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CONTROSTORIA

Il Risorgimento contro la Chiesa

Esisteva nell’Italia del 1861 una tradizione cattolica largamente maggioritaria che fu calpestata dagli artefici dell'Unità d'Italia.

Cultura 31_12_2011
Risorgimento

Una riflessione di Luigi Negri, vescovo di San Marino-Montefeltro, tratta dall'ultimo libro "Risorgimento e identità italiana: una questione ancora aperta" (Cantagalli, pagine 120, euro 12).

Esisteva nell’Italia del 1861 una tradizione cattolica, c’era una larghissima parte di popolazione, certamente maggioritaria sul piano quantitativo, che riconosceva la tradizione cattolica non come un passato, ma come la forma di un presente. È per difendere un presente, per difendere la propria identità, che, in alcuni frangenti, si è assistito ad una vera e propria ribellione del popolo: le insorgenze contro i giacobini e contro il tentativo di omologare culturalmente il nostro paese alla Rivoluzione francese, che sono costate circa trecentomila morti, in un periodo in cui l’Italia raggiungeva a malapena i venti milioni di abitanti, sono sicuramente una tragica espressione di ciò.

Esisteva una tradizione viva perché la Chiesa era un presente, un presente ricco di storia che continuava a raffigurare per buona parte della popolazione un riferimento importante per quanto concerne le convinzioni, i princìpi di comportamento, la capacità di aggregazione, le forme di vita, di educazione e di solidarietà. Tale riferimento certamente non era esente da limiti e contraddizioni, ma aveva una propria consistenza sul piano ideale e rappresentava una civiltà che aveva ancora una sua precisa attualità. Si trattava di una cultura con profonde radici nella stragrande maggioranza del popolo italiano, che viveva nella famiglia e all’ombra dell’opera educativa della Chiesa, con un patrimonio ideale che già sostanzialmente accomunava le genti d’Italia.

Nella componente che è risultata vincitrice nei fatti, il movimento risorgimentale impose alle genti italiche un’ideologia elaborata altrove e obiettivamente in contrasto con quella cultura cattolica che, fino a quel momento, aveva costituito praticamente l’anima e l’ispirazione di tutte le costumanze, le manifestazioni artistiche, le forme corali di festa, di culto, di arte, di vita. Una minoranza detentrice di una capacità di creazione culturale notevolissima, ma soprattutto capace di creare l’opinione pubblica, capace di influire sull’opinione pubblica (i mezzi della comunicazione sociale sono stati un grande fattore creatore delle rivoluzioni, esattamente come i grandi capitali che questa minoranza aveva a disposizione), che cercò in tutti i modi di imporre un modello culturale alternativo.

Era una minoranza laicista, che pretese di essere totalizzante, pretese di imporsi attraverso un’operazione spregiudicata sul piano ideologico e sul piano economico. Siamo di fronte ad una minoranza che pretese di imporre la propria cultura. Nel momento in cui questa cultura pretendeva di essere l’unica, diventava un’ideologia, totalizzante ed esclusiva. Nella coscienza di molti dei protagonisti del Risorgimento si affermò la convinzione che l’Italia andasse costruita contro i “clericali”, che dovevano essere estromessi, a meno che non assumessero in qualche modo la posizione laicista. Tutto il dramma di Pio IX si svolse a questo livello. Egli volle difendere la differenza, attirandosi le accuse, soprattutto della storiografia successiva, di avere chiuso ogni possibile dialogo con la modernità, mentre invece così facendo ha posto le condizioni per un dialogo autentico. Così come si è andata configurando la spinta unitaria, nell’atto stesso in cui esteriormente si realizzava, la nostra nazione subiva perciò una grave lacerazione interiore. La vera natura del disagio post-risorgimentale risiede nel malessere spirituale della nostra gente, ferita nell’anima a causa della mortificazione della diffusa e vitale realtà del cattolicesimo popolare. Questo conflitto iniziò e si affermò già nel decennio tra il 1848 e il 1858 in Piemonte. Questa prevaricazione ideologica si estese poi a tutta la penisola, ad opera del giovane Parlamento italiano, eletto da meno del 2% della popolazione.

