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Il paradosso

Brasile, il trans più votato di sempre: un prodotto del femminismo

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Molti giornali celebrano Erika Hilton come la donna più votata di sempre alla Camera brasiliana: ma in realtà si tratta di un uomo. Il femminismo insorge, da un lato giustamente, dall’altro a torto, perché in esso ci sono le premesse del transessualismo.

Attualità 09_10_2026
Erika Hilton, a sinistra, 27/05/2026 (Ap/Lapresse)

Erika Hilton, secondo tutti i giornali brasiliani e non brasiliani, è diventata la donna più votata di sempre alla Camera, avendo ricevuto 1.596.472 voti. C’è però un problema. Non è vero che la Hilton sia la donna più votata nella storia brasiliana, perché la Hilton è un uomo. È un transessuale.

Il paradosso sta nel fatto che la donna più votata di sempre è un uomo. Avete compreso, donne? Si celebra il successo della femminilità, l’eccellenza della femminilità in un uomo. Dunque ne discende che il meglio dell’essere donna è essere uomo, la tipologia migliore di donna è l’uomo, il grado più perfetto della femminilità è la mascolinità. In breve il traguardo più eccelso da tagliare per il gentil sesso è diventare l’opposto di sé. Il transessualismo è il percorso di eccellenza della femminilità.

A leggere questa notizia il femminismo insorge. Da una parte giustamente e dall’altra a torto. Giustamente perché non si può chiamare donna chi donna non è, essendo uomo. E insorge a torto perché chi è causa del suo mal pianga se stesso. I prodromi del transessualismo sono nel femminismo. Quest’ultimo predicava e predica l’assunzione da parte delle donne di ruoli sociali tipicamente maschili e questo ha preparato il terreno al transessualismo. Infatti il femminismo vuole la donna uguale all’uomo in tutto e per tutto (essendo invece i due uguali “solo” per dignità personale): quindi donna = uomo. L’equivalenza naturalmente può essere letta anche al contrario: uomo = donna. E quindi il transessualismo ha fatto solo un passo più in là: se tu donna puoi essere uguale ad un uomo socialmente, anche l’uomo può essere uguale alla donna non solo socialmente, ma anche fisicamente. L’uguaglianza sociale – non intesa come doverosa uguaglianza dei diritti fondamentali – è stata la necessaria anticamera all’uguaglianza fisica. Se, a motivo della parità sessuale, il maschio può e deve piangere come una fontana guardando film romantici, può essere presente nel gruppo “Mamme scuola” di Whatsapp perché la vera mamma, troppo stressata dal lavoro, lo ha delegato a rappresentarla, può far da baby-sitter e da colf, allora non si comprende perché questo processo di femminilizzazione non possa concludersi vestendo il proprio corpo di attributi femminili. Relegare il maschio in un corpo mascolino potrebbe essere discriminatorio e non inclusivo. Negare l’equipollenza fisico-sessuale tra una donna biologica e una donna non biologica configurerebbe un turpe stereotipo di genere. È unicamente la cultura femminista e matriarcale che esige e impone che solo le donne biologiche siano donne, che pretende l’esclusiva sul dominio “Donna”.

Dunque, la liquidità sociale dell’unisex che permea la collettività, dal mondo delle professioni alla moda, dall’ambito familiare all’educazione, si è semplicemente trasferita nell’ambito medico. In questo senso il transessualismo è l’approdo ultimo e più significativo del femminismo radicale. Volevate essere come gli uomini in tutto? Bene, ora potete esserlo anche nell’aspetto e nell’identità psicologica. La mimesi si è evoluta in identificazione.

Tornando alla realtà, i titoli dei giornali che indicavano il deputato Hilton come la donna più votata della storia della Camera dovrebbero essere solo leggermente modificati in: «Erika Hilton, il trans più votato della storia». È pur sempre una notizia.