• VITA E FEDE

Il senso di Sofia Goggia per le prove. E la sua fede

Lode a Sofia Goggia, che dopo la distorsione del ginocchio che potrebbe pregiudicarle le Olimpiadi, non teme di affidarsi con fede a Dio e accetta la dura prova. All'infortunio di domenica si accompagna la straordinaria vittoria di sabato in discesa: non ha disperato nella caduta, mostrando così di non essersi insuperbita il giorno prima.

«Se questo è il piano che Dio ha per me, altro non posso fare che spalancare le braccia, accoglierlo e accettarlo». Sofia Goggia non poteva pescare frase più dirompente per spiazzare i giornali. La campionessa bergamasca ha detto ciò che non si dice tra persone perbene mandando letteralmente in tilt i media, i quali nel commentare l’infortunio di domenica a Cortina erano già pronti a cavalcare la solita “sfortuna” e la scontata “maledizione delle Olimpiadi”.

La sciatrice invece ha fatto un vero e proprio slalom fra i luoghi comuni uscendosene con una frase che non ti aspetti: quello che va sotto il nome di Provvidenza di Dio, anche negli eventi avversi, è un argomento tabù. È l’elefante nella stanza, che tutti facciamo finta di non vedere e che cela il grande mistero del dolore e delle prove in un momento che guarda caso non è mai maturo per il nostro orgoglio.

Hanno detto che la sua reazione dopo la caduta di Cortina è stato un esempio di coraggio, una richiesta di miracolo. Invece, deve essere, molto più semplicemente, una testimonianza sincera di fede che ci svela qualche cosa di più di lei delle solite frasi che si dicono a favor di rotocalco quando il vip di turno affronta il tema della religione d’appartenenza.

Avrebbe potuto arrabbiarsi, Sofia, lei, la portabandiera dell’Italia alle prossime Olimpiadi invernali di Pechino, il nostro vanto del circo bianco, avrebbe dovuto piangere, imprecando per quell’infortunio che ora la terrà lontano dalle piste almeno 3 settimane pregiudicandone molto probabilmente il finale di stagione. Invece ha dato prova di fede e accettazione di una prova che non sa di rassegnazione, ma di fiducia in Colui che custodisce i cuori e li prepara.

Lode dunque a Sofia Goggia, che dimostra di essere sofìa di nome e di fatto, oggi che siamo portati, a causa di tutto il male che vediamo a dare la colpa sempre a qualche cosa di lontano da noi (la sfortuna, il destino, gli altri).

La sua è la saggezza dei forti e dei semplici, che Seneca lodava come virtù quando nel de Providentia ricordava che «Dio non tiene nei piaceri l’uomo virtuoso, lo mette alla prova, lo irrobustisce, lo prepara per sé» e che Sofia sia una campionessa non solo sulle montagne, ma anche nelle numerose manche offerte dalla vita, lo si vede dal fatto che non teme le prove dure e difficili e non se ne lamenta: «Importa non cosa sopporti, ma come sopporti», ci ricorda l’antico filosofo romano.

Anche Santa Teresa di Gesù Bambino dice di essere stata provata molto, prima che Dio esaudisse i suoi desideri, come Lazzaro, come gli sposi di Cana. Il saper accettare quello che Dio manda ogni giorno è tipico dei generosi. Infatti, l’egoista non pensa che a vivere per sé stesso e non comprenderà mai questo segreto unico della vita cristiana. Che è appunto questa bella capacità di lasciarsi educare da Dio non rinunciando neanche dopo tutti i nostri successi: «Spesso il cuore si leva in superbia quando mediante lieti successi viene rafforzato nella virtù, ma il Creatore, scorgendo occulti moti di presunzione nel suo pensiero, lo abbandona a sé dimostrandogli che è un uomo affinché l’anima abbandonata scopra la sua realtà, essa che, sicura di sé godeva di una falsa gioia». Le parole di San Gregorio Magno ci vengono in soccorso e ci spiegano che Sofia non ha disperato domenica perché non si era insuperbita sabato.

Il giorno prima della caduta, infatti, aveva compiuto un vero miracolo dello sci mentre scendeva dalle Tofane di Cortina all’impazzata e correggendo con una forza di gambe impressionante le tante storture di una discesa non bella, ma eroica che le era valsa il primo posto. Avrebbe potuto facilmente disperare sulla sventura dopo essere salita sul gradino più alto del podio e avrebbe ottenuto la comprensione di tutti.  

«La lotta all’orgoglio – scrive don Gianluca Attanasio in Una strada nella tempesta, sull’attualità dell’esperienza di San Gregorio Magno – lungi dal provocare una limitazione della personalità umana, costituisce l’unica strada per raggiungere la gioia profonda dell’amore. Occorre imparare ad abbandonarsi con fiducia all’azione educativa di Dio: egli solo è capace di liberare l’uomo dall’autocompiacimento, che riempie il cuore di noia e amarezza».

Non ha disperato domenica nella prova mostrando così un'umiltà che ha svelato anche come non si fosse insuperbita nel successo di sabato. Effettivamente, dopo aver scalato le montagne dell’orgoglio e delle avversità con una fede simile, scendere a sci uniti è davvero il meno.

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