronti dei dissidenti ha fatto esplodere il malcontento. Tuttavia, il tentativo maldestro gli si è ritorto contro e ora l’ex comico deve fare la conta dei dissidenti, ai quali imputa di aver cercato motivazioni pretestuose per uscire dal Movimento e tornare a percepire lo stipendio pieno (anziché la metà, come i grillini ortodossi, che se lo sono autoridotto).

Ora il futuro del Movimento è alquanto incerto. C’è già chi parla di un gruppo autonomo di senatori grillini (forse 23) pronto a costituirsi in soccorso dell’attuale governo per rendere inutile il sostegno di Alfano e depotenziare il suo potere di interdizione e di ricatto.

Chi se la gode è Renzi, che presto potrebbe contare su tre maggioranze: quella che sostiene il suo governo, quella con Forza Italia e Berlusconi per le riforme e quella con i grillini fuoriusciti, in nome della battaglia anti-casta per il rinnovamento della politica.

E le menti più maliziose non escludono che, in caso di deflagrazione del grillismo, Renzi potrebbe forzare la mano e tentare di andare subito alle urne anticipate. I voti in libera uscita, in caso di dissolvimento del Movimento Cinque Stelle, andrebbero più facilmente a lui e alla coalizione di centro-sinistra (tutti i sondaggisti qualificano il voto a Grillo come un voto prevalentemente di delusi della sinistra). In caso di vittoria ad elezioni segnate dal ritorno al bipolarismo, Renzi potrebbe contare su una maggioranza coesa di centrosinistra e non dover più negoziare con i “cespugli” che gli consentono di governare oggi in modo precario e frenato.

È per questo che l’emendamento Lauricella (minoranza Pd), che servirebbe proprio a far slittare ufficialmente la riforma elettorale fino al momento dell’abolizione del Senato elettivo, non verrà approvato. Forza Italia e Renzi sono d’accordo sull’approvazione immediata dell’Italicum. Nuovo Centrodestra, casiniani e montiani vorrebbero prendere tempo e far passare quell’emendamento, che eviterebbe colpi di mano dell’asse Renzi-Berlusconi. Invece il leader democratico, d’intesa col Cavaliere, farà di tutto per condurre subito in porto l’approvazione del nuovo sistema di voto, affinché ci si possa tenere tutti pronti per lo scioglimento delle Camere. Non appena il terzo polo di Grillo non farà più paura.

In caso di consolidamento del bipolarismo, anche la proiezione europea delle rappresentanze politiche sarà più chiara: il Pd di Renzi, di impronta socialdemocratica, aderirà al Pse (proprio in queste ore la formalizzazione ufficiale), mentre una nuova coalizione di centrodestra andrà a confluire nel Ppe. E forse finalmente la nostra diventerà una democrazia matura di stampo europeista.

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