Gaza, emergenza inarrestabile: 20mila bambini uccisi
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Secondo la Commissione indipendente dell'Onu nei primi due anni di guerra oltre 20mila bambini sarebbero stati uccisi e più di 44.000 feriti. All'emergenza umanitaria si aggiunge anche quella sanitaria.
A Gaza si muore sotto le macerie, negli ospedali privi di mezzi e nelle tende improvvisate che ospitano migliaia di sfollati. Si muore per la guerra, ma anche per l’assenza di cure, per la carenza di farmaci e per le condizioni igieniche precarie. Dietro ogni cifra ci sono volti, storie spezzate, famiglie decimate. Bambini che conoscono solo il boato delle esplosioni, gente che scava tra le macerie alla ricerca di familiari scomparsi. La Striscia di Gaza è diventata il simbolo di una sofferenza dilatata nel tempo, e proprio per questo, sempre più difficile da rappresentare. Le immagini della devastazione, ripetute giorno dopo giorno, finiscono per perdere forza emotiva. L’orrore, quando si prolunga, rischia di non apparire più come tale.
A confermare la drammaticità della situazione è quanto emerge dall’ultimo rapporto della Commissione Internazionale Indipendente delle Nazioni Unite sui Territori Occupati, inclusa Gerusalemme Est e Israele. Nel documento, significativamente intitolato: l’essenza dell’infanzia è stata distrutta, la Commissione afferma di aver raccolto prove secondo cui bambini palestinesi sarebbero stati deliberatamente colpiti e uccisi dalle forze di sicurezza israeliane. Sulla base degli elementi esaminati, si sostiene che vi siano ragionevoli motivi per ritenere che le autorità israeliane abbiano continuato a commettere, nella Striscia, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, insomma un genocidio. Accuse che il governo israeliano respinge, definendo il rapporto diffamatorio e accusando gli investigatori di ignorare le responsabilità di Hamas e l’utilizzo, da parte del gruppo terroristico, dei civili come scudi umani.
Al di là del rimpallo di responsabilità, i dati restituiscono la dimensione umana della tragedia. Secondo la Commissione, nei primi due anni di guerra oltre 20mila bambini sarebbero stati uccisi e più di 44.000 feriti. Molti dei sopravvissuti dovranno convivere, per tutta la vita, con disabilità permanenti, mentre il collasso del sistema sanitario e dei programmi di salute pubblica sta compromettendo le condizioni indispensabili allo sviluppo di un’intera generazione. È forse questo uno degli aspetti più inquietanti della crisi: il rischio che venga compromesso il futuro stesso di un popolo. Gaza può diventare il paradigma di una nazione dimenticata. Non perché invisibile, ma perché esposta, troppo a lungo, allo sguardo del mondo, fino a scivolare nel fondo dell’indifferenza. Il tessuto urbano è profondamente lacerato, intere aree risultano distrutte o inaccessibili e le infrastrutture essenziali funzionano solo parzialmente.
Accanto ai danni materiali emerge, poi, un’altra tragica realtà: la progressiva riduzione dello spazio disponibile. Gaza era, già prima del conflitto, uno dei territori più densamente popolati del pianeta. Oggi, i quartieri devastati, le aree inaccessibili e le restrizioni ai movimenti riducono ulteriormente le possibilità di insediamento della popolazione civile. Il risultato è un sovraffollamento estremo, con migliaia di persone concentrate in luoghi spesso privi delle infrastrutture necessarie.
La distruzione diffusa e il quasi 70% dell’area sottratto dall’esercito israeliano all’uso della popolazione riduce concretamente ogni possibilità di ripresa. Nel frattempo, il mondo sembra oscillare tra attenzione intermittente e lunghi periodi di oblio. Gaza riemerge nel dibattito internazionale solo nei momenti più drammatici, per poi scomparire inesorabilmente, perché l’attenzione si sposta altrove, creando uno scarto tra realtà e percezione.
Per questo la recente visita dei patriarchi di Gerusalemme, il cardinale cattolico Pierbattista Pizzaballa e l’ortodosso Teofilo III, ha assunto un valore che supera la dimensione religiosa o diplomatica. Entrare a Gaza significa scegliere di guardare ciò che si tende a rimuovere. La benedizione della nuova clinica realizzata dall’Ordine di Malta, a Gaza City, rappresenta, in questo scenario, un gesto concreto. Non risolve la crisi, né colma il divario tra bisogni e risorse, ma afferma un principio essenziale: la vita continua a essere difesa.
La struttura potrà assistere fino a cento pazienti al giorno con un’équipe medica ridotta all’essenziale. In termini assoluti è una risposta limitata rispetto all’entità della crisi sanitaria, ma rappresenta un segnale importante: dove tutto va in rovina, qualcuno continua a curare. Il direttore medico della clinica ha descritto una situazione prossima al collasso, con gran parte delle strutture ospedaliere distrutte o gravemente danneggiate. Curare una ferita, assistere una nascita o garantire una vaccinazione diventano attività sempre più difficili.
A rendere ancora più ardua la vita quotidiana contribuisce anche l’emergenza igienico-sanitaria provocata dall’accumulo di rifiuti e dalla distruzione della rete fognaria. In molte aree della Striscia si è registrata una forte proliferazione di roditori e parassiti, favorita dal sovraffollamento e dalla carenza di sistemi di raccolta e smaltimento dei rifiuti. I ratti infestano tende e rifugi improvvisati, contaminano cibo e acqua e aumentano il rischio di infezioni e malattie in una popolazione già gravemente indebolita dal conflitto. Non si tratta soltanto di un ulteriore disagio materiale, ma di uno dei tanti segnali del progressivo deterioramento delle condizioni minime necessarie a garantire un minimo di vivibilità.
In questo scenario l’incertezza sul futuro di Gaza pesa come un macigno. Una popolazione può sopravvivere alla guerra, ma non può vivere indefinitamente senza un minimo di sicurezza sanitaria, infrastrutture essenziali e uno spazio fisico in cui ricostruire la propria esistenza.
Gli aiuti umanitari restano indispensabili. Salvano vite, ma non possono sostituire una prospettiva. Possono contenere l’emergenza, non costruire il futuro. La questione centrale diventa allora un’altra: come restituire a un popolo non soltanto la sopravvivenza, ma il diritto di vivere?
La vera emergenza di Gaza non è solo affrontare il presente. È il rischio che venga meno la possibilità stessa di immaginare un domani. E un popolo privato del futuro rischia di essere cancellato non solo dalla geografia della storia, ma anche dalla memoria del mondo.

