Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
San Raimondo di Peñafort a cura di Ermes Dovico
EUROPA

Denatalità, figlia del nichilismo. Ma si può sconfiggere

Ascolta la versione audio dell'articolo

Il problema dell'Europa è spirituale e culturale. Tre filosofi - Nietzsche, Spengler e Dawson - aiutano a comprenderne la radice, una civiltà che recide il legame con la trascendenza. È stata una scelta, che però può essere invertita da un'altra scelta, il ritorno alla fede.

Editoriali 06_01_2026

Negli ultimi mesi sono circolate mappe che mostrano come, in molte grandi città europee, i nomi più comuni tra i neonati siano oggi di origine islamica. Le reazioni oscillano tra allarme e rimozione. Ma entrambe mancano il punto.

Questi dati non parlano anzitutto di islam. Parlano dell’Europa.
Per comprenderli occorre scendere più in profondità, là dove la crisi non è principalmente demografica o politica, ma spirituale e culturale. Su questo terreno tre grandi pensatori di fine Ottocento, primo Novecento — Friedrich Nietzsche, Oswald Spengler e Christopher Dawson — offrono una chiave di lettura sorprendentemente attuale.

Nietzsche fu il primo a cogliere la portata del crollo. Con l’annuncio della “morte di Dio” non celebrava una liberazione, ma registrava una catastrofe spirituale: una civiltà che recide il legame con la trascendenza finisce per svuotarsi dall’interno. La figura dell’“ultimo uomo” — soddisfatto, sicuro, sterile — è l’esito naturale di questo processo: un uomo che non rischia, non sacrifica, non genera.

Spengler trasformò questa intuizione in una teoria storica. Nel Tramonto dell’Occidente descrisse le civiltà come organismi destinati a nascere e morire. L’Occidente, la civiltà “faustiana”, sarebbe ormai entrato nella sua fase terminale: tecnica senza anima, urbanizzazione totale, denatalità, religione ridotta a residuo culturale. La sua analisi appare oggi inquietantemente profetica. Ma il prezzo è il fatalismo. In Spengler non c’è spazio per la conversione: resta solo l’amministrazione del declino.

È qui che Dawson diventa decisivo. Egli accetta gran parte della diagnosi, ma rifiuta il determinismo. Le civiltà, sostiene, non muoiono per vecchiaia biologica, bensì per apostasia spirituale. E ciò che nasce da una scelta può essere invertito da una scelta. Una cultura senza culto non diventa neutrale: si disgrega. Non genera figli, non trasmette nomi, non sa più perché esiste.

I dati demografici che oggi inquietano non indicano dunque una “conquista”, ma una rinuncia. Una civiltà che smette di credere smette anche di generare: figli, senso, futuro. Nietzsche aveva visto il vuoto. Spengler lo aveva dichiarato irreversibile. Dawson ricorda che la sorgente non è prosciugata: è stata abbandonata.

Il cristianesimo non è una tecnica per gestire il declino né una promessa di supremazia culturale. È una risposta al nichilismo. Affermando che la vita è un dono e una vocazione, esso mantiene aperta la storia. Finché esiste la possibilità della conversione, il destino non è chiuso.
Il vuoto non si governa, non si pianifica, non si amministra. Si vince solo tornando a credere — come il cristianesimo ha sempre affermato — che la vita abbia un senso da accogliere e da trasmettere.