• IL CASO SANSEVERO

È tempo di resistenti che sfidino il ricatto vaccinista

Le dimissioni del direttore del museo Sansevero di Napoli. Che cosa accadrebbe se non solo il mondo della cultura, ma anche della ristorazione, dei trasporti, del settore divertimenti, degli stadi e dei palasport e dell’intrattenimento di colpo si fermasse per ribadire il principio sacrosanto di non essere usati come strumento di ricatto vaccinista?

Mesi e mesi a blaterare a caso di resistenza e resilienza e poi eccola qui, nel gesto di uno sconosciuto, fino a ieri, direttore di museo. Lui è Fabrizio Masucci e fino a ieri era il direttore del Museo Cappella Sansevero, uno degli scrigni più incantevoli della Napoli tardo barocca dove si può ammirare il celebre Cristo velato del Sanmartino.

Le sue dimissioni in polemica con l’introduzione del Green pass per gli ingressi nei musei, che entrerà in vigore il 6 agosto sono un segnale di vitalità in questo mondo di zombie tutti uniformati al pensiero unico del lasciapassare verde.

Masucci, probabilmente, non è un eroe né una vittima, alla presidenza della cappella napoletana lo sostituirà la sorella e resterà consigliere della stessa realtà. Non sappiamo se la scelta gli costerà o no dal punto di vista economico né se da questa decisione avrà più onori che grattacapi. Però, la sua lettera scritta al Consiglio di Amministrazione con la quale ha annunciato il suo “passo di lato” è un gesto coraggioso e trasparente da prendere come esempio.

Masucci, da oltre dieci anni alla guida del museo, ha detto che il decreto-legge 105 con il quale si introdurrà dal sei agosto il lasciapassare per alcune attività aperte al pubblico (e non altre) come i musei crea una disparità di trattamento tra cittadini. Una discriminazione, questa sì, (mai parola oggi è più abusata) tra cittadini vaccinati e cittadini non vaccinati ai quali negare la bellezza contenuta negli spazi museali. E dato che un museo è luogo d’inclusione per eccellenza, di cultura e di profondità di pensiero, questa disparità crea problemi.

A chi? Anzitutto a lui e alla sua coscienza di direttore, il quale ha chiaro che «l’obbligo di richiedere l’esibizione del green pass per l’accesso ai musei non è legato a valutazioni di carattere epidemiologico, ma è stato considerato esclusivamente uno strumento utile allo scopo dichiarato di ottenere più numerose adesioni alla campagna vaccinale». Per questo i musei, che sono meta ambitissima in tutte le principali città italiane, vengono usati strumentalmente. Non perché luogo più a rischio contagio di altri, ma perché il privare i turisti di questi luoghi depaupera la loro visita in questa o quella città. Ve lo immaginate il turista che deve rinunciare a visitare gli Uffizi perché sprovvisto di Green pass? Eppure, accadrà così, con grave danno per l’economia turistica.

Masucci ha pensato che le opere d’arte non si possano strumentalizzare per questi scopi né si possono ricattare come un vaccinando qualsiasi e ha rassegnato le dimissioni.

Lo ha fatto dopo aver ricordato che i musei hanno già pagato un prezzo altissimo in termini di mancate visite in questo anno e mezzo e già da tempo sono dotati di misure di sicurezza anti covid rigorose e controllate. Anche qui, vale lo stesso discorso per le scuole: non è provato da nessuno studio che la gente si contagi di più guardando a testa in su un quadro del Tiepolo né che trasmetta il virus maggiormente ammirando la tomba del tuffatore di Paestum. Perché accanirsi sui musei, allora? Perché i musei sono un rifugio, renderlo esclusivo a una sola categoria di persone, ci costringe a valutare il peso della perdita di un bene che ci viene sottratto. Da qui il ricatto: vuoi godere di questo bene? Vaccinati.

Sarebbe interessante sapere come l’avranno presa il ministro della cultura Franceschini e quello del Turismo Garavaglia dato che il gesto di Masucci tiene in considerazione due soggetti fondamentali dell’industria turistica: il visitatore da non discriminare e il gestore da non ricattare. «Risparmiate almeno ai musei, riserva aurea di civiltà, lo scomodo ruolo di bersaglio delle intemperanze dell’arena mediatica», ha detto Masucci nella sua lettera che ha fatto il giro del web.

Coerenza e protesta: Masucci attualmente non sembra essere in buona compagnia, ma che cosa accadrebbe se il suo gesto venisse replicato all’ennesima potenza da direttori di musei, gestori di Fondazioni, assessori alla cultura, sovrintendenti alle Belle arti? Potremmo anche dire qualche vescovo, poi però vediamo che in Santa Maria del Fiore a Firenze per visitare tutte le parti monumentali servirà il magico pass.

Ma che cosa accadrebbe se l’Italia della cultura di colpo si fermasse, se la pietà michelangiolesca oscurasse il suo volto per un po’, se il David di Donatello deponesse per un’ora la sua spada? Avremmo una notte dello spirito di massa pari a quelle dei grandi mistici, perché le opere che custodiamo in Italia non sono solo un residuato del nostro passato, ma parlano al nostro presente insegnandoci uno sguardo sulla realtà. La stessa realtà che il Green pass ci impedisce di vedere costringendo la nostra libertà personale a prostituirsi di fronte al ricatto di una falsa minaccia di morte.

E che cosa accadrebbe se non solo il mondo della cultura, ma anche della ristorazione, dei trasporti, del settore divertimenti, degli stadi e dei palasport e dell’intrattenimento di colpo si fermasse per ribadire il principio sacrosanto di non essere usati come strumento di ricatto vaccinista? Forse qualcuno ai piani alti si fermerebbe e si spaventerebbe dopo essersi accorto che il gesto di Masucci non è il gesto di un romantico isolato.

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