Dall'Oceania semi di speranza per la Chiesa
Da Tonga a Sidney fino alla sorprendente Tasmania: incontri con realtà cattoliche dove spiccano la devozione mariana e la cura della liturgia, con vocazioni in crescita. E la storia di una famiglia con dieci figli. Diario di un pellegrinaggio.
Dal 21 luglio al 1° settembre 2026 la Provvidenza mi ha condotto in un lungo viaggio missionario per conto del Movimento Sacerdotale Mariano in Oceania. Ho potuto incontrare parrocchie e comunità religiose legate al Movimento Sacerdotale Mariano con molti laici del Movimento Mariano.
Questi incontri di preghiera chiamati “cenacoli” si aprono con l’esposizione del Santissimo Sacramento e l’adorazione silenziosa seguita dalla recita del rosario a cui si unisce sempre alla fine una speciale preghiera per il Papa e le sue intenzioni. Segue la lettura e meditazione di uno dei tanti messaggi dalla Vergine dati al servo di Dio don Stefano Gobbi a partire dall’8 maggio 1972 quando a Fatima la Madonna cominciò a parlargli nel cuore con quella forma mistica definita “locuzione interiore”. Non un’apparizione, né una visione mistica ma parole poi trascritte e contenute nel libro “La Madonna ai sacerdoti suoi figli prediletti”, comunemente conosciuto come il libro azzurro.
Molto interessante è per tutti quelli che ho incontrato scoprire che la consacrazione al Cuore Immacolato di Maria è in fondo un aiuto speciale per vivere con piena fedeltà nella Chiesa la propria vocazione e missione scaturita dal battesimo e per i preti dalla ordinazione sacerdotale.
Questo lungo e impegnativo pellegrinaggio spirituale in Oceania è stato fuor di dubbio un’esperienza per alcuni versi unica anche, perché passando da Papua Nuova Guinea, le Isole Fjgi e Tonga poi a molte città dell’Australia, si avverte la differenza di stile di vita e della pratica della fede. Ti fa toccare con mano quanto questo Continente, l’Oceania, sia molto distante dal nostro Occidente sotto ogni punto di vista: diversità di mentalità, di tradizioni e anche di prospettive di vita, anche se oggi l’intero mondo, reso un piccolo villaggio dalla rete dei social-media, tende a omologare tutto e tutti.
E la fede cristiana? Le comunità cattoliche nelle numerose isole sparse nell’Oceano non sono molto numerose anche se mi sono parse semplici e ferventi. Eccezione evidente è Tonga, che è un arcipelago abitato da poco meno di 150mila abitanti, dove il cristianesimo in tutte le sue diverse divisioni è pratica universalmente diffusa, e mi ha colpito il rispetto da parte di tutti della domenica come giorno del Signore e l’afflusso veramente grande nelle chiese per il culto domenicale. Altro dato di non poco valore è a Tonga il numero abbondante dei sacerdoti, alcuni dei quali vanno missionari fuori patria, e l’incremento sempre crescente delle vocazioni. Credo che in gran parte dipenda dall’azione pastorale del vescovo, il cardinale Soane Patita Paini Mafi che mi ha colpito per l’attenzione alla «bellezza» della liturgia, per l’amore con cui segue tutti i suoi sacerdoti e per la profonda devozione mariana che ritiene importante nella promozione vocazionale.
Non proprio identico è il volto della Chiesa cattolica in Australia dove l’influenza del consumismo è molto forte e la ricerca del benessere costituisce un’innegabile tentazione per la fedele pratica della fede cristiana. Ho però colto, rispetto ad anni passati, un interessante rinnovamento con incremento delle vocazioni. Tutti vedono la situazione nella diocesi di Sidney un tempo retta dal cardinale George Pell, morto a Roma il 10 gennaio 2023, dove si avverte “a spiritual renewal of faith”, oso pensare dovuto anche alle sue preghiere dal cielo e alla testimonianza di fedeltà eroica che ha lasciato dopo le ingiuste accuse contro di lui e la detenzione di 404 giorni per poi essere assolto completamente dall’Alta Corte australiana.
Nel Seminario della sua diocesi, il “Seminary of the Good Shepherd” dove ho trascorso tre giorni, ci sono quasi 50 seminaristi (filosofia e teologia) e si prevede un incremento l’anno prossimo. Mi ha colpito la loro cura della liturgia e lo stile di vita improntato a tanta preghiera con al centro l’Eucarestia. Ho notato poi in molte diocesi la presenza di chiese dove viene celebrata regolarmente la messa con il rito antico e, da quello che ho potuto vedere, c’è sempre una cospicua partecipazione di fedeli e in genere si tratta di famiglie giovani con tanti bambini. E non posso non chiedermi perché diverse vocazioni provengono proprio da queste comunità.