Si è tentato di ridurre
questo “dramma nazionale italiano” ai molteplici dissapori tra la Sede Apostolica e lo Stato sabaudo; la storiografia che è andata per la maggiore ha ravvisato nella questione del potere temporale la ragione precipua del conflitto con la Chiesa: «È un luogo comune che la causa principale della inimicizia con la Chiesa sia stato il potere temporale dei papi»; invece «la ragione primaria della tensione non stava nel principato terreno del Vescovo di Roma – ingombrante eredità della storia, che è stato provvidenziale avere superato – ma nella volontà di attentare alla libertas Ecclesiae». Non bisogna dimenticare che la cultura ufficiale del nuovo Stato è stata molto abile nel comporre le tensioni e le divergenze, pur presenti nel suo seno, presentandosi come unitaria. Nonostante ciascuno dei “quattro grandi” del Risorgimento – Vittorio Emanuele II, Cavour, Garibaldi e Mazzini – avesse scarsa stima e molta antipatia per gli altri tre, l’agiografia politica del tempo è riuscita a farne un “quadrilatero ideologico” (più efficace di quello strategico di Radetzky), con lo scopo di reprimere proprio la tradizione spirituale e culturale, che, più di ogni altra, era la fonte storica dell’identità della nazione. (...)

L’ingerenza dello Stato nella vita della Chiesa fu molto rilevante. Lo Stato si riservava il diritto di intervenire nella stessa nomina dei vescovi: il Papa poteva scegliere soltanto tra una terna di nomi presentati dal Re. Se la Santa Sede non li gradiva, le cose si potevano trascinare anche per anni. Esempio tipico di questo costume è la vicenda accaduta all’arcivescovo di Milano, cardinal Ballerini, presentato, come primo della terna, a Roma quando a Milano regnava ancora Francesco Giuseppe. Il Papa approvò la sua nomina e lo fece cardinale. Nel frattempo si concluse la Seconda guerra di indipendenza e Milano passò ai Savoia, sotto il Regno di Vittorio Emanuele II, il quale denunciò questa nomina perché non compiuta da lui. Era necessario il placet regio perché un vescovo potesse entrare in diocesi ed esercitarvi il suo potere religioso, così come era necessario l’exequatur (si esegua) affinché le sentenze di carattere canonico, emesse dai tribunali diocesani su qualsiasi problema, compresi quelli relativi ai matrimoni, potessero trovare esecuzione. Dunque il cardinal Ballerini non poté diventare vescovo di Milano e neppure entrare in diocesi. La polizia impedì l’ingresso del Cardinale a Milano per 14 anni. La diocesi fu retta da un Vicario Capitolare, mentre il Cardinale viveva a Seregno. Finalmente un’intensa attività diplomatica trovò la soluzione: il Papa lo nominò Patriarca di Alessandria d’Egitto, un titolo puramente onorifico, per cui lasciò la diocesi di Milano, che rimase così vacante. Venne allora nominato arcivescovo di Milano Luigi Nazari di Calabiana, presentato da Vittorio Emanuele II, un piemontese fedele alla dinastia, il quale era stato addirittura nominato Senatore del Regno. Egli, comunque, fu un ottimo arcivescovo, nonostante il pesante condizionamento dei Savoia.

Quando Pio XI
concluse i Patti lateranensi con Mussolini (1929), almeno una decina di vescovi erano in carcere, perché ritenuti sovversivi. Delle circa 300 diocesi, una cinquantina era senza vescovo, perché era in atto un contenzioso tra il Papa e la Corona. Del tutto mortificata risultava anche la possibilità educativa della Chiesa, essendo fortemente ostacolata la possibilità di organizzare, a livello sociale, attività ricreative, culturali, associative. Non parliamo poi dell’ingente espropriazione dei possedimenti fondiari della Chiesa, valutata allora in 2.000 milioni di lire oro. Del resto, girando per l’Italia è facile notare come molti luoghi pubblici – dalle prefetture ai tribunali – erano stati in precedenza luoghi religiosi, confiscati dallo Stato unitario.

