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PETROLIO

Emirati fuori dall'Opec. Un passo verso la disgregazione dei grandi cartelli

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Gli Emirati Arabi Uniti, terzo produttore di petrolio nell'Opec, escono dal grande cartello petrolifero. Un modo per smarcarsi dalla politica estera ed energetica dell'Arabia Saudita e una denuncia dell'Iran, che ha colpito soprattutto gli Emirati nella terza guerra del Golfo. Per i paesi importatori, come il nostro, più è debole il cartello, più favorevoli saranno i prezzi.

- Medio Oriente, suora aggredita sul Monte Sion di Nicola Scopelliti

Economia 01_05_2026
Dubai (AP)

Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato l’uscita dall’Opec e dall’Opec+ con effetto dal 1° maggio 2026, segnando una svolta nel mercato petrolifero mondiale. La decisione trasforma Abu Dhabi in un produttore indipendente, libero di aumentare l’estrazione per conquistare quote di mercato anche a costo di prezzi più bassi per barile. Il tutto arriva in un momento già segnato dalla guerra in Iran e dalla crisi nello Stretto di Hormuz, ma affonda le radici in una strategia maturata nel corso degli anni.

Gli Emirati erano uno dei pilastri dell’organizzazione, il terzo produttore dopo Arabia Saudita e Iraq, con una capacità produttiva in crescita verso i 4,5-5 milioni di barili al giorno, pari a circa il 4% della produzione mondiale e al 13% della produzione totale dell’organizzazione. La causa principale di malcontento, che covava da anni, riguardava la gestione del mercato da parte dell’Arabia Saudita, il Paese leader della coalizione. Il sistema delle quote Opec impediva agli Emirati di sfruttare appieno gli investimenti miliardari effettuati per ampliare la capacità estrattiva, come la costruzione dell’oleodotto verso il terminal di Fujairah, che permette di aggirare lo Stretto di Hormuz. Abu Dhabi ora può beneficiare di un vantaggio logistico unico: anche in un Golfo congestionato o sotto minaccia, gli Emirati possono infatti continuare a esportare, rafforzando ulteriormente il proprio potere contrattuale. E quindi hanno tutto l’interesse ad accrescere la produzione fin da subito, approfittando dei prezzi molto elevati del greggio. Anche in prospettiva, gli Emirati accettano comunque di incassare margini unitari più bassi pur di aumentare i volumi e il proprio peso economico. È una questione di sovranità economica e il Paese vuole avere le mani libere per perseguire senza vincoli i propri interessi nazionali. La possibilità di aumentare la produzione per calmierare i prezzi sarebbe anche una leva negoziale per acquisire il favore degli Usa, qualora Washington dovesse richiederlo.

Perché abbandonare l’Opec proprio adesso, dopo quasi sessant’anni? Il momento non potrebbe essere migliore: con la crisi di sottoproduzione legata al conflitto e i prezzi del greggio sui massimi degli ultimi anni, un incremento della produzione emiratina non creerà certamente problemi all’Arabia Saudita e agli altri ex-partner dell’area nel breve periodo. A tendere, però, l’aumento dell’offerta potrebbe esercitare una spinta al ribasso sui prezzi, e va quindi accolta con favore. Logiche oligopolistiche, per di più in settori chiave come l’energia, sono un retaggio del passato: i cartelli sono sempre nocivi in quanto falsificano la corretta price discovery e si ritorcono ultimamente sui consumatori. La credibilità dell’Opec e la sua capacità di influenzare i prezzi attraverso tagli o aumenti coordinati escono sensibilmente indebolite. L’auspicio è che l’uscita emiratina dall’Opec — che arriva dopo l’uscita del Qatar nel 2019 — acceleri il processo di disgregazione del cartello. A tutto vantaggio dei Paesi importatori netti, come l’Italia.

Sul piano geopolitico, la rottura riflette anche tensioni più ampie: dal dossier Yemen alla sicurezza del Golfo, passando per le divergenze su Fratelli musulmani, Egitto e Libia, gli Emirati non accettano più un ruolo subordinato all’interno di un cartello percepito come troppo sbilanciato sugli interessi sauditi. La guerra in Iran e le minacce allo Stretto di Hormuz non sono la causa principale della decisione, ma l’hanno accelerata. Gli Emirati, alleato chiave degli Stati Uniti nella regione, hanno subìto direttamente gli effetti delle tensioni con Teheran: attacchi a infrastrutture, rischi per il traffico marittimo, instabilità al confine del proprio cortile di casa. In questo scenario, restare in un’organizzazione di cui fa parte anche l’Iran — mentre se ne subiscono le pressioni militari e ibride — diventa politicamente insostenibile.

L’uscita dall’Opec manda un messaggio su più livelli: a Teheran, che non può contare su solidarietà automatica di cartello; a Riad, la cui leadership regionale viene apertamente contestata; a Washington, verso cui gli Emirati vogliono accreditarsi come attore capace di scelte autonome. Gli Emirati mantengono comunque relazioni molto forti con la Russia e hanno recentemente intensificato anche i rapporti con la Cina, sostenendo che ciò non va a detrimento della stretta relazione con gli Stati Uniti. Insomma, il Paese gioca su molti piani, in perfetta coerenza con l’evoluzione globale verso nuovi equilibri e nuovi rapporti bilaterali, all’interno di un quadro di multilateralismo assai caotico.

La scelta emiratina riflette un progressivo allontanamento dagli equilibri tradizionali del Golfo e un avvicinamento agli Stati Uniti e a Israele, strategia che era già stata perseguita con gli Accordi di Abramo del 2020, che l’Arabia Saudita non aveva sottoscritto. Alcuni analisti la leggono come una vittoria di politica estera per Washington e come il segnale di alleanze mediorientali sempre più fluide e multipolari. In questo quadro, si ipotizza già che il Venezuela — oggi molto dipendente dagli Stati Uniti — possa essere uno dei prossimi candidati a lasciare l’Opec. La scelta degli Emirati non dovrebbe di per sé alterare gli equilibri del petrodollaro come valuta dominante nelle transazioni petrolifere. Potrebbe però aprire la porta a nuove sperimentazioni: accordi bilaterali denominati in altre valute, benchmark regionali alternativi, pacchetti che leghino forniture energetiche, investimenti e cooperazione tecnologica al di fuori dell’orbita americana. Il controllo dell’energia e il ruolo del dollaro come divisa di riserva globale rimangono comunque sullo sfondo del rimescolamento in atto. Oramai i processi di ridefinizione degli equilibri globali sono sempre più accelerati e se non è chiaro quali saranno gli esiti finali è però evidente come il vecchio mondo costruito dopo la Seconda Guerra Mondiale sia entrato in una fase di tramonto.

La decisione di Abu Dhabi, in definitiva, non è soltanto una rottura tattica legata all’emergenza iraniana o una semplice decisione economica sulla produzione petrolifera. È parte di una strategia più ampia di ridefinizione del ruolo emiratino nella regione, di competizione con l'Arabia Saudita per lo status di potenza media, e di ricerca di maggiore autonomia e sovranità nelle decisioni strategiche. È il segnale che la geoeconomia del petrolio è entrata in una fase nuova, in cui i vecchi equilibri — dai cartelli alle certezze monetarie — saranno sempre più spesso messi alla prova.