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Di nuovo il Biafra, la tragedia delle guerre di secessione

In Africa, l'incapacità di superare le logiche tribali per formare una nazione porta a guerre di secessione, tuttora molto frequenti. Il Biafra, che proclamò la sua secessione nel 1967, fu poi vittima della prima tragedia umanitaria africana dopo tre anni di guerra. Ora si torna a parlare di Biafra con il processo Ndami Kanu, leader secessionista.

Il territorio dell'ex Stato indipendente del Biafra

Si riparla in questi giorni del Biafra che, qualcuno lo ricorderà, è stato teatro della prima, terrificante crisi umanitaria dell’Africa indipendente: centinaia di migliaia, secondo alcune fonti oltre un milione, di civili morti per fame, stenti e malattie, milioni di sfollati e rifugiati. A causarla è stata una guerra di secessione. Il territorio che prese il nome di Biafra si trova nella Nigeria sud orientale abitata in maggioranza da comunità di etnia Ibo. Nel 1967 i leader Ibo proclamarono il territorio Stato indipendente, chiamandolo appunto Repubblica del Biafra, e fu guerra civile, terminata nel 1970 con la vittoria del governo federale nigeriano. Dopo la resa, il Biafra è stato smembrato e oggi fa parte di dieci stati nigeriani. Ma le aspirazioni e le rivendicazioni secessioniste non sono mai finite. Il 26 luglio nella capitale Abuja si è svolta la prima udienza del processo a Ndami Kanu, il leader dell’Indigenous People of Biafra (IPOB), estradato a giugno dal Kenya dove probabilmente viveva dal 2017, anno in cui approfittando della libertà condizionata aveva lasciato il paese. L’IPOB, fondato nel 2014, si batte per rifondare lo stato del Biafra ed è stato dichiarato fuori legge con l’accusa di aver organizzato attentati e attacchi mortali nel sud est. Kanu deve rispondere delle accuse di tradimento e terrorismo.

Dei reati di tradimento, incitamento all’odio etnico e detenzione illegale di armi è accusato anche un altro leader secessionista, Sunday Adeyemo, che invece si batte per la creazione di una repubblica indipendente Yoruba, una etnia della Nigeria sud occidentale. All’inizio di luglio era fuggito in Benin. La Nigeria ne ha chiesto l’estradizione, ma le autorità del Benin non hanno ancora deliberato in merito. L’etnia contro cui è accusato di incitare all’odio è quella dei Fulani, pastori del nord del paese che due volte all’anno si spingono verso il centro sud per trovare pascoli migliori per le loro mandrie finendo per scontrarsi con le comunità agricole locali che li accusano, spesso a ragione, di razzie e altri crimini.    

Anche se nessuna come quella del Biafra, ma le guerre di secessione in Africa sono tra quelle più cruente dalla fine del dominio coloniale europeo. Tutte le lotte d’indipendenza sono state anche guerre tribali per il potere. I Kikuyu hanno preso il controllo del Kenya, non l’intera popolazione; così i Tutsi in Burundi, gli Hutu in Rwanda, gli Shona in Zimbabwe. Dove non ha prevalso una etnia, in alcuni casi sono scoppiate delle guerre civili: devastanti come quella in Angola, durata dal 1975 (l’anno dell’indipendenza) al 2002, e quella in Mozambico, dal 1977 (due anni dopo l’indipendenza) al 1992. In altri casi il rifiuto di condividere il potere, l’incapacità di formare una nazione superando il tribalismo, ha dato origine a guerre di secessione.

Quella che ha portato alla nascita dell’Eritrea è durata 30 anni. Nel 1950 Eritrea ed Etiopia si erano costituite in una federazione. La prima cellula indipendentista si forma nel 1960, è il Fronte di Liberazione Eritreo. Il suo primo atto di guerriglia risale al 1961 ed è un attacco a una stazione di polizia. Quando l’anno successivo l’imperatore etiope Hailé Selassie dichiara sciolta la federazione e proclama l’Eritrea 14a provincia dell’impero ha inizio la resistenza eritrea. Negli anni 70 il Fronte di Liberazione Eritreo si divide su basi etniche, religiose e ideologiche. Nasce il Fronte di Liberazione del Popolo Eritreo che avrà il sopravvento. Il suo leader, Isais Afewerki, guida la guerra d’indipendenza fino alla vittoria nel 1991 e, nel 1993, dopo il referendum che sancisce l’indipendenza dell’Eritrea, assume la carica di presidente della repubblica che detiene tuttora. Un conto esatto delle perdite civili e militari non è mai stato fatto, ma si tratta per certo di decine di migliaia di persone.

Come gli Ibo del Biafra, altre etnie non hanno ottenuto l’indipendenza. Il risentimento, le recriminazioni avvelenano i rapporti. È il caso del Cabinda, una enclave nel nord dell’Angola, a maggioranza Bakongo, e della Casamance, regione meridionale del Senegal. Il Fronte di liberazione dell’Enclave del Cabinda ha combattuto prima contro il Portogallo, la potenza coloniale, e poi, dal 1975, contro il governo angolano. Il cessate il fuoco è stato siglato nel 2006 dopo che una offensiva governativa che ha impegnato circa 30mila unità ha praticamente sterminato il Fronte. Da allora però continuano a operare piccole cellule di indipendentisti. Lo scontro più recente con l’esercito angolano risale al giugno del 2020. In Casamance il fronte indipendentista è attivo dal 1982 e continua a combattere nonostante le tregue e gli accordi siglati con il governo senegalese. Ormai si tratta di un cosiddetto conflitto a bassa intensità, a quanto sembra sempre meno capito dalla popolazione che ne patisce le conseguenze. 

Le esasperanti discriminazioni invece subite e sopportate per decenni alla fine sono esplose in Camerun (paese francofono) nelle province abitate dalla minoranza di lingua inglese. La guerra è scoppiata alla fine del 2017, dopo mesi di proteste popolari represse duramente ed è in pieno svolgimento nonostante alcuni tentativi di dialogo. Dalle rivendicazioni di giustizia si è passati alla richiesta di indipendenza. I gruppi separatisti nell’ottobre del 2017 hanno proclamato la creazione dello stato di Ambazonia. In quattro anni si contano da 3.500 a 4.000 vittime civili, 700.000 sfollati e oltre 63.000 rifugiati nella vicina Nigeria. Si denunciano abusi e violenze sui civili, commessi sia dalle truppe governative che dalle milizie secessioniste.

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