L’esempio più eclatante dell’ingerenza dello Stato nei confronti della Chiesa rimangono comunque le leggi e le conseguenti azioni rivolte contro gli ordini religiosi di natura contemplativa, perché considerati dispendiosi e inutili per la società. La cosiddetta “legge dei frati”, voluta da Cavour per il Regno sabaudo, fu poi estesa all’intera Italia con conseguenze gravissime: «Così in nome e in difesa della libertà dei cittadini, lo Stato impose di forza la soppressione di quasi 4.000 istituti (i beni dei quali vennero incamerati dal demanio), e oltre 50.000 religiosi, che già avevano conosciuto le spogliazioni rivoluzionarie e napoleoniche, si videro nuovamente costretti (con meno apparente violenza ma identico sopruso) ad abbandonare il monastero e concentrarsi in altri luoghi, fino alla loro estinzione. Non è senza significato notare che per tentare di portare alla sua completa realizzazione questo azzeramento dei corpi intermedi religiosi, non bastò una legge, ma furono necessarie in 17 anni ben 132 circolari amministrative del solo Ministero di grazia e giustizia. Un numero impressionante, quasi simbolica dimostrazione che quando uno Stato pretende di eliminare la concreta e libera organizzazione della società per togliere consuetudini e usi che ritiene oppressivi della libertà individuale, è costretto poi a moltiplicare gli interventi diretti per inseguire i suoi disegni di semplificazione, e cercare di adeguarvi a colpi di decreti le libere forme di convivenza messe in pratica dagli uomini».

A tutto ciò naturalmente si deve aggiungere, dopo la presa di Roma del 1870, la cosiddetta Questione Romana, che di fatto, per Pio IX e per i suoi successori, non fu mai una questione territoriale, ma una questione di principio. Il Papa chiedeva che formalmente gli fosse garantito uno spazio, fosse anche un fazzoletto di terra, su cui potere esercitare in piena libertà il suo ministero. Solo con i Patti lateranensi si arriverà a risolvere la controversia tra Stato e Chiesa, riconoscendo attraverso il Concordato e la nascita dello Stato del Vaticano, uno strumento importante per la Chiesa universale, per il successore di Pietro, per potere svolgere liberamente la propria funzione. Attraverso le parole di Leone XIII si può comprendere la drammaticità della situazione in cui la Chiesa ha vissuto prima di questo riconoscimento: «È facile altresì riconoscere che ai cattolici italiani neppure è dato di attestare liberamente il loro ossequio e la loro filiale pietà a questa Apostolica Sede, senza che o si faccia loro pubblico oltraggio o si contrappongano alle loro legittime testimonianze di religione e di amore, empie ed indegne dimostrazioni. Nella stessa Nostra Roma le cose sono a tal punto, che da più anni siamo costretti a tenerci chiusi in Vaticano, per non mettere a cimento la Nostra dignità e la Nostra Persona. E mentre ci si moltiplicano ostacoli nell’esercizio del supremo Apostolico potere, si dà prova di condiscendenza o di debolezza verso la crescente baldanza della demagogia, la quale svolgendosi in circoli ed associazioni diverse, senza alcun ritegno va manifestando nei suoi comizi disegni perversi e feroci contro la religione, il Papato e la Nostra persona, e si adopera a prepararne l’esecuzione».

E ancora in termini più accorati qualche anno dopo: «La tristissima situazione di Roma, che volge sempre al peggio, […] ci affligge profondamente non tanto per le sofferenze Nostre, […] quanto pel danno incalcolabile che ridonda alla Chiesa di Dio ed alla società medesima dal prolungarsi di questo indegno stato di cattività ed oppressione del Papato. Ci preoccupa ancora grandemente l’avvenire d’Italia soggiogata del tutto alla rivoluzione ed alle sette anticristiane. Con una larva di Monarchia incapace di esercitare la menoma influenza nella direzione del Governo; con un Parlamento divenuto strumento del radicalismo; colla somma delle cose in mano di uomini veramente funesti e risoluti a spingere audacemente la iniqua guerra che si fa alla divina autorità e missione del Papato, Noi prevediamo giorni di lutto, persuasi che la rivoluzione bene organizzata sotto l’egida della Monarchia, non indietreggiando, finirà per attuare pienamente i suoi piani.[…] La persecuzione che essa [l’Italia] mantiene sempre più accesa contro la Chiesa, la rende per necessità sovversiva ed empia nelle sue tendenze».


*Vescovo di San Marino-Montefeltro