a cura di Stefano Fontana
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Elogio del patriottismo polacco e ungherese

Il santuario di Jasna Gora a Czestochowa

Polonia ed Ungheria, insieme ad altri Stati dell’Europa orientale, sembrano tenere alto il proprio patriottismo. Lo si vede su tre fronti: quello del frequente braccio di ferro con le istituzioni europee, quello del controllo degli immigrati soprattutto musulmani, quello delle politiche della vita e della famiglia. In Polonia tutto questo è ancora più evidente da quando è al potere il governo conservatore di Duda. Siccome poi la religione cristiana fa parte della storia e dell’identità di questi popoli, anche il rapporto dello Stato con il cristianesimo si è fatto più stretto.

Con ciò non si deve pensare che la Chiesa sia compatta su questa linea. Se il cardinale Erdo, arcivescovo di Budapest, ha protestato per il trattamento subito da Orban nella sua recente visita in Europa occidentale, e se il presidente della Conferenza episcopale monsignor András Veres, vescovo di Györ, critica l’opposizione preconcetta al governo del suo Paese (vedi qui), l’iniziativa polacca di preghiera lungo i confini era partita dal basso e non dai vescovi, che si sono associati in seguito con alcuni distinguo. Nell’episcopato polacco c’è un’ala più progressista ed una più conservatrice.

È comunque merito di queste nazioni e di questi episcopati tenere alto il tema della patria e del patriottismo. I vescovi polacchi vi hanno dedicato un interessante documento il 14 marzo 2017. Sono gli unici a farlo, dato che la Chiesa di Roma sembra aver abbandonato l’interesse per il tema della nazione e della patria, fin troppo attirata dalla globalizzazione e finendo spesso col cadere nelle grinfie del globalismo.

In quel documento, che riprende alcuni concetti di un altro simile del 1972, i vescovi polacchi dicono alcune cose interessanti, che meritano attenzione.

La prima è quando ribadiscono che l’identità delle nazioni e l’autorità che in esse si esercita vengono da Dio. Nella “vecchia” Dottrina sociale della Chiesa il tema della derivazione dell’autorità da Dio era assodato. Oggi viene ancora detto ma in modo più stemperato. L’idea che la cultura di una nazione, e quindi la sua identità spirituale, derivassero dalla risposta all’appello di Dio è stato un grande insegnamento di Giovanni Paolo II. Così dicendo, i vescovi polacchi inseriscono la nazione e la patria dentro l’ordine naturale e dichiarano che senza la religione vera non esistono in pienezza né l’una né l’altra. Ciò non richiede di negare che anche altre religioni abbiano contribuito e  contribuiscano alla nazione e alla patria. Lo stesso caso polacco lo conferma, nonostante la prevalenza del cattolicesimo. Giovanni Paolo II stesso ricorda i suoi compagni di classe ebrei. Ciò è vero, ma a sua volta non impedisce di considerare la funzione eminente della religione vera, che non è fonte di discriminazione delle altre, ma garanzia della stessa loro legittima tolleranza.

Il legame delle nazioni e delle patrie con Dio – non un generico Dio in cui tutte le religioni si confondono – è quindi il fondamento del patriottismo e, nello stesso tempo, dei suoi limiti, evitando così le forme esasperate di nazionalismo, da cui i vescovi polacchi mettono in guardia. C’è qualcosa di superiore alla patria per cui la patria si dice patria. I valori della patria non sono da essa prodotti ma rispecchiati. L’autorità della patria deriva da Dio e dal rispetto di un ordine naturale che conduce a Dio. Il riferimento religioso quindi fortifica il senso di patria e il giusto e legittimo patriottismo. La patria non deve separarsi dalla religione cristiana per essere patria, ma il contrario. Nello stesso tempo, siccome i principi della patria sono superiori alla patria stessa, essere patrioti non vuol dire chiudere gli occhi sulla più vasta umanità. La quale – è bene precisare – non può comunque essere una patria.