Bossi, buone intuizioni ma senza una visione culturale
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La lotta al centralismo, la famiglia, la comunità locale veicolavano valori solidi e un concetto di fondo, la sussidiarietà, che avrebbe potuto fare da collante alla cultura politica di Bossi e del suo partito. Intuizioni interessanti rimaste però prive di una visione chiara che permettesse di andare al di là della contingenza.
Ad uno sguardo retrospettivo sintetico sulla sua vita politica risulta che Umberto Bossi ha espresso intuizioni di potenziale interesse, ma né lui né la Lega sono riusciti a configurarle in una visione culturale chiara. Gli spunti legati alla situazione di un momento possono dare ossigeno immediato e fare da propulsore per uno sviluppo politico anche significativo, ma hanno bisogno di essere sostenuti da una coerenza di quadro che in questo caso non c’è stata. I bisogni e le richieste di un momento, fosse anche per una intera macroregione come il Nord d’Italia, sono fondamentali perché la gente si mobiliti all’inizio e per un periodo, ma non riescono a mobilitarla a lungo. Per questo servono principi chiaramente coagulati in una consistente cultura politica.
Le intuizioni politiche di Bossi avevano una dimensione legata al suo tempo, ma contenevano anche valori solidi e potenzialmente duraturi, se coltivati con consapevolezza. Quelle del primo tipo riguardavano l’insoddisfazione e il fastidio delle categorie produttive del Settentrione davanti al centralismo statalista, alla burocrazia partitica e sindacale, ad una “casta”, come si diceva allora, che si autoalimentava e che faceva pagare i costi del sistema alle regioni del Nord.
Quelle del secondo tipo riguardavano la famiglia, la terra, la comunità locale, il popolo, la propria storia, le culture dei cento campanili, la dimensione reale della vita sotto le artificiosità della politica di professione. Questi principi e valori non erano solo legati alle insoddisfazioni espresse sinteticamente nello slogan “Roma ladrona”, non esprimevano solo un fastidio per un fisco oppressivo o per politiche che facevano pagare ad una parte dell’Italia l’assistenzialismo dell’altra. Essi avevano una loro consistenza oltre la contingenza.
Il punto è proprio questo: quanta chiarezza c’era nelle prospettive di Bossi e della sua Lega su questi valori? Nelle regioni del Nord, dove la Lega si sviluppò, era evidente il nesso tra i valori che abbiamo elencato sopra e lo stesso sviluppo economico. La centralità della famiglia e della religione cattolica come molle di questo sviluppo erano accertati. Ma fino a che punto Bossi e la Lega chiarirono questo rapporto? Puntare su imprese che volevano meno tasse, ipotizzare una qualche identità etnica propria della Padania, inventarsi il “dio Po”, recuperare in Alberto da Giussano le proprie origini, rinverdire il giuramento di Pontida… non erano sufficienti, nella loro confusione strumentale, a supportare a lungo un partito che volesse essere anche un movimento culturale.
Tornando ai valori citati sopra, essi richiamano un concetto di fondo che avrebbe potuto fare da collante, chiaro e propositivo, della cultura politica della Lega: la sussidiarietà. La famiglia, il municipio, la regione avrebbero potuto venire intese come “società naturali” che, giustamente erano pronte a lottare contro uno Stato accentratore e irrispettoso non delle autonomie in generale, ma delle autonomie delle società naturali appunto. La lotta avrebbe potuto essere tra natura e artificio e allora sì che avrebbe assunto un respiro lungimirante.
Come è noto da quando Matteo Salvini ha