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Cuties, se proprio volete vederlo... ma non vi perdete niente

Abbiamo visto il film di Netflix Les mignonnes (Cuties). Per dovere di cronaca. E vi diciamo che, in ogni caso, non perdete niente. 

Senza nulla togliere alla validità di quanto scritto da Ermes Dovico, che condivido, io, che non ho figli e sono anziano, l’ho visto. Per dovere di cronaca. E vi dico che, in ogni caso, non perdete niente.

Sì, ho visto il film delle undicenni sexy che ha fatto inondare Netflix di lettere di protesta (e Netflix le ha messe coi rotoli di carta igienica). E’ francese e si intitola Les mignonnes. Sì, lo so che «mignonnes» assona col romanesco «mignottes», ma sarebbe troppo facile ironia, anche se non completamente fuori luogo. Vi dico la trama, così non state a perdere tempo a vederlo. La regista è una donna, sì, francese ma naturalizzata. Infatti, la storia è un dramma, uno dei soliti drammi sull’immigrazione africana e la difficile integrazione. Ami è una ragazzina undicenne senegalese che vive in Francia e va a scuola. Ha un fratellino e una madre che lavora. Ma sopravviene un cruccio: il padre sta tornando dal Senegal dove si è fidanzato e fervono i preparativi per il suo secondo matrimonio. Infatti, la famiglia è musulmana. Solo che è stata troppo in Europa, quanto basta perché la madre di Ami viva la novità come una tragedia, che però sopporta  in silenzio e sottomessa alle tradizioni. Non così Ami, ormai del tutto francese di testa.

L’idea che nel modesto appartamento ci debba venire a vivere la seconda moglie del padre e i futuri nuovi fratelli la getta nella disperazione. Fa amicizia con un gruppo eterogeno di coetanee, tra le quali una nera e una ispanica, che si preparano per un torneo di ballo pop e si fanno chiamare «les mignonnes», cioè «le carine». Inizialmente rifiutata, Ami si esercita da sola cocciutamente ed entra a farne parte. Ora, il ballo pop in cui le bambine-ragazzine (preadolescenti: Ami ha il suo primo ciclo in corso d’opera) è quello che si vede negli  spot delle moderne cantanti americane tipo Miley Cyrus, una serie di pose sessualmente provocanti, sculettamenti insistiti (pare si chiamino  twerking e sono di origine dichiaratamente tribale) e via dimenando con contorsioni simil-lap dance (ma senza il palo). Con abbigliamento in stile. Cioè, da sgualdrinella, almeno così lo giudica la «zia» quando vede Ami in tal guisa conciata. La «zia» è la guardiana delle tradizioni islamico-senegalesi che cerca di educare Ami al suo futuro, neanche tanto lontano, di sposa (una delle possibili quattro) e madre, il che implica cominciare col preparare le pietanze per i tantissimi invitati al matrimonio-bis del padre. Non diciamo come il film va a finire perché è difficile. Infatti il finale, come si suol dire, è aperto: Ami rimane tra coloro che son sospesi tra un Occidente in cui il massimo per lei è sculettare ritmicamente e succintamente coperta davanti a una platea e una famiglia in cui dovrà fare la serva sottomessa e fattrice.

Non mancano trovate di dubbio gusto come la pubblicazione sui social di un selfie senza mutande e un inizio di strip davanti al cugino adulto in cambio di un cellulare. Questi gesti estremi di Ami per fortuna (dello spettatore) provocano le reazioni sdegnate del cugino («sei impazzita?») e delle amiche («ci hai fatte passare per puttane») e indicano che un rimasuglio di senso comune ancora rimane. Tuttavia, la croce non può essere data addosso solo alla regista, che non ha inventato niente ma si è limitata a fotografare quella che deve essere la realtà della laïcité francese o, comunque si chiami, di tutti quei ragazzini che vengono bombardati, giorno e notte, dall’attuale mondo dell’«arte» americano. Basta pensare a TikTok per vedere che la globalizzazione non ha risparmiato nessun angolo (gli attuali idoli mondiali dei ragazzini sono coreani). Anche da qui la paura (sì, paura) di far figli.

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