• AUSTRALIA

Il vescovo morto innocente a cui augurano l’Inferno

Alla morte a gennaio dell'arcivescovo emerito di Adelaide, Philip Wilson, molti utenti dei social gli hanno augurato l’Inferno. Il motivo? L’accusa di aver coperto un sacerdote pedofilo. In realtà monsignor Wilson è morto da innocente perché a fine 2018 è stato assolto con motivazioni che rappresentano una lezione di civiltà giuridica, contro ogni pressione mediatica.

A gennaio un centinaio di fedeli ha assistito al funerale del vescovo emerito di Adelaide, Philip Wilson, mentre vent’anni fa c’erano più di 7000 persone al suo insediamento come arcivescovo. Conseguenza delle restrizioni anti-Covid, certo, ma il presule defunto era nel frattempo divenuto uno degli uomini più impopolari d’Australia. Lo si è visto dalle reazioni sui social alla notizia della morte causata da un cancro intestinale comparso due anni fa. Il commento più diffuso era quello di chi gli augurava le fiamme dell’Inferno. La colpa di Wilson sarebbe stata quella di aver coperto un sacerdote pedofilo.

Eppure l’ex arcivescovo di Adelaide si è spento da innocente a più di due anni di distanza dalla sentenza con cui il giudice distrettuale Roy Ellis lo aveva scagionato da ogni accusa, smontando una precedente condanna emessa da un tribunale inferiore che gli era valsa le prime pagine dei giornali di tutto il mondo.

La notizia della sua assoluzione, arrivata dopo tre mesi di detenzione domiciliare e la rinuncia all’incarico pastorale, non stupì chi aveva letto le carte dell’indagine. La pubblica accusa, infatti, aveva mandato Wilson sul banco degli imputati per la testimonianza di una presunta vittima di un abuso commesso nel 1971 dal sacerdote James Fletcher che nel 2013 - dopo aver denunciato per la prima volta la violenza subita 42 anni prima dal prete già condannato nel 2004 per un altro episodio e morto in carcere nel 2006 - aveva dichiarato alla polizia di aver raccontato i fatti al futuro arcivescovo di Adelaide nel 1976, quando era un giovane curato. Nel 2015 l’incriminazione con l’accusa di non aver denunciato tra il 2004 e il 2006 il racconto della vittima pur essendone presumibilmente a conoscenza dal 1976. Una versione contestata da Wilson, che ha sempre sostenuto di non avere alcun ricordo di quella conversazione difficilmente dimenticabile anche a distanza di 30 anni.

Nel maggio del 2018, in concomitanza con il clamore mediatico del rinvio a giudizio del cardinale George Pell accusato di pedofilia e poi completamente prosciolto, il tribunale locale di Newcastle condannò Wilson a un anno di reclusione. Il giudice si dichiarò convinto oltre ogni ragionevole dubbio della veridicità della rivelazione fatta al religioso nel 1976 nonostante nella sentenza fosse stato lui stesso a sottolineare delle incongruenze: la descrizione di Wilson fatta dalla vittima sarebbe stata incompatibile con quella fatta da un altro testimone dell’accusa giudicato parimenti credibile. La convinzione di aver subito un’ingiustizia esortò il presule a fare appello.

Philip Wilson non era un vescovo qualunque: era stato presidente della Conferenza episcopale e alla guida della Diocesi di Wollongong era stato ribattezzato “il vescovo guaritore” per la gestione di uno scandalo abusi ereditato dal suo predecessore. Questa esperienza aveva fatto sì che la Conferenza episcopale degli Stati Uniti, travolta dalla prima crisi del 2002, lo invitasse come relatore in una sessione speciale sul contrasto della pedofilia. La condanna, dunque, danneggiò la sua credibilità personale ben oltre i confini nazionali e gettò un'ombra sulla passata operazione trasparenza.

Nel tiro al piccione mediatico contro di lui si unì l’allora premier australiano, ottenendo alla fine quelle dimissioni che il diretto interessato, a botta calda, si era rifiutato di dare rivendicando il suo diritto all’appello. E ne aveva tutte le ragioni: nel dicembre del 2018, infatti, il proscioglimento da ogni accusa con motivazioni che, a rileggerle ancora oggi, rappresentano una lezione di civiltà giuridica e raro buon senso. Sul caso in sé, il tribunale distrettuale riconobbe l’onestà di Wilson che, pur potendo farlo ai fini della difesa, non aveva mai screditato la presunta vittima del prete pedofilo né messo in discussione che l’aggressione fosse avvenuta. Il giudice Ellis stabilì che la pubblica accusa non aveva potuto dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio che l’imputato fosse effettivamente stato informato nel 1976 della violenza e che quindi se ne potesse ricordare tra il 2004 e il 2006. Quelle “non insignificanti incongruenze” nelle testimonianze a lui sfavorevoli, che nella condanna erano state riconosciute ma interpretate sorprendentemente a suo svantaggio, convinsero il giudice dell'impossibilità di decretare una colpevolezza data per scontata dall’opinione pubblica. E proprio all’influenza del potere mediatico sull’indipendenza della magistratura sono stati dedicati i passaggi più significativi di quella sentenza, con la denuncia del rischio che quel tipo di pressione potesse portare una corte ad una decisione “coerente con le aspettative dell’opinione pubblica, anziché con lo Stato di diritto”.

Un impatto, quello mediatico, che il giudice Ellis arrivò a definire potenzialmente “sovversivo” se conduce a preoccuparsi più di non deludere le attese dei media piuttosto che di garantire a un cittadino il diritto a un processo equo. Il giudice australiano ricordò che la responsabilità penale è personale e che Wilson non poteva essere chiamato a scontare le responsabilità della Chiesa nella gestione generale dello scandalo abusi. Da qui l’ammonimento a rifiutare le “generalizzazioni su individui o istituzioni” in quanto “piene di pericoli soprattutto nel campo del diritto penale che è e deve essere sempre individuale”. Un richiamo rispedito al mittente dai media che davanti a quella sentenza gridarono alla “vergogna”, mentre dopo la precedente avevano parlato di “sollievo per le vittime di abusi”.

Ma la condanna di un innocente non è la vittoria delle vittime perché condanna non è sinonimo di verità. E che l’assoluzione di Wilson avesse basi solide lo dimostrò la decisione della pubblica accusa di non fare appello contro il verdetto di Ellis. Alla fine, però, chi voleva che il presule pagasse a prescindere non può ritenersi del tutto insoddisfatto: si è spento a 70 anni da pensionato precoce, divorato da un cancro comparso proprio alla fine dell’odissea giudiziaria. L’esistenza della piaga pedofilia e le responsabilità di alcuni vescovi nella copertura di certi casi non sono in discussione, ma il clima da caccia alle streghe che in Australia si è visto con lui e con il cardinale Pell più che estirpare questo male rischia soltanto di provocarne altro.

Dona Ora