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LEGGE ELETTORALE

Governo bocciato dai franchi tiratori. Aria di fine legislatura

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Doveva essere un voto scontato, invece il governo finisce in minoranza nel voto segreto per l'emendamento che avrebbe introdotto le preferenze nella prossima legge elettorale. Chi sono i franchi tiratori?

Politica 16_07_2026
Legge elettorale, emendamento bocciato per 1 voto (La Presse)

Un solo voto. Tanto è bastato per trasformare una seduta parlamentare sulla riforma della legge elettorale in un caso politico destinato a lasciare il segno. Martedì alla Camera il governo è stato battuto per 188 voti a 187 sull'emendamento presentato da Fratelli d'Italia per reintrodurre il voto di preferenza. Un incidente parlamentare che, almeno formalmente, non mette in discussione la tenuta dell'esecutivo, ma che apre una crepa profonda nella maggioranza e alimenta sospetti destinati a pesare nei prossimi giorni.

La dinamica del voto è infatti difficilmente spiegabile con le sole posizioni ufficiali dei partiti. Sia Forza Italia sia Lega avevano annunciato il proprio sostegno all'emendamento. Eppure il risultato finale racconta una storia diversa. Nei corridoi di Montecitorio si parla di una trentina di franchi tiratori che, approfittando del voto segreto, avrebbero deciso di affondare la proposta. Un numero sufficiente a trasformare una votazione considerata scontata in una sconfitta politica per il governo.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni non ha nascosto la propria preoccupazione. Il messaggio arrivato dall'Aula è stato giudicato troppo grave per essere liquidato come un semplice incidente di percorso. Per questo la premier avrebbe chiesto un chiarimento all'interno della coalizione, nella convinzione che sia necessario capire chi abbia deciso di colpire Fratelli d'Italia proprio su uno dei punti qualificanti della riforma.

Le fibrillazioni nel centrodestra, del resto, sono ormai evidenti. Da settimane si moltiplicano i segnali di insofferenza tra gli alleati, divisi su diversi dossier e sempre più impegnati a difendere il proprio spazio politico in vista delle prossime elezioni. La bocciatura dell'emendamento sulle preferenze rischia così di diventare il simbolo di una maggioranza che continua a governare ma nella quale cresce la diffidenza reciproca.

I sospetti si concentrano soprattutto su Forza Italia. Secondo molti parlamentari della coalizione, sarebbero stati proprio alcuni esponenti azzurri a votare contro nel segreto dell'urna, non condividendo l'idea di attribuire a Fratelli d'Italia una vittoria politica così significativa. Naturalmente nessuno è disposto ad ammetterlo apertamente e il voto segreto rende impossibile qualsiasi verifica. Ma il clima che si respira a Montecitorio racconta di accuse, smentite e reciproci sospetti.

A finire nel mirino, almeno nelle prime ore successive al voto, erano stati anche i cosiddetti vannacciani. Il movimento riconducibile al generale Roberto Vannacci, ormai dato da diversi sondaggi come una forza capace di raccogliere tra l'8 e il 10 per cento dei consensi, è stato subito indicato da alcuni come possibile responsabile della sorpresa. Un'accusa respinta con una mossa tanto insolita quanto significativa: diversi parlamentari hanno filmato il proprio voto favorevole all'emendamento proprio per dimostrare di non essere stati tra coloro che hanno contribuito alla bocciatura. Un gesto che fotografa perfettamente il clima di sospetto che attraversa il centrodestra.

Come spesso accade nella politica italiana, accanto alle ricostruzioni più lineari si affacciano anche interpretazioni più maliziose. C'è chi arriva addirittura a ipotizzare che siano stati gli stessi parlamentari di Fratelli d'Italia a votare contro il proprio emendamento. Una tesi difficile da dimostrare ma che circola tra i dietrologi di Palazzo, secondo i quali una sconfitta pilotata potrebbe offrire il pretesto per accelerare una crisi politica e arrivare a elezioni anticipate in un momento nel quale Giorgia Meloni continua a mantenere un consenso personale elevato.

È uno scenario suggestivo, ma presenta una contraddizione evidente. La domanda decisiva, infatti, è un'altra: con l'attuale legge elettorale il centrodestra avrebbe davvero la certezza di vincere le elezioni? La risposta che emerge dalla maggior parte dei sondaggi è tutt'altro che rassicurante per la maggioranza.

Se Fratelli d'Italia continua infatti a rappresentare il primo partito della coalizione, Lega e Forza Italia mostrano segnali di indebolimento, mentre la crescita dei vannacciani rischia di modificare profondamente gli equilibri interni al centrodestra. Con un consenso stimato tra l'8 e il 10 per cento, il nuovo soggetto politico potrebbe diventare addirittura il secondo partito della coalizione, sottraendo voti soprattutto alla Lega e rendendo più difficile la costruzione di candidature condivise nei collegi uninominali.

In questo quadro, l'attuale sistema elettorale potrebbe non garantire al centrodestra una maggioranza parlamentare autosufficiente. Anzi, il rischio evocato da molti analisti è quello di un Parlamento senza vincitori certi, nel quale nessuna coalizione sarebbe in grado di governare da sola. Una situazione di sostanziale ingovernabilità che riporterebbe il Paese nella logica delle grandi trattative post-elettorali.

Un Parlamento senza una maggioranza chiara avrebbe inevitabilmente conseguenze anche sulla prossima elezione del Presidente della Repubblica. Salvo scioglimenti anticipati, sarà infatti il Parlamento che nascerà dalle prossime elezioni a eleggere, all'inizio del 2029, il successore di Sergio Mattarella. In assenza di una coalizione dominante, aumenterebbero inevitabilmente le possibilità di convergere su una figura condivisa tra maggioranza e opposizione, piuttosto che su un candidato espressione di una sola parte politica.

Proprio per questo la riforma della legge elettorale assume un valore che va ben oltre gli aspetti tecnici. Non si tratta soltanto di decidere se reintrodurre o meno le preferenze, ma di definire le regole con cui verranno disegnati gli equilibri politici della prossima legislatura. Regole che potrebbero determinare non soltanto chi governerà il Paese, ma anche chi sarà chiamato a raccogliere l'eredità di Mattarella al Quirinale.

Nemmeno la nuova legge elettorale che il governo sta cercando di approvare, tuttavia, offrirebbe al centrodestra la garanzia della vittoria. I nuovi meccanismi allo studio potrebbero certamente modificare gli equilibri, ma non cancellerebbero l'incertezza prodotta dalla frammentazione del quadro politico e dalla competizione interna alla stessa maggioranza. È questa la ragione per cui il voto di ieri assume un significato che va oltre la semplice bocciatura di un emendamento. Dietro quel 188 a 187 si intravedono tutte le tensioni di una coalizione che continua a governare, ma che appare sempre più attraversata da diffidenze, rivalità e calcoli sul futuro. E quando i sospetti diventano più forti della fiducia reciproca, anche un solo voto può trasformarsi nel segnale di una crisi politica ben più profonda.