Il vademecum di Suetta libera vivi e morti dalle esequie creative
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Il vescovo di Ventimiglia-San Remo dà l'estremo saluto alle trovate di parenti e preti più intenti a esaltare il defunto che a pregare per la sua anima e onorarne il corpo. E anche a chi resta la sobrietà dei riti e la speranza cristiana offrono maggiore conforto di un ricordo mondano. Il testo non fa che ribadire l'insegnamento della Chiesa, così ovvio e così dimenticato da far notizia.
Bisogna essere grati a mons. Antonio Suetta per il suo vademecum per le esequie ecclesiastiche. Perché è raro oggi trovare dei vescovi che difendano i riti della Chiesa, nella consapevolezza che quando questi riti possono esprimersi senza essere sfigurati dalla “creatività” umana, essi raggiungono pienamente quello scopo per cui sono stati istituiti. Nel caso delle esequie, il vescovo di Ventimiglia-San Remo ricorda quanto la Chiesa insegna nel suo diritto universale, ossia che essi hanno la finalità di pregare per il defunto, onorarne il corpo e offrire ai vivi, in particolare alle persone più vicine al defunto, conforto e speranza.
Pregare per il defunto: già su questo punto è necessario correggere la traiettoria. E non di poco. Il rito della Chiesa domanda indulgenza e perdono, supplica Dio di liberare dai vincoli della morte, di lavare da ogni colpa, umilmente osa chiedere che accolga l’anima del defunto nella pace eterna; in poche parole, riconosce il peccato che si attacca alle nostre anime come la polvere ai nostri piedi, e chiede a Dio, ancora una volta, di avere pietà e di mostrare la sua misericordia. Di contrasto abbiamo invece le libere parole di amici e parenti, e persino dello stesso sacerdote, che sentenziano che il defunto è già nella casa di Dio, gode già della beatitudine e della pace, quasi fosse un martire della fede. Sentenziano, quando addirittura non ostentano, i meriti – talvolta reali, più spesso presunti – dell’estinto, quasi che il Signore sia tenuto per stretta giustizia a dargli il Paradiso. Quando poi questi “meriti” riguardano realtà meramente umane o persino quelli che oggettivamente sono vizi, peccati, ideologie non cristiane, la deriva è completa.
Allora, in questo caso, la fedeltà alla sobrietà del rito diventa essenziale per ricordare una verità di estrema importanza: nessuno di noi parte da questo mondo immacolato, nessuno di noi ha dei meriti tali da poter esigere il Paradiso. Tutti noi abbiamo bisogno di essere purificati nel fuoco salvifico del Purgatorio, tutti noi ci poniamo davanti a Dio con l’umile e fiduciosa supplica del povero mendicante, e non con la boria di chi pretende e vuole comandare anche in casa del Padreterno. Ed è per questo che si prega per il defunto.
Onorare il corpo. Il rito funebre prevede l’aspersione e l’incensazione di quel corpo che, con il battesimo, è divenuto tempio dello Spirito Santo. Tempio spesso misconosciuto, insozzato, profanato, ma pur sempre “luogo” dedicato al culto di Dio. Quel corpo viene onorato perché la Chiesa esprime la fede che risorgerà quando Cristo tornerà a giudicare i vivi e i morti ed instaurare il suo Regno senza fine. Come insegna san Paolo «si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza; si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale» (1Cor 15, 42-44). Il segno della sepoltura è centrale per la fede cristiana nella risurrezione della carne: ciò che è stato tratto dalla terra, alla terra ritorna, per risorgere dalla terra incorruttibile, glorioso, spirituale. Gesù Cristo stesso ha adempiuto, nobilitato e finalizzato questo segno della sepoltura. Si fa dunque fatica a comprendere come possa un cristiano preferire la cremazione, consegnare il corpo del defunto al fuoco, anziché alla terra. È piuttosto evidente che il grande segno illustrato da san Paolo non è più presente con la cremazione, ma viene anzi sfigurato dall’inquietante segno della consegna al fuoco e della distruzione violenta del corpo.
Mons. Suetta sembra ormai l’unico a ricordare che, per la Chiesa, «l’una (la sepoltura) è sostenuta, l’altra (la cremazione) è tollerata», e ad esortare che «nella pastorale conviene ricordare e motivare di più il significato e il pregio della sepoltura». L’andazzo generale è che se la cremazione non è proibita, allora essa è un’opzione di pari livello della sepoltura. La volontà non più cristianamente formata del defunto o dei parenti, le ragioni “economiche” e di gestione delle tombe finiscono per prevalere persino sull’insegnamento di san Paolo! Ormai il segno dell’interrare il seme corruttibile (il corpo mortale), per ravvivare la fede che risorgerà incorruttibile, è sempre più raramente sotto gli occhi dei cristiani e di tutti gli uomini. Risultato? Che i cristiani comprendono sempre meno la differenza tra la risurrezione della carne e la semplice immortalità dell’anima vagheggiata dai vari spiritualismi religiosi o filosofici.
Il conforto e la speranza dei vivi. La Chiesa è madre del defunto, perché lo accompagna con la sua preghiera, ed è madre anche di chi resta, perché il dolore venga lenito, la fede corroborata, la speranza sostenuta. È bene però chiarire subito che questa terza finalità delle esequie si raggiunge precisamente quando viene permesso al rito di esprimersi per come è, perché il vero conforto proviene dalle verità cristiane rese tangibili nel rito, non dalle nostre invenzioni. Bisogna riabituarsi all’idea che la nostra umanità ha bisogno di essere corretta, purificata, elevata dalla fede e dai riti della Chiesa. Il funerale non è il momento in cui si dà sfogo alla nostra umanità decaduta, incredula e pur sempre limitata, ma quello in cui chiediamo alla Chiesa di togliere la caligine dai nostri occhi, elevare i sentimenti del cuore, guarire le nostre ferite. E quanto più lo spazio delle esequie viene invaso da ciò che è mondano, tanto meno questa guarigione interiore può avvenire.
Sia concesso un inciso. Quando si prende in mano il Graduale romanum, libro liturgico della Chiesa del rito riformato da Paolo VI, si trova che le bellissime antifone della Messa esequiale (eccettuata, purtroppo, la Sequenza del Dies iræ) sono rimaste pressoché al loro posto. Bisogna ascoltarle e riascoltarle per capire cos’è realmente il conforto che offre la Chiesa. Dal Requiem æternam dell’Introito all’antifona alla Comunione In Paradisum è tutto un toccare ripetutamente con le note della grazia le corde più intime dell’animo umano, per farle risuonare in accordo con le melodie del cielo; nessuna tristezza eccessiva, nessun cedimento alla disperazione, nessuna gioia fuori posto: tutto è armonizzato, modulato, nobilitato. E allora, il fatto che queste antifone gregoriane non si cantino più nei funerali, non è forse un furto a danno dei fedeli?
Mons. Suetta ha altresì il merito di ricordare che il rito funebre cattolico non è un diritto imprescindibile. Possono ottenere le esequie cristiane quei fedeli che dispongono la propria vita in modo da avere le condizioni basilari per riceverli. I riti della Chiesa sono pubblici: non si possono fare scelte pubbliche contrarie a quanto insegna la Chiesa e poi pretendere che la Chiesa celebri le esequie. Prima che la soddisfazione di un desiderio del defunto o dei suoi familiari, i riti funebri devono esprimere pubblicamente la fede della Chiesa: se il defunto ha apostatato dalla fede, ha aderito all’eresia e allo scisma, ha scelto la cremazione per ragioni contrarie alla fede, ha aderito pubblicamente a qualcosa che la Chiesa indica come gravemente peccaminoso, senza dare alcun segnale di ravvedimento prima di morire, le esequie devono essere negate non perché la Chiesa ritenga dannato il defunto, ma perché, trattandosi di un rito pubblico, essa deve evitare lo scandalo dei fedeli. Perché le ragioni pastorali non valgono solo nei confronti delle persone più vicine all’estinto, ma anche e primariamente per tutto il popolo di Dio, che non dev’essere indotto in errore dalla falsità dei segni.
Le indicazioni di mons. Suetta sono ovvie per qualunque cristiano conosca minimamente l’insegnamento della Chiesa, ma susciteranno mal di pancia e faranno digrignare i denti per il semplice fatto che l’andazzo anormale è diventato la nuova normalità. È in fondo il silenzio assordante della Conferenza Episcopale Italiana su queste verità a far sì che il vademecum di Suetta sia una notizia.
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