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L'ordinanza

Famiglia nel bosco, ipocrita ammissione del giudice: il padre serve

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L'ipocrisia del giudice dopo l'allontanamento di Catherine dai figli: «Più tempo col padre, rasserena madre e bimbi». Ma è proprio perché un padre è stato tolto che la situazione è scoppiata. Ecco i frutti di una tendenza culturale che ha trattato le persone come individui scollegati tra loro colpendo l'unico nucleo che dà protezione e amore e che si chiama famiglia. 

Educazione 09_03_2026

Dopo l’ordinanza del Tribunale dei minori, che ha allontanato i tre piccoli Trevallion dalla madre Catherine, la vicenda della Famiglia nel Bosco ha assunto i contorni di una violenza irrazionale a danno dei tre piccoli e della famiglia. Non bastava averli allontanati dal padre Nathan, “reo” di non aver predisposto per loro una casa accogliente secondo gli standard con bagno, acqua corrente ed elettricità.

Il nuovo provvedimento dei giudici ha preso di mira la madre che in questi mesi è rimasta nella casa-famiglia con i tre fratellini e che viene giudicata «oppositiva» di fronte al lavoro degli assistenti sociali e degli educatori presenti nella casa.

Cosicché ora, i bambini sono stati trasferiti in un'altra struttura e potranno vedere solo il padre secondo precise regole mentre i tempi per il ritorno in famiglia si allungano e il rischio che i bambini possano subire dei contraccolpi psicologici da questo secondo allontanamento si fanno concreti e irreparabili.

Molto si sta discutendo sulla vicenda; anche la politica, con l’ingresso in scena del premier Giorgia Meloni, nei prossimi giorni accenderà ancora di più lo scontro, anche perché la vicenda si presta ad essere letta e strumentalizzata persino in chiave referendum, vista la cieca e violenta decisione del giudice.

Ma c’è un aspetto che è emerso dall’ordinanza del giudice e che non è stato adeguatamente preso in considerazione. Ed è un aspetto che può spiegare il perché la situazione in questi quattro mesi sia precipitata. Si trova in coda all’ordinanza ed è il suggerimento del giudice di far trascorrere ai bambini più tempo col padre.

Leggiamo: «La condotta del padre, anche nell’ultimo periodo, come in precedenza, è rappresentata come adeguata e utile a rasserenare i figli e la madre». Per il Tribunale «appare utile che Servizio sociale, la tutrice e la curatrice valutino le possibilità di intensificare la frequentazione, a distanza e in presenza, tra i minori e il padre Nathan, che in più occasioni ha mostrato buone capacità di contribuire all’assistenza morale in favore dei figli».

Sono parole rivelatrici e ipocrite, che svelano la malafede con la quale è stata gestita questa vicenda e rivelano una grande verità, disconosciuta nella società: il padre serve.

Serve perché la figura paterna è antropologicamente strutturata a dare sicurezza non solo ai figli, ma – come ammette anche il giudice – anche alla madre. La quale madre, non a caso, in questi quattro mesi di cattività alle prese con educatrici esterne e regole nuove, che non condivide, è letteralmente “impazzita” di dolore e di frustrazione nel vedere come i suoi diritti di madre, nell’educazione, ma anche nella scolarizzazione dei bambini, siano stati calpestati.

Una madre senza un padre e per giunta una madre in cattività senza poter esercitare le sue funzioni materne, è una madre sconvolta e affranta.

Ipocrita e inutile stupirsi della natura oppositiva di Catherine e dei suoi scatti d’ira di fronte a tutte le personalità intrusive entrate in questi giorni nella casa-famiglia, se prima non si parte dal constatare che Catherine, come qualunque moglie, ha bisogno di suo marito non solo per condurre la casa, ma per trovare quell’equilibrio che da sola non può avere. Cosa che vale specularmente anche per i mariti, i quali hanno bisogno delle loro compagne per trovare quel luogo degli affetti e del cuore senza il quale il progetto di vita è sterile e sfocato.

Questo bisogno si chiama famiglia. E lo ripetiamo scandendolo: fa-mi-glia. Questa vilipesa, osteggiata, ostracizzata e negletta istituzione che si è voluto colpire con questa assurda e terribile vicenda. Il padre serve. Il padre protegge, il padre rassicura, il padre trasmette quella protezione che la madre trasforma in affetto, calore umano, sentimento, cura e premura. Tutto questo compone la parola amore che è il cemento che porta avanti la famiglia dal giorno in cui ha fatto la sua comparsa sulla terra con il primo uomo e coltiva persone come frutti non come oggetti.

Nessun giudice può sostituirsi ad essa, nessun educatore può soppiantarla perché la famiglia presenterà sempre il conto della sua indispensabilità. E risorge dalle macerie del femminismo, del genderismo, del woke e di tutte le ideologie con le quali è stata sotterrata. Risorge, perché è l'unica capace di portare la vita, anche se colpita a morte. 

Ipocrita dunque accorgersi ora, dopo quattro mesi senza suo marito e il padre dei suoi figli, che i bambini hanno bisogno del padre. Ma è proprio perché un padre è stato tolto con violenza e arbitrio che tanto i bambini quanto la loro madre hanno manifestato disagio e disequilibrio nella convivenza. È proprio perché un padre è stato volutamente allontanato che la Famiglia nel bosco ha mostrato i segni dell’insofferenza in una situazione terribile, con i bambini come piccoli selvaggi che “feriscono” gli altri con bastoni e Catherine che urla contro le educatrici che pretendono di sapere che cosa è meglio per i suoi figli. Di che stupirsi se è venuta meno a loro la protezione che solo un uomo, un maschio, che vive il suo progetto di paternità, può dare? La presenza del padre avrebbe dato loro quella sicurezza e quell’equilibrio senza il quale la famiglia è scoppiata.

Quel nucleo non andava diviso, neppure di fronte a comportamenti bizzarri e stravaganti che un buon servizio sociale avrebbe avuto il compito di correggere con la testimonianza, la persuasione, il dialogo e con la pazienza, non certo con la forza. Questo è il risultato: la disgregazione di una famiglia, il dolore di una madre, lo spaesamento dei figli.

È l’effetto di una tendenza culturale che ha preso a schiaffi la natura antropologicamente indivisibile della famiglia, per diritto naturale, nucleo fondante la società.

Al suo posto l’uomo è stato sganciato dal nucleo, considerato come un individuo diventato a sua volta lui cellula fondante la società. Questo è il modo prediletto con cui il potere ha preso ogni singolo individuo sganciato da ogni relazione per poterlo controllare meglio, come se le relazioni, che guarda caso oggi ci si affretta a definire tossiche, non siano altro che ostacoli alla piena realizzazione dell’individuo e al suo recondito controllo come consumatore e come utente. Mai come persona. E così la moglie è stata sganciata dal marito e viceversa, i figli dai genitori. Questo è il risultato: una disgregazione sociale che produce dolore. Anche di questo i giudici che hanno allontanato Catherine dai suoi figli e Nathan dal suo nucleo porteranno il peso morale e dovranno rispondere.



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