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SANTI DA LEGGERE / 18

Il ritorno che inquieta, Lazzaro secondo Gibran

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Lazzaro e il suo amore, opera che Kahlil Gibran scrisse a 46 anni, quando sapeva che gli restava poco da vivere, presenta un dialogo serrato con la morte. Il risuscitato di Betania non è contento di essere tornato in vita, perché privato di una pienezza… poi, la sua prospettiva cambierà.

Cultura 09_02_2026

Lazzaro di Betania è una delle figure più affascinanti e misteriose del Nuovo Testamento.

Non stupisce che due autori lontanissimi per storia e sensibilità – Kahlil Gibran (1883-1931) e Luigi Pirandello (1867-1936) – abbiano scelto proprio lui per interrogare l’uomo contemporaneo, con due opere diversissime e complementari. Da una parte, il Lazzaro inquieto e nostalgico di Gibran; dall’altra, il Lazzaro che spacca e ricompone l’io pirandelliano. Due resurrezioni, due ferite, due modi di tornare alla vita.

Il Lazzaro dei Vangeli

Amico fraterno di Gesù, insieme alle sorelle Marta e Maria, viveva a pochi chilometri da Gerusalemme e offriva spesso ospitalità al Maestro. Il Vangelo di Giovanni sottolinea più volte l’affetto profondo che legava Gesù a questa famiglia, un legame così intenso da suscitare stupore nei presenti quando, davanti al sepolcro dell’amico, Gesù si commosse e pianse. L’episodio della resurrezione di Lazzaro, narrato solo da Giovanni, non è soltanto un miracolo straordinario, ma un segno profetico che anticipa la Pasqua di Cristo.

La fama dell’evento rese Betania una meta di pellegrinaggio sin dai primi secoli, e la figura di Lazzaro divenne oggetto di tradizioni diverse e talvolta contrastanti. Alcune fonti orientali lo vogliono vescovo a Cipro, altre lo collocano in Provenza insieme alle sorelle, fino al martirio a Marsiglia. Anche le sue reliquie hanno alimentato un vero e proprio enigma storico, tra ritrovamenti, traslazioni e attribuzioni incerte. La vicenda di Lazzaro continua ancora oggi a interrogare credenti e studiosi, offrendo uno sguardo unico sul rapporto umano e spirituale tra Gesù e i suoi amici.

Lazzaro secondo Gibran: il ritorno che inquieta

Quando Kahlil Gibran scrive Lazzaro e il suo amore ha quarantasei anni. L’interesse mondiale per Il profeta cresce, ma lui sa che la sua vita sta volgendo al termine. Gli è stata diagnosticata una malattia che a breve l’avrebbe condotto alla morte. Questo atto unico è attraversato da un dialogo serrato con la morte, quasi un corteggiamento. Lazzaro diventa il suo alter ego: un uomo che ha varcato la soglia dell’aldilà e che, tornato indietro, non riesce più a trovare posto tra i vivi.

La scena è minima, quasi claustrofobica: il giardino della casa di Betania, il giorno dopo la resurrezione di Gesù. Sei personaggi si muovono in questo spazio ristretto, ma il vero protagonista, almeno all’inizio, è un’assenza. Lazzaro non c’è: lo evocano la madre e le sorelle, che osservano il suo cambiamento con un misto di inquietudine e tenerezza. Da quando è tornato in vita, trascorre ore sulle colline, come se la sua mente abitasse un altrove inaccessibile. I suoi occhi, dicono, sono diventati più profondi; la sua dolcezza sembra rivolta a qualcuno che non appartiene a questo mondo.

Quando finalmente compare, Lazzaro parla come un uomo che ha visto troppo. Rifiuta il cibo preparato con cura, si esprime con frasi enigmatiche che solo Maria riesce a intuire. A lei confida il segreto che lo tormenta: nell’istante della morte ha conosciuto un’amata, una presenza luminosa con cui era «nello spazio tutto», immerso in una pace assoluta. Il ritorno alla vita gli appare come una condanna. La realtà quotidiana gli pesa, gli sembra un esilio. «Mi ribello contro quella che voi chiamate vita», dice, e nelle sue parole vibra la nostalgia di un bene perduto.

Il suo conflitto esplode in un grido rivolto al Maestro: perché richiamarlo indietro? Perché strapparlo a quella pienezza? È un rimprovero che si spezza subito in supplica, poi in benedizione. Lazzaro piange, chiede perdono, si arrende. E proprio quando il suo tormento sembra inconsolabile, arriva Filippo con l’annuncio che cambia tutto: Gesù è risorto. In quel momento Lazzaro comprende. Il sacrificio del Maestro, la sua morte e la sua vittoria sulla morte, danno senso anche al suo ritorno. La resurrezione non è un capriccio divino, ma un tassello della redenzione. Esaltato, Lazzaro parte a testimoniare la buona notizia, fino alla sua crocifissione.

Il dramma è breve, compatto, costruito sulle tre unità aristoteliche, ma la sua forza non sta nella trama. Sta nella tensione interiore del protagonista, nella sua corsa verso un amore che non può più raggiungere. La nostalgia è il vero motore dell’opera: nostalgia dell’Altrove, della perfezione intravista, della libertà totale che la vita terrena non può offrire.

Gibran suggerisce che l’uomo vive sempre in una forma di esilio: sospeso tra ciò che desidera e ciò che può avere, tra la promessa e il compimento. Lazzaro incarna questa condizione con una radicalità che sfiora la fuga dalla realtà. Solo nell’epilogo comprende che la gloria di Dio e la redenzione non iniziano dopo la morte, ma già qui, nella fatica del vivere. Maria glielo ricorda con parole semplici e decisive: «Credi e abbi fede, perché solo nella fede si può trovare conforto».

Attorno a lui, gli altri personaggi rappresentano le diverse reazioni dell’uomo davanti al Mistero. E tra tutti spicca il Folle, figura laterale ma essenziale, che osserva senza intervenire, come un coro tragico. È lui a ricordare che l’amore attraversa la vita di tutti, ma pochi sanno riconoscerlo davvero.

Il linguaggio di Gibran, poetico e intriso di metafore, richiama i toni del Cantico dei cantici. Il suo Lazzaro non è quello del Vangelo: è un personaggio costruito attraverso suggestioni bibliche, apocrife e simboliche. È l’uomo che desidera un amore infinito, che vive nel «già e non ancora», che sente nel cuore la promessa di un compimento che la vita terrena può solo sfiorare. In questo senso, Lazzaro e il suo amore più che un dramma religioso è un ritratto dell’animo umano: inquieto, nostalgico, affamato di eternità.

Nella prossima puntata vedremo la rilettura di Pirandello nell’opera teatrale Lazzaro.



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