Israele, l'impunità per le aggressioni anti-cristiane è grave
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L'assoluzione dell'uomo che in aprile aggredì una suora è l'ennesimo episodio che dimostra quanto in Israele, e soprattutto a Gerusalemme, si siano ristretti i confini della libertà religiosa.
Una donna è a terra, brutalmente picchiata, nelle vicinanze di uno dei luoghi più sacri di Gerusalemme. L’uomo che l’ha aggredita si allontana, poi torna indietro e la prende nuovamente a calci, mentre le telecamere di sorveglianza riprendono tutto. Viene identificato, arrestato e portato davanti a un giudice, ma alla fine non arriva alcuna condanna penale.
È accaduto lo scorso 28 aprile, sul Monte Sion. La vittima è una religiosa cattolica francese di 48 anni, ricercatrice presso l’École biblique et archéologique française de Jérusalem; l’aggressore è Yona Simcha Schreiber, colono israeliano ultraortodosso di 36 anni. Secondo la ricostruzione, Schreiber le si è avvicinato da dietro e, mentre la religiosa camminava nelle vicinanze del Cenacolo, dove Gesù celebrò l’ultima cena con gli apostoli e istituì l’Eucaristia, l’ha spinta violentemente a terra per poi allontanarsi per tornare, poco dopo, a colpirla nuovamente mentre era ancora a terra. Un passante è intervenuto per fermare l’aggressione e Schreiber è stato arrestato quello stesso giorno.
Nei giorni scorsi il Tribunale di Gerusalemme ha stabilito che fu lui a compiere l’aggressione, ma lo ha assolto perché ritenuto incapace di intendere e di volere al momento dei fatti. Secondo la perizia psichiatrica accolta dal giudice, l’uomo è affetto da disturbi psichici che gli impedivano di comprendere e controllare le proprie azioni. La Procura aveva chiesto la condanna per un’aggressione motivata dall’ostilità verso un gruppo religioso, ma il tribunale ha escluso la responsabilità penale e disposto l’internamento in un ospedale psichiatrico, per un massimo di sei anni, periodo che potrà essere ridotto o modificato dal comitato psichiatrico in base all’evoluzione delle sue condizioni.
Da anni, rappresentanti delle comunità cristiane e osservatori denunciano che, in molti episodi di violenza contro i cristiani, gli autori sono ritenuti malati di mente, per cui la motivazione religiosa dell’aggressione finisce in secondo piano. Anche nel caso della religiosa francese, l’avvocato della vittima ha contestato la valutazione psichiatrica, osservando che l’uomo aveva scelto proprio lei, riconoscibile come cristiana dall’abito, tra le persone presenti.
L’aggressione alla religiosa francese s’inserisce in un quadro più ampio di violenze, minacce e molestie contro i cristiani a Gerusalemme e in Israele. Nel secondo trimestre del 2026, il Religious Freedom Data Center ha registrato 83 incidenti anticristiani, 68 dei quali a Gerusalemme e 46 nella sola Città Vecchia; dieci comprendevano minacce o aggressioni fisiche. Sacerdoti, religiosi e religiose risultano tra le categorie maggiormente esposte. Anche il monitoraggio del Rossing Center restituisce un quadro preoccupante: nel 2025 sono stati documentati 155 episodi contro cristiani in Israele e Gerusalemme Est, tra cui 61 aggressioni fisiche, mentre nel 2024 gli episodi erano stati 111, con 47 aggressioni fisiche. I dati provengono da organizzazioni diverse e non sono quindi perfettamente comparabili, ma indicano una tendenza difficile da ignorare: le aggressioni contro i cristiani non sembrano essere episodi isolati e sporadici.
Non tutti i casi hanno la stessa dinamica o la stessa motivazione: un insulto non è un’aggressione fisica, così come una minaccia non equivale a un attacco contro un luogo di culto. Ma quando gli episodi si ripetono e colpiscono persone riconoscibili per il loro abito o per il ministero che svolgono, la questione va oltre la cronaca e riguarda la possibilità stessa di vivere pubblicamente la propria fede senza paura. La libertà religiosa non consiste soltanto nel poter pregare dentro una chiesa, ma anche nel poter indossare un abito religioso, svolgere il proprio ministero e vivere nello spazio pubblico senza essere insultati, bersaglio di sputi, minacciati o aggrediti.
Per questo non basta contare le aggressioni: bisogna guardare a ciò che accade dopo, quanti autori vengono identificati, quante denunce hanno un seguito, quanti responsabili vengono perseguiti e quale risposta arriva dalle istituzioni. La sicurezza di una minoranza si misura anche dalla fiducia che le sue vittime possono riporre nella legge. Il caso Schreiber mostra quanto questa risposta possa essere complessa.
È su questo terreno che anche il confronto con la violenza commessa da cittadini israeliani contro palestinesi in Cisgiordania può offrire un elemento di riflessione, senza confondere fenomeni diversi. I dati di Yesh Din, un’organizzazione israeliana impegnata nella difesa dei diritti umani, mostrano quanto possa essere difficile arrivare dalla denuncia alla condanna: dal 2005 il gruppo ha monitorato 1.701 indagini relative a reati commessi da cittadini israeliani contro palestinesi e loro proprietà e, tra il 2005 e il 2024, il 93,8 per cento dei fascicoli si è chiuso senza incriminazione; solo 109 sono arrivati a un atto d’accusa e appena 53 si sono conclusi con una condanna, totale o parziale: circa il 3% del totale.
I due fenomeni non sono sovrapponibili, ma pongono l’accento sulla capacità dello Stato di garantire una tutela effettiva a chi subisce una violenza. Nel caso dei cristiani, la questione è particolarmente delicata perché non riguarda soltanto la sicurezza personale, ma la possibilità di una minoranza di continuare a vivere pubblicamente la propria fede nella città che custodisce alcuni dei luoghi più importanti della Cristianità. La vittima non può essere ritenuta più o meno degna di tutela in funzione della sua religione o della sua nazionalità, così come l’identità dell’aggressore non dovrebbe condizionare l’iter giudiziario; infatti, una giustizia credibile non opera per ottenere una condanna a ogni costo, ma indaga, raccoglie prove, identifica i responsabili e applica la legge.
La violenza contro i cristiani non diventa meno grave perché un episodio non arriva in tribunale. Insulti, sputi, minacce, aggressioni e attacchi contro luoghi di culto hanno gravità diverse, ma quando si ripetono producono l’effetto di restringere lo spazio in cui una comunità può vivere pubblicamente la propria fede.
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