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ITALIA IN AFRICA

I rischi di un Piano Mattei sotto l'egida degli Usa

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L'Italia, dopo la visita della Meloni a Washington, si impegna ancor di più in Africa, seguendo le linee del Piano Mattei. Ma nella guerra fredda, Mattei poté giocare il ruolo di "cerniera" fra i blocchi. La Meloni, causa alleanza di ferro con gli Usa, non lo può fare nella nuova guerra fredda. 

Esteri 02_08_2023
Giorgia Meloni e Joe Biden

Il recente colpo di Stato in Niger, e le nuove, ulteriori tensioni che esso ha evidenziato in Africa, tra Occidente e Russia, con la Cina sullo sfondo ma non troppo, rappresenta certamente una brusca sveglia per la politica estera del governo italiano guidato da Giorgia Meloni.

La situazione che si è venuta a creare nel paese sahariano, ex colonia francese, è stata molto indicativa: un nuovo regime presumibilmente appoggiato dalla Russia attraverso la ormai ben nota compagnia mercenaria Wagner, manifestazioni filorusse e ostili all'influenza “colonialista” di Parigi a Niamey, reazioni immediate dell'Organizzazione dei paesi dell'Africa occidentale, ispirata anche dalle pressioni di Stati Uniti, Francia e Regno Unito.

Nello stesso periodo la Presidente del Consiglio tornava da una importante visita di Stato a Washington, dove aveva ricevuto un sostanziale avallo del presidente Joe Biden alla sua strategia nel settore mediterraneo e nordafricano imperniata sul cosiddetto “piano Mattei”. Una strategia che, al contempo, punta a contenere efficacemente le ondate migratorie irregolari attraverso accordi politico-economici con i paesi dell'area – dei quali quello con la Tunisia è stato il modello – , a mettere in sicurezza forniture di gas e petrolio alternative alla Russia, e soprattutto ad avvalorare un ruolo complessivo da protagonista del nostro paese come coordinatore della politica della Nato sul versante meridionale.

Si tratta di una linea ragionevole, e forse politicamente necessaria, che fa tutt'uno con l'esigenza della Meloni di sfuggire alla “trappola del sovranista”, cioè di evitare di essere messa in un angolo negli equilibri dell'Unione Europea per il fatto di essere l'unica leader consevatrice estranea ai gruppi popolare, socialista e liberale tra i grandi paesi fondatori, ma anzi di cercare di conquistare sul campo una credibilità presso l'establishment continentale mantenendo e rafforzando il legame tra Italia e Stati Uniti. Si tratta, tuttavia, anche di una linea che comporta diversi rischi non di poco conto. Il principale tra questi rischi è proprio la possibilità, niente affatto remota ma anzi molto realistica, che tra il fronte mediterraneo e quello africano sorgano situazioni di crisi politica e conflitti armati, connessi alla crescente tensione tra Occidente, Cina, Russia e “Sud globale”, e alimentati in particolare dalla guerra tra Russia e Ucraina e dal conseguente posizionamento sullo scacchiere europeo ed extraeuropeo tra paesi che supportano Kiev e paesi che rifiutano di isolare la Russia, e rientrano in modo stretto o ampio nell'orbita di Pechino.

Come è noto, negli ultimi decenni la Cina ha sviluppato una strategia di espansione della propria influenza politica attraverso quella economica che ha avuto uno dei suoi perni principali proprio nel continente africano: attraverso la progettazione ed esecuzione di grandi opere infrastrutturali, accordi bilaterali e prestiti ha legato a sé un numero cospicuo di paesi in varie aree del continente, dal Golfo di Guinea al Corno d'Africa alla regione australe (tra cui anche lo stesso Niger). Da anni, poi, anche la Russia putiniana ha intrapreso una propria politica di penetrazione in Africa, inserendosi nei conflitti tra nazioni e interni alle nazioni, soprattutto attraverso la già citata Wagner, supportando regimi e leader in cambio di allineamento con Mosca. Tale “sinizzazione” e “russizzazione” dell'Africa è avvenuta anche grazie al progressivo ritrarsi delle ex potenze coloniali europee e, più in generale, alla complessiva disattenzione dell'Occidente per le sorti di quella parte di mondo in un'epoca di grandi cambiamenti rispetto alla stagione della decolonizzazione e della guerra fredda, innescati proprio dalle dinamiche della globalizzazione.

Ora, il punto critico è proprio questo: la strategia “Mattei” perseguita da Giorgia Meloni per avere concrete chances di successo ha bisogno di un clima politico di dialogo e reciproca apertura tra “Nord” e “Sud”, tra Europa/Nato/G7 da una parte e paesi arabo-islamici e africani dall'altra. Ma l'accelerata tendenza alla bi-polarizzazione e alle logiche da nuova guerra fredda che sta attraversando il mondo intero - e che la guerra russo-ucraina, come il braccio di ferro Usa-Cina su Taiwan, ha particolarmente eccitato - va decisamente in direzione opposta rispetto a tali condizioni. 
Il conflitto interno esploso in Niger, con le sue immediate ripercussioni internazionali, è il classico esempio delle molte, possibili mine pronte ad esplodere alla minima scintilla sulla strada di chi voglia svolgere un ruolo, se non di potenza, quanto meno di hub politico internazionale in quelle aree. Il paese sahariano è, infatti, il quarto produttore mondiale di uranio, materia prima il cui controllo diventa sempre più importante nella logica della corsa all'accaparramento esplosa con il protezionismo, il decoupling, la ripresa post-pandemica, la riconversione energetica, le sanzioni, la nuova “cortina di ferro” negli ultimi anni. E l'Africa quasi nella sua interezza rappresenta uno dei fronti fondamentali per la nuova contesa tra potenze e blocchi per fonti energetiche e minerali indispensabili a industria hi tech e comunicazioni. Quasi tutti gli stati del continente - spesso internamente divisi da antiche rivalità tribali, etniche o religiose e governati da élite corrotte e screditate - si prestano ad essere infiltrati da agenti destabilizzanti, con la conseguenza di guerre civili sempre passibili di produrre un effetto domino di insicurezza e ulteriore polarizzazione su aree molto estese e strategiche.

In verità, a suo tempo, nella situazione di estrema tensione della guerra fredda, a cui si sommavano i fattori destabilizzanti enormi portati dalla questione arabo-israeliana, l'Italia riuscì a svolgere un ruolo di ponte, connessione e dialogo nell'area mediterranea, di cerniera con l'Oriente e il Sud del mondo: proprio con Mattei, e sul piano propriamente della politica estera con Fanfani, e poi con Andreotti e Craxi. Ma poté farlo in quanto la sua politica estera era un atlantismo con ampi spazi di autonomia, radicata in motivi culturali (il cattolicesimo, la convivenza tra Dc, liberaldemocratici e sinistre) e geopolitici. Viceversa la strategia “Mattei” di Giorgia Meloni ha come precondizione l'allineamento rigoroso del nostro paese agli Stati Uniti e alla Nato nel conflitto russo-ucraino, e quindi non offre molti spazi di autonomia ed elasticità.

Il rischio concreto è che il nostro paese si trovi presto catapultato in “prima linea” rispetto ai conflitti nell'area, non potendo esercitare un ruolo di pacificatore ma essendo costretto invece a un crescente impegno militare, al quale non è oggi tecnicamente ed economicamente attrezzato, e che aprirebbe nella dialettica politica interna italiana faglie di dissidio profondo, anche all'interno della maggioranza di governo.