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ISLAM

Il pro-Pal che trafficava immigrati. Un caso di sfruttamento islamico a Milano

A Milano è stato arrestato un egiziano che aveva messo in piedi un'azienda edile per coprire un vero traffico di esseri umani. Lo stesso uomo è vicino alla Fratellanza Musulmana e attivista pro-Pal. Tutto si tiene. 

Attualità 13_06_2026
Manifestazione pro-Pal, una delle tante a Milano

All’indomani del 7 ottobre 2023, la Digos ha iniziato a monitorare in Italia la galassia della Fratellanza musulmana, di cui Hamas costituisce il braccio armato. Gli apparati di sicurezza si sono, infatti, trovati costretti a mappare la macchina della propaganda pro-Pal e i suoi legami con l’islamismo. Intercettando uno dei tanti profili e sorvegliando i post infuocati e l’attivismo milanese — fatto di cortei e collette — di un certo Ahmed Mohamed Atia Megahed, gli investigatori non immaginavano però di imbattersi in un motore criminale di tutt’altra natura, trovandosi invece di fronte a un vero e proprio sistema di immigrazione clandestina.

Dietro lo schermo della devozione e della solidarietà per Gaza si nascondeva, infatti, un’immensa fabbrica di clandestinità. Sfruttando le maglie larghe del Decreto Flussi, Megahed e il suo socio avevano trasformato una sgangherata impresa edile milanese, la Vittoria srls – della quale Megahed detiene metà delle quote con il suo socio egiziano, Mohamed Eid Abd Faragalla.

L’ordinanza di custodia emessa dal giudice preliminare milanese Manuela Castellabate mette in luce le dinamiche nell’aggirare le regole. Il primo atto si consumava interamente all’estero, lungo l’asse che unisce l’Italia al Nord Africa. Qui, i candidati al viaggio verso le coste italiane versavano una consistente somma a fondo perduto, una fiche d’ingresso compresa tra i cinquemila e i seimila euro. In cambio del denaro, i due imprenditori egiziani azionavano la macchina della Vittoria srls, l’azienda edile utilizzata come copertura, ed emettevano una richiesta nominativa di assunzione del tutto fasulla, documento indispensabile per ottenere il visto dalle autorità consolari. Dalle ricostruzioni pare che Megahed fosse il motore dell’organizzazione, l’uomo che cercava i clienti all’estero.

Il secondo livello scattava non appena lo straniero toccava il suolo italiano. Lontano dal cantiere e dalle mansioni promesse, l’immigrato si trasformava in un bancomat umano, costretto a pagare per ogni singolo respiro burocratico. Per regolarizzare la permanenza, il sodalizio forniva contratti d’impiego fittizi e false idoneità alloggiative. Il paradosso del sistema imponeva che fosse la vittima stessa a dover sborsare i contanti necessari a coprire i propri contributi previdenziali, simulando una regolarità contributiva.

Infine, il meccanismo prevedeva l’espulsione controllata dall’organico. Ottenuto il permesso di soggiorno definitivo, il lavoratore subiva pressioni insostenibili per rassegnare le dimissioni. Un passaggio cruciale, imposto dai vincoli del Decreto Flussi, che parametra il numero massimo di ingressi autorizzati al fatturato aziendale. Liberando artificialmente i posti, la srls poteva rigenerare la propria capacità d’ingaggio e inserire nuovi clienti da spremere.

Nelle intercettazioni captate dalla Polizia, emerge una spregiudicatezza tale da spingere il giudice per le indagini preliminari, Manuela Castellabate, a sottolineare nell’ordinanza di custodia cautelare come il principale indagato non avesse esitato a speculare persino sui propri consanguinei. Il carcere si è reso necessario proprio per bloccare un’espansione aziendale già pianificata dai due soci, pronti a fagocitare le quote dei decreti successivi attraverso documentazioni ideologicamente false, a partire dalle dichiarazioni di ospitalità. Tutti i soggetti coinvolti – tra cui figurano quattro indagati sottoposti a perquisizione e obbligo di firma, inclusa la moglie di uno degli arrestati – dimostravano una conoscenza perfetta della normativa, sfruttata per monetizzare ogni singolo passaggio amministrativo.

Così, dietro questa geometrica truffa sui visti d’ingresso, l’inchiesta milanese svela una complessa zona grigia in cui il business dell’immigrazione clandestina si sovrappone alla militanza ideologica islamista. Megahed era da tempo registrato dagli apparati di sicurezza come un elemento di spicco della dissidenza egiziana legata alla Fratellanza Musulmana. La sua firma compare tra i fondatori, nel 2016, del Consiglio Rivoluzionario Egiziano (Cre), nato dalle scissioni interne tra il Comitato libertà e democrazia per l’Egitto e l’Alleanza islamica d’Italia, sigle storicamente attive nel nostro Paese.

Una militanza di lungo corso, tracciata dagli inquirenti fin dal 2017 tra le mura del Centro islamico di Cinisello Balsamo, e culminata nella gestione dei Volontari dell’alleanza islamica d’Italia. Quest’ultima, con base a Sesto San Giovanni al medesimo indirizzo che ospita i Giovani musulmani d’Italia, si presentava come una rete di mutua assistenza dedita alle raccolte fondi e all’invio di aiuti umanitari in Palestina, ma per gli investigatori costituiva un’ulteriore ramificazione del movimento islamista.

Il monitoraggio della Digos si era concentrato proprio sui canali social dell’uomo, in particolare su un profilo Facebook seguito da oltre quattromila seguaci e battezzato in modo emblematico Il Combattente. Su quella bacheca virtuale si consumava una pubblicazione ossessiva di contenuti  parallela a un attivismo di piazza che vedeva Megahed in prima fila nei cortei del comitato pro-Pal di Milano, dove il suo numero di telefono privato veniva stampato direttamente sui volantini ufficiali come contatto di riferimento per le manifestazioni. Secondo i rilievi degli investigatori, Megahed era scivolato anche nell’esaltazione aperta di Hamas e delle altre fazioni armate della Striscia, fino a lambire una minimizzazione della Shoah.

Un raggio d’azione capace di estendersi anche fuori provincia, incrociando le attività promosse dall’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese guidata da Mohammad Hannoun.

Il giudice Castellabate illumina infatti i legami organici tra l’indagato e l’Abspp onlus, l’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese guidata da Mohammad Hannoun – in carcere con l’accusa di essere l’uomo a capo della cupola italiana di Hamas, ma questa è un’altra storia ancora. La Abspp, che gli apparati di sicurezza considerano contigua all’universo politico-religioso dell’islamismo, porta con sé ombre pesanti: già nel 2021, come ricorda l’ordinanza, la sede legale della Onlus era finita nei radar dell’Antiriciclaggio per flussi finanziari sospetti, ritenuti dagli inquirenti parzialmente destinati alle casse delle organizzazioni terroristiche palestinesi, e nel 2025 è finita in un altro filone d’inchiesta di nuovo per finanziamento al terrorismo.

Fino a quando, convinto ormai di essere invisibile all’interno del sistema, l’imprenditore egiziano si è presentato in totale sicurezza presso gli uffici dello Sportello Unico per l’Immigrazione di Milano. Con sé aveva un pacchetto di circa cinquanta pratiche per lo sblocco di altrettanti visti d’ingresso: un passo falso che è costato l’immediato allarme tra gli investigatori.