Governi assenti. Così i sacerdoti africani restano esposti alla violenza
Ascolta la versione audio dell'articolo
I sacerdoti in Africa sono vittime di varie forme di violenza, dal terrorismo islamico alla delinquenza comune, passando per i rapimenti ai fini di estorsione. La risposta dei governi è molto lenta, se non completamente assente.
Tra le centinaia di migliaia di persone che ogni anno vengono rapite in Africa a scopo di estorsione e che subiscono aggressioni, furti e altre forme di violenza ci sono anche tanti sacerdoti. Nei territori in cui è penetrato e si è insediato il jihad, diventano bersagli dei terroristi che attaccano le chiese mentre vi si sta celebrando la messa, uccidono e rapiscono fedeli e officianti e poi le distruggono incendiandole. Che si tratti di delinquenza comune, criminalità organizzata, conflitti armati, intolleranza religiosa, sacerdoti, religiosi e luoghi di culto cristiani non sono risparmiati dalla violenza che affligge tanti paesi africani, sono esposti agli stessi pericoli dei fedeli loro affidati.
Come loro, quando sanno di non poter contare sulla protezione di agenti e militari, se ne hanno i mezzi si circondano di guardie armate e sistemi di sorveglianza, mentre villaggi e quartieri si armano affidando a dei volontari la loro difesa. I governi infatti spesso si limitano a mettere in sicurezza la capitale e i principali centri urbani e produttivi – e non sempre ci riescono – lasciando estesi territori quasi o del tutto incustoditi. Succede addirittura che in risposta alle richieste di aiuto e protezione della popolazione, dei governi rispondano dicendo ai civili di armarsi e difendersi, invece di lamentarsi e restare inerti. «Non aspettate il governo e l’intervento dell’esercito – spiegava il segretario del governo nigeriano dello stato di Katsina in visita a un villaggio dove l’attacco di un gruppo armato aveva appena fatto 100 vittime – organizzatevi per affrontare i banditi». In Mozambico nel 2022 è stata persino approvata una legge che legalizza le milizie locali formatesi per autodifesa, composte da civili ed ex militari, con la motivazione che da solo l’esercito non era in grado di contrastare il terrorismo islamico, specialmente nella provincia settentrionale di Cabo Delgado dove ha le sue basi Ansar al-Sunna, un gruppo jihadista affiliato allo Stato Islamico.
Sfiducia e risentimento nei confronti di chi governa sono accresciuti dal poco impegno spesso mostrato dalle autorità nella ricerca dei responsabili dei crimini, molti dei quali rimangono impuniti, anche quando le vittime sono autorità civili e membri della chiesa. La gente chiede giustizia, sostenuta in questo dalla Chiesa cattolica che si fa sempre portavoce delle comunità abbandonate a se stesse.
Ci sono voluti quattro anni, in Nigeria, perché almeno alcuni dei responsabili di un grave attentato a una chiesa cattolica comparissero davanti alla giustizia e fossero processati. Il 5 giugno 2022, domenica di Pentecoste, un gruppo armato aveva attaccato la chiesa di san Francesco Saverio a Owo, nello stato di Ondo, sparando e facendo esplodere cariche di dinamite. Si stava celebrando la messa, la chiesa era gremita e fu una strage. Morirono 25 fedeli e un centinaio furono feriti. Il bilancio poi salì a 41 vittime con la morte di altri 16 feriti. Il 9 giugno Idris Abdulmalik Omeiza, Al Qasim Idris, Jamiu Abdulmalik e Abdulhaleem Idris sono stati condannati a morte per impiccagione dall’Alta Corte Federale di Abuja, la capitale nigeriana, giudicati colpevoli di nove capi d’accusa. Un quinto indiziato, Momoh Otuho Abubakar, è stato assolto per insufficienza di prove.
Durante il processo gli imputati hanno rivelato di aver compiuto l’attentato perchè avevano saputo che la Chiesa cattolica insultava il profeta Maometto, commettendo quindi un grave atto di blasfemia che doveva essere punito. La loro missione era uccidere il parroco, che invece è sopravvissuto. «È stata fatta giustizia almeno in parte – ha commentato monsignor Jude Ayodeji Arogundade, vescovo di Ondo – ma la sentenza non restituisce la vita alle 41 persone brutalmente assassinate quel giorno». Rimangono dubbi da chiarire sull’appartenenza dei quattro condannati. Durante il processo infatti sarebbe emerso che si erano uniti ad al Shabaab, il gruppo jihadista somalo affiliato ad al Qaeda, la cui presenza in Nigeria però non è mai stata accertata e che inoltre non ha mai rivendicato l’attentato.
Dubbi e perplessità permangono anche in relazione all’omicidio di padre Allois Cheruiyot Bett, ucciso in Kenya a colpi di arma da fuoco il 22 maggio 2025. A distanza di oltre un anno, il principale sospettato della sua morte sarebbe Meshack Kilimo, individuato dopo essere arrestato lo scorso 10 giugno con l’accusa di aver ucciso un uomo con il quale era in lite per il possesso di un terreno. Quella mattina del 22 maggio padre Bett aveva appena parcheggiato la sua auto e si stava recando a celebrare la messa (secondo altre versioni, era di ritorno alla sua auto dopo averla celebrata) a Tot, nella Kerio Valley, quando, stando ai testimoni, degli uomini avevano aperto il fuoco contro di lui. Colpito al collo, padre Bett era morto all’istante. Si era ipotizzato che fosse stato ucciso da ladri di bestiame, in quei mesi molto attivi, che temevano di poter essere identificati da lui. L’ipotesi era stata avanzata anche dal capo della polizia locale, Peter Mulinge: «i malviventi – aveva detto – sparano a chiunque pensino possa informare le forze dell’ordine sulle loro attività».
La polizia aveva fermato e poi rilasciato alcune persone. Due erano state rinvenute cadaveri pochi giorni dopo, il 3 giugno, sul ciglio di una strada. I corpi presentavano segni di torture brutali. All’epoca si era parlato di coinvolgimento nel loro omicidio di persone in uniforme o appartenenti alle forze di sicurezza. Non sarà facile fare chiarezza, dopo tanto tempo. Il 15 maggio 2025 un altro sacerdote, padre John Ndegwa Maina, era stato ucciso, probabilmente a scopo di rapina, nella vicina contea di Nyandarua. Il suo assassino non è ancora stato scoperto.