Un cenno speciale dedico all’isola della Tasmania, ultima mia tappa, dove su una popolazione di circa 500mila abitanti, i cattolici sono 70mila, secondo quanto mi ha detto l’arcivescovo emerito dell'Arcidiocesi di Hobart (che copre l’intera Tasmania) Julian Charles Porteous. Un campo quindi vasto per l’evangelizzazione tenendo conto delle caratteristiche sociali della popolazione in gran parte simili all’Australia di cui del resto fa parte. Nei tre giorni di sosta ho incontrato diversi sacerdoti (in totale sono circa una trentina) e celebrato in alcune parrocchie cogliendo ovunque l’impressione di un vivo desiderio di evangelizzare una comunità civile in gran parte senza riferimenti religiosi.
C’è poi nel cuore della Tasmania, a circa 50 chilometri a nord della capitale Hobart, in un villaggio di poco più di cento abitanti, Colebrook, un provvidenziale segno di speranza: è Il primo monastero benedettino della Tasmania “Notre Dame Priory” nato ufficialmente il 22 febbraio 2017, di cui è fondatore e primo priore l'americano Dom Pius Mary Noonan OSB. Il priorato cominciò ufficialmente la sua vita liturgica nel febbraio 2017 con una messa solenne nella storica chiesa di St Patrick nel piccolo centro di Colebrook. La comunità di 6 monaci segue fedelmente la Regola di San Benedetto, celebra la messa in latino (secondo il rito romano antico) e la liturgia quotidiana è sempre in canto gregoriano. Per essere autosufficienti, i monaci si dedicano a svariati lavori manuali e commerciali: gestiscono una propria casa editrice, la Cana Press che pubblica libri religiosi e cartoline, coltivano un grande orto, frutteti e hanno impiantato un vigneto e il loro apostolato principale rimane l'organizzazione di ritiri spirituali.
Ho colto un altro segno di speranza in Tasmania: nella città di Launceston, è nato l’Emmanuel Centre, centro di accoglienza dedicato a incontri diocesani, ritiri e momenti formativi e spirituali dove mi ha molto sorpreso e meravigliato la presenza di una famiglia con 10 figli. Il padre si occupa della manutenzione del Centro e la famiglia è un segno di speranza e di aiuto per l’accoglienza degli ospiti. Inoltre cuore dell’Emmanuel Centre è la cappella dove ogni giorno esiste l’adorazione eucaristica: è stato uno spettacolo di fede vedervi questa famiglia - padre, madre e dieci figli - pregare inginocchiati tutti insieme.
Perché mi fermo su questa famiglia con 10 figli? Anche in Australia, come ovunque ormai, le famiglie attraversano una seria crisi ed è sempre una coraggiosa sfida scegliere di aprirsi generosamente alla vita. Il benessere economico odierno è stato creato nel tempo da famiglie, in grande parte composte da immigrati da ogni dove, che in quel tempo erano normalmente composte da diversi figli. Con la luce della fede e il desiderio/dovere di costruire famiglie aperte alla vita l’Australia ha conosciuto anni di documentabile crescita sotto ogni punto di vista. Oggi i figli di queste famiglie, cresciuti in un benessere che è costato molto ai loro genitori, sembrano timorosi e talvolta spaventati davanti alla scelta di sposarsi e fare figli. Una famiglia con 10 figli può persino essere giudicata da qualcuno irresponsabile e incosciente, tanto più quando questo avviene in società che promuovono il diritto ad abortire quasi illimitato, cioè fino al nono mese.
Stando per qualche ora insieme alla famiglia con dieci figli ho visto la serenità e persino la gioia che la caratterizza, anche se solo un ingenuo non capisce che ci sono per forza fatiche e sofferenze. Il messaggio che da questa piccola tribù ricevi, è che la fede continua a essere il grande segreto della pace e della speranza. Avere molti figli è possibile e anche gratificante quando a sorreggere il cammino della vita è la fede in Dio, il vero autore e sostenitore della vita.
Tante foto sono state scattate in questo viaggio, ma con me ho voluto portare al ritorno solo due foto, la foto dei monaci del monastero “Notre Dame Priory” quel giorno presenti (peccato che il priore era assente) e della famiglia dell’Emmanuel Centre. Danno l’immagine di una serenità che è dono di Dio e il sapere che già due di questi figli stanno studiando per intraprendere il cammino verso il sacerdozio è un chiaro messaggio che la vita consacrata e soprattutto il sacerdozio ministeriale e la vita monastica sono intimamente legati alla vita delle famiglie.
Il monastero e il centro Emmanuel con questa famiglia sono un dono del Cielo, ma pure un messaggio di incoraggiamento per tutti. Mentre partivo il figlio più grande mi ha fermato per una richiesta: preghi perché vorremmo tanto che venga a farci visita la reliquia di Carlo. Di qual Carlo, ho chiesto. E la risposta mi ha sorpreso: san Carlo Acutis! Come se fosse ovvio che san Carlo Acutis debba venire a visitarli e sono certo che troverà la strada per andarci.
* Vescovo emerito di Ascoli Piceno


