Costantino, l’imperatore che continuamente ritorna
Nell’ultimo numero della rivista Instaurare viene pubblicato un articolo in cui si torna a parlare di Costantino. La figura dell’imperatore continua a interessare, ma va rettamente interpretata.
La discussione sulla “svolta costantiniana” seguita all’editto di Milano del 313 d.C. non cessa di interessare. Molti vorrebbero cancellare la “cristianità” durata da quell’anno fino al Concilio Vaticano II.
Una interessante interpretazione era stata quella di Benedetto XVI nel discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005. In quella occasione egli disse che i cambiamenti liberali della modernità circa il rapporto tra cristianesimo e politica – cambiamenti secondo lui iniziati con la rivoluzione americana – in fondo riportavano i cristiani alla Chiesa delle origini e al rifiuto di adorare l’imperatore, pur continuando a vivere come cittadini dell’impero. Con quel rifiuto – dice Benedetto – i cristiani posero già allora le basi della libertà religiosa dichiarata poi dal Vaticano II. In questo modo l’editto di Milano verrebbe inteso come in contrasto con l’editto di Tessalonica con cui Teodosio dichiarò il cristianesimo religione ufficiale dell’impero. Quello di Milano avrebbe sancito la libertà religiosa, quello di Tessalonica la cristianità.
Tra i tanti problemi suscitati da questa interpretazione che qui non si possono esaminare, emerge una semplice domanda: perché escludere che, invece, il rifiuto di adorare l’imperatore avesse come scopo di richiedere proprio una società cristiana, ossa una relazione organica tra il potere politico e la religio vera? In altre parole, perché escludere che in quei comportamenti pubblici dei cristiani fosse presente la richiesta di una società fondata sul Dio unico e vero e non sugli dei pagani?
Ora, nell’ultimo numero della rivista Instaurare viene pubblicato un articolo di Danilo Castellano dal titolo Libertà religiosa o della Chiesa? in cui si torna a parlare di Costantino. L’autore ricorda che un libro di Vincenzo Arangio-Ruiz del 1964 considerava l’editto di Milano un’apertura alla politica di Teodosio cioè propedeutico al riconoscimento del cristianesimo come religione ufficiale dell’impero.
Castellano continua poi ricordando che «le decisioni prese da Costantino negli anni successivi all’Editto di Milano sono criteri per l’interpretazione dello stesso Editto». L’imperatore, infatti, rese sacra la domenica, proibì alcuni riti pagani, proibì l’adulterio e il concubinato, per cui «l’Editto di Milano non può essere “letto” come riconoscimento dell’indifferenza religiosa e morale come si potrebbe fare se esso fosse frutto ante litteram del liberalismo moderno».
Questo era in fondo il punto non chiarito da Benedetto XVI nel suo discorso del 2025. Certamente, parlando di libertà religiosa egli non intendeva riferirsi in pieno all’indifferentismo religioso di tipo liberale, però in quel discorso il punto non era chiarito e, anzi, il riferimento alla rivoluzione americana quantomeno permetteva di stabilire questo nesso improprio.
Tra le novità legislative di Costantino va anche ricordata, dopo il concilio di Nicea (325 d. C.), la definizione del concetto di eresia per farne una figura di reato penale, la qual cosa conferma che già Costantino si era incamminato sulla strada che porta a Tessalonica. Questa interessante iniziativa di Costantino viene ricordata da Alberto Barzanò nel suo studio su Mito e realtà dell’imperatore Costantino pubblicato sulla Rivista Teologica di Lugano (1/2025). Barzanò spiega anche che «Costantino si era convertito al cristianesimo secondo la mentalità di un Romano, tradizionalista e patriottico. Cristo era per lui in primo luogo il Dio che gli aveva dato la vittoria sui suoi nemici; allora il suo dovere di imperatore era mostrarsi pio verso l’Onnipotente per guadagnarne la benevolenza nei confronti dell’impero: alla pax deorum si sostituiva la pax dei».
Come si vede, Costantino continua a ritornare, ma la sua interpretazione moderna e liberaleggiante non convince.
Stefano Fontana
