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CHIESA

Cina inaffidabile, ma per il Vaticano l'accordo va rinnovato

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Per il cardinale Parolin, Segretario di Stato vaticano, l'accordo segreto con la Cina va rinnovato. E stavolta dovrebbe essere definitivo. Non contano le violazioni dell'accordo da parte di Pechino, né la crescente persecuzione per i cattolici che non si piegano al Partito, inclusi quelli di Hong Kong.

Ecclesia 25_04_2024 English Español
Il cardinale Parolin (Imagoeconomica)

La Santa Sede è intenzionata a rinnovare l’accordo segreto stipulato con la Cina nel 2018 e poi rinnovato ogni due anni. Lo ha detto il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, rispondendo per iscritto a una domanda del corrispondente a Roma di LifeSiteNews, Michael Haynes.
L’accordo scade in ottobre, e – ha detto il cardinale Parolin - «noi speriamo di rinnovarlo». E al proposito, ha aggiunto, «su questo punto stiamo dialogando con i nostri interlocutori».

Sulla volontà della Santa Sede di andare avanti malgrado il regime comunista cinese si sia dimostrato inaffidabile non c’era da dubitare, visto come è andata in questi sei anni; ma la dichiarazione del Segretario di Stato vaticano è comunque importante. È vero, mancano ancora diversi mesi prima di una decisione ufficiale, ma dopo due rinnovi biennali, quest’anno è attesa l’ultima parola sull’accordo: o diventa definitivo o si lascia cadere.

E tutto lascia supporre che, a meno di clamorosi colpi di scena, si vada verso la definitività: la Santa Sede ha già accettato di tutto – compreso l’inaccettabile - pur di arrivarci; il governo cinese a queste condizioni ha solo da guadagnarci, perché può procedere con l’annientamento della Chiesa cattolica con l’avallo vaticano.

La questione non riguarda solo la nomina dei vescovi che – ha sempre detto la Santa Sede – è il tema centrale dell’accordo segreto, ma il processo di sinicizzazione della Chiesa cattolica che il regime persegue almeno dal 2015 e che diventa sempre più soffocante oltre che ormai esteso anche alla Chiesa di Hong Kong.

Anche se all’inizio di quest’anno sono stati nominati tre vescovi – Thaddeus Wang Yuesheng per Zhengzhou, Anthony Sun Weniun per la nuova diocesi di Weifang, Peter Wu Yishun per la prefettura apostolica di Shaowu – con l’approvazione del Papa e quindi formalmente secondo gli accordi Cina-Vaticano, nella sostanza appare chiaro che il meccanismo funziona così: il regime comunista decide e il Papa dà l’assenso.
Inoltre, pur volendo considerare un fatto positivo la nomina dei tre vescovi con il consenso vaticano, l’applicazione di questa parte dell’accordo non ferma affatto la persecuzione di sacerdoti e vescovi che non accettano la subordinazione al Partito Comunista: ad esempio all’inizio di gennaio, quasi in contemporanea con le tre nomine episcopali succitate, è stato arrestato per l’ennesima volta monsignor Peter Shao Zhumin, vescovo di Wenzhou, non riconosciuto dal governo, reo di non volere aderire all’Associazione Patriottica dei cattolici cinesi (APCC), lo strumento usato dal regime per “guidare” la Chiesa cattolica. Ma episodi del genere così non si contano, così come ostacoli vari frapposti alla partecipazione alle celebrazioni eucaristiche.

Ma l’aspetto più rilevante è il fatto che il regime cinese, per qualsiasi atto riguardante la Chiesa cattolica, mai menziona la Santa Sede e il Papa, tantomeno gli accordi. Un aspetto messo bene in rilievo da un recente e illuminante articolo del missionario del Pime padre Gianni Criveller, direttore editoriale di Asia News. È quello che accade in occasione dell’annuncio delle nomine dei vescovi, ma «il silenzio sul ruolo di Roma» è ancora più evidente nel “Piano quinquennale per la sinicizzazione del cattolicesimo in Cina (2023-2027)”, approvato il 14 dicembre scorso dalla Conferenza dei vescovi cattolici e dall’Associazione Patriottica (organismi entrambi sotto il controllo del Partito Comunista).
Composto dall’equivalente di 3mila parole, diviso in quattro parti e 33 paragrafi, il Piano, dice padre Criveller, «non nomina mai il Papa e la Santa Sede; né l’accordo intervenuto tra il Vaticano e la Cina. Il leader Xi Jinping è invece nominato quattro volte. Cinque volte viene ribadito che il cattolicesimo deve assumere “caratteristiche cinesi”. La parola “sinicizzazione” la fa da padrona: ricorre ben 53 volte». Con sinicizzazione si intende ovviamente la totale subordinazione della Chiesa alle direttive del Partito Comunista.

Non è solo una questione di frequenza delle parole, ad essere significativa è «la fermezza e la perentorietà del linguaggio». «Come se non ci fosse stato – scrive padre Criveller – nessun dialogo e nessun riavvicinamento con la Santa Sede; come se il riconoscimento dato dal Papa a tutti i vescovi cinesi non contasse niente; come se non ci fosse un accordo tra la Santa Sede e la Cina che offre al mondo l’impressione che il cattolicesimo romano abbia trovato ospitalità e cittadinanza in Cina».

A fronte di questo atteggiamento del regime cinese che evidentemente va dritto per la sua strada, che prevede il totale asservimento della Chiesa alle direttive e alle esigenze del Partito Comunista, la posizione della Segreteria di Stato vaticana appare incomprensibile.

Un conto è l’arte della diplomazia, che deve procedere anche per piccoli passi, altra cosa è sacrificare la verità e anche i fedeli cattolici a logiche che sono essenzialmente politiche. È sotto gli occhi di tutti il fatto che per mantenere viva la possibilità di un accordo con il regime cinese, la Santa Sede e il Papa tacciono ormai da anni sull’inasprimento della persecuzione anti-cattolica in Cina, né una parola viene spesa per i cattolici di Hong Kong, sempre più nel mirino anche grazie alla nuova famigerata legge sulla sicurezza nazionale (vedi qui e qui). E ricordiamo che a Hong Kong è stato arrestato e ora è ancora sotto processo il vescovo emerito cardinale Joseph Zen; mentre da tre anni sta scontando il carcere duro l’imprenditore cattolico (convertito) Jimmy Lai, editore di un quotidiano critico con Pechino (e ora chiuso), che in un altro processo in corso rischia addirittura l’ergastolo.

La ragion di stato non può giustificare questo silenzio scandaloso che condanna alla persecuzione vescovi, preti e laici fedeli alla Chiesa. Vescovi, preti e laici che già hanno pagato cara la loro fedeltà alla Chiesa e oggi si vedono abbandonati anche da Roma. La determinazione con cui il cardinale Parolin – che su questo ha tutto il sostegno del Papa - sta guidando la Santa Sede all’abbraccio con il regime comunista è preoccupante. E le conseguenze non riguardano soltanto la Chiesa cinese.



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