• IL CASO

Circoncisione fatta in casa, mortale tradizione africana

Ieri un bimbo nigeriano è morto dissanguato dopo una circoncisione effettuata in casa da un uomo che non era un medico. La stessa sorte era toccata ad altri due bambini in pochi mesi. La circoncisione dei bambini immigrati dall'Africa viene effettuata molto spesso in casa da non professionisti. Non per motivi di costi, ma per tradizione

Circoncisione in un villaggio nigeriano

Un neonato nigeriano è morto dissanguato a Genova nella notte tra il 2 e il 3 aprile poche ore dopo essere stato circonciso. La madre e la nonna hanno chiamato il 118 troppo tardi perché potesse essere salvato. La stessa sorte è toccata il 22 marzo a un bimbo di cinque mesi, figlio di immigrati dal Ghana, invano trasportato da Scandiano dove abita la famiglia al policlinico di Bologna. Lo scorso 22 dicembre, a Monterotondo, due gemelli nigeriani sono stati ricoverati d’urgenza in ospedale, anche loro per le complicazioni di un intervento di circoncisione. Per uno dei due non c’è stato niente da fare.

Tutti gli interventi sono stati eseguiti in casa. Il primo neonato, che aveva solo 45 giorni, è stato operato da un uomo che la polizia ha fermato mentre cercava di fuggire in Francia. Restano però da chiarire alcuni fatti perché la mamma e la nonna, che sono state arrestate, non parlano bene italiano. Il piccolo di Scandiano è stato circonciso dai genitori stessi. Sui gemellini di Monterotondo è intervenuto un sedicente medico, un uomo di origine libica con cittadinanza statunitense.

È la scelta di operare i figli a casa che ha reso mortale un intervento di per sé semplice a cui milioni di bambini maschi vengono sottoposti ogni anno in tutto il mondo per motivi sia rituali che sanitari. Oltre ai decessi, per lo più causati da emorragia e setticemia, le operazioni eseguite da persone non qualificate e in ambienti non asettici provocano di frequente lesioni e gravi menomazioni.

I genitori che espongono a un simile rischio i figli lo fanno per rispettare tradizioni tribali e prescrizioni religiose che ritengono più importanti della salute e della vita stessa dei loro bambini. Molte tradizioni tribali africane prevedono che la circoncisione dei maschi sia parte dei riti di iniziazione per il passaggio dall’infanzia all’età adulta, determinando, dove vige il sistema delle classi d’età, l’ingresso di una generazione di bambini nel gruppo d’età di cui faranno parte per tutta la vita. I musulmani spesso circoncidono i figli nei primi giorni o nei primi mesi di vita e sempre prima della pubertà.   

In Asia e soprattutto in Africa, dove la maggior parte dei maschi, specie nelle aree rurali, non vengono circoncisi in strutture sanitarie, le conseguenze in termini di sofferenze, lesioni e menomazioni permanenti e vite perdute assumono proporzioni devastanti. Bisogna – si sente dire sempre più spesso – prendere provvedimenti per far sì che non succeda in Italia dove ormai ogni anno tra i 4.000 e i 5.000 bambini stranieri vengono circoncisi. Secondo la Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri “la situazione sta diventando drammatica perché “sono molti i bambini che rimangono gravemente menomati da pratiche eseguite in condizioni igieniche precarie e non da medici”.

Tutti sembrano convinti che il problema sia economico. Gli immigrati non hanno i mezzi per sostenere il costo dell’intervento. La Federazione dei medici propone pertanto che la circoncisione richiesta per motivi culturali, non di salute, sia inserita nei Lea, i Livelli essenziali di assistenza, vale e a dire le prestazioni che il Servizio sanitario nazionale fornisce gratuitamente o dietro pagamento di un ticket. Il Segretario generale della Grande Moschea di Roma, Abdellah Redouane, è d’accordo. “Metà delle circoncisioni viene fatta in maniera clandestina – dice – per l’alto costo dell’operazione. Chi non può permettersi di pagare si rivolge a persone non qualificate”. Foad Aodi, fondatore dell’Associazione medici di origine straniera in Italia e della Co-mai, la Comunità del mondo arabo in Italia, secondo cui il 35% delle circoncisioni è fatta in casa e clandestinamente, sostiene che il Ministero della Sanità, in nome del diritto alla salute e del rispetto religioso, deve autorizzare la circoncisione presso le strutture sanitarie nazionali pubbliche e private “con prezzi accessibili a tutte le famiglie musulmane e ebree che tante volte sono costrette a tornare nei Paesi di origine per far circoncidere i figli”.   

Sembra in effetti che ogni anno da 4.000 a 5.000 bambini residenti in Italia vengano portati dai genitori nei paesi d’origine per essere operati. Ma il motivo non può essere il costo degli interventi. Le famiglie che possono permettersi di rientrare in patria per far circoncidere i figli presumibilmente sono anche in grado di sostenere il costo dell’operazione in Italia. Piuttosto può essere che desiderino condividere la cerimonia che accompagna la circoncisione con i famigliari e gli amici rimasti a casa.

Si capisce che il Servizio sanitario nazionale non sia disposto a far gravare sulla totalità dei contribuenti l’onere di questi interventi rituali. Chi propone questa soluzione, e forse la pretende, in nome del diritto alla salute e del rispetto di religioni e culture diverse, non pensa che piuttosto, ricorrendo eventualmente alle rispettive ambasciate per chiedere contributi da governi, associazioni e privati dei paesi di provenienza, comunità di immigrati, moschee e centri culturali islamici potrebbero costituire dei fondi da usare per pagare gli interventi dei figli delle famiglie meno abbienti o concedere loro dei prestiti e per creare dei presidi ai quali le famiglie immigrate possano rivolgersi per assistenza, in cui dei medici disponibili possano eseguire in tutta sicurezza gli interventi.

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