Eutanasia, gli orrori del Canada di oggi saranno “normali” domani
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Brigitte Stegemann, 83 anni, è morta lo scorso 10 luglio in una struttura per anziani in Ontario: le è stata praticata l'eutanasia senza il suo consenso né quello dei familiari. Il racconto agghiacciante dei suoi ultimi giorni è un monito per quello che potrà diventare normalità domani, anche da noi.
Cronaca di una morte annunciata, ma non ricercata. Brigitte Stegemann aveva 83 anni e negli ultimi due anni era stata ospite di una struttura per anziani in Ontario, in Canada. Cinque mesi fa le diagnosticarono un tumore allo stomaco al IV stadio. Il 10 luglio scorso Brigitte è morta per eutanasia, seppur lei stessa l’avesse sempre rifiutata. La cronaca dei giorni precedenti la sua morte è illuminante per capire come l’eutanasia non è una proposta, ma la soluzione imposta per quelle vite che ormai sono ritenute inutili, insensate, esistenze che non possono avere più posto in un mondo efficientista e incapace ormai di compassione.
Sul blog della Coalizione per la Prevenzione dell'Eutanasia, la famiglia di Brigitte, chiamata affettuosamente GG dai parenti, ha raccontato i suoi ultimi giorni. Un racconto – intanto ripreso da alcuni media italiani ed esteri – che parla da sé. «Circa due mesi prima della morte di GG – racconta la famiglia – si tenne una riunione per discutere la possibilità di ricorrere all'eutanasia assistita. In quell'occasione, GG dichiarò chiaramente di non voler procedere in tal senso. Da fervente cristiana, espresse esplicitamente che l'eutanasia assistita era in contrasto con le sue convinzioni personali e la sua fede». Nonostante questa sua opposizione i medici, addirittura in assenza della nipote, sua rappresentante legale, in più occasioni cercarono di estorcerle il consenso all’eutanasia.
In un giorno precedente di poco la sua morte, i familiari andarono a trovare GG e la trovarono molto spenta, spesso assente, con lo sguardo nel vuoto e con notevoli difficoltà di comprensione, anche per via di una rilevante sordità che l’affliggeva. I familiari sospettano tutt’oggi che quella mancanza di lucidità potesse essere indotta dalla somministrazione di alcuni farmaci.
Il 6 luglio 2026 la struttura organizzò un altro incontro, a cui furono presenti anche alcuni familiari della nonna, per discutere nuovamente dell’opzione eutanasia. Durante l’incontro e nell’attesa che arrivasse il medico di riferimento, la nipote Brigitte chiese ad una infermiera lì presente il motivo di questo secondo incontro e dei colloqui che il personale medico aveva avuto con la nonna al fine di persuaderla a scegliere l’eutanasia, dato che la stessa in modo molto chiaro aveva già chiarito che avrebbe rifiutato qualsiasi procedura eutanasica. L’infermiera fu capace solo di rispondere con queste parole: «Non ho bisogno di dirle niente».
La famiglia poi appunta: «Brigitte spiegò che la nostra famiglia non appoggiava l'eutanasia nel caso di GG ed espresse serie preoccupazioni sul fatto che GG non fosse mentalmente in grado di prendere una decisione così importante in modo indipendente. GG aveva convissuto per molti anni con quella che la nostra famiglia sapeva essere una disabilità dello sviluppo cognitivo, disabilità congenita non diagnosticata (che sospettavamo potesse rientrare nello spettro autistico), che influenzava profondamente la sua capacità di elaborazione, comprensione e decisione».
Come accennato, la rappresentante legale di GG era la nipote, ma la procura riconosciuta a quest’ultima sarebbe scattata solo nel momento in cui la nonna fosse stata dichiarata incapace di intendere e volere. Prima di quel momento spettava solo a GG decidere sull’eutanasia. Per la legge dell’Ontario l’incapacità in tema di eutanasia ha requisiti specifici: la persona incapace è quella che non comprende la propria situazione clinica e prognosi; la valenza delle alternative terapeutiche e i loro rischi e benefici e il fatto che la procedura eutanasica comporterà la morte.
Ora, GG non era stata dichiarata incapace di intendere e volere. Ma prima di qualsiasi pratica eutanasica occorre verificare se la persona è capace di prendere decisioni libere e consapevoli e così il 7 luglio la dottoressa K iniziò, davanti ai familiari, a verificare la presenza di questo requisito. Il racconto della famiglia così prosegue: «Durante la valutazione, GG fornì ripetutamente risposte oggettivamente errate a domande basilari e fattuali sulla sua vita e sulla sua famiglia. Quando le fu chiesto se avesse fratelli o sorelle, GG rispose di no. La famiglia corresse immediatamente l'informazione, spiegando che GG era la penultima di quattordici figli. La dottoressa K chiese quindi se qualcuno dei suoi fratelli o sorelle fosse ancora in vita, e GG rispose di nuovo di no. Ancora una volta, la famiglia dovette intervenire e correggere l'informazione, spiegando che alcuni dei suoi fratelli e sorelle erano ancora vivi e che GG aveva parlato con uno di loro proprio la settimana precedente. A questo punto, GG si sentì completamente disorientata e angosciata. […] La dottoressa K spiegò quindi a GG l'eutanasia assistita in termini specifici, descrivendola, per quanto ricordiamo, come la somministrazione di un farmaco, una sensazione di pace che avrebbe provocato l’addormentamento […] Per una persona anziana con le caratteristiche sociali e cognitive di GG, il termine "farmaco" era concettualmente legato esclusivamente a guarigione, cura e sollievo. Descrivere un'iniezione letale come la semplice somministrazione di un farmaco […] significa sfruttare la sua vulnerabilità, rendendole impossibile comprendere appieno che stava acconsentendo alla cessazione attiva della sua vita». Nonostante GG fosse manifestamente incapace di prendere una decisione simile riguardo alla sua vita, la dottoressa K sentenziò: «L'ho ritenuta capace».
Poi la nipote decise di parlare con la nonna: «GG apparve confusa e visibilmente angosciata. Rispose con parole del tipo: "Morirò venerdì? Mi uccideranno venerdì?". Pianse a lungo, ripetendo più volte di aver commesso un errore. [La nipote] Brigitte la consolò e la rassicurò dicendole che, se avesse cambiato idea, aveva il pieno diritto di comunicare venerdì all'équipe medica che non voleva procedere».
Il giorno previsto per l’uccisione di GG, la dottoressa K, così come previsto dalla legge, chiese alla donna se volesse morire. GG rimase in silenzio. Per legge la persona che ha fatto richiesta di eutanasia deve confermare verbalmente ed espressamente questa sua volontà eutanasica. Nonostante il silenzio di GG e quindi nonostante mancasse il consenso, i medici le praticarono ugualmente l’eutanasia.
Alla lettura di questo racconto dell’orrore i sostenitori dell’eutanasia probabilmente risponderebbero così: l’eutanasia è in sé pratica buona, solo che in quella casa di cura non hanno applicato correttamente i protocolli. Si è trattato quindi di una procedura illegale che riguarda però una pratica buona. Le cose non stanno così: l’eutanasia è un assassinio e come tale è sempre un’azione intrinsecamente malvagia. Nel caso di GG, a questa azione malvagia si sono aggiunte altre condotte moralmente riprovevoli, ma che prefigurano il futuro sviluppo dell’eutanasia anche in ambito legale: un domani non lontano non servirà più il consenso del paziente – già non è servito per Eluana Englaro, per Charlie Gard, Alfie Evans e molti altri – perché si agirà per il suo best interest. La malpractice di oggi sarà il rispetto delle regole di domani.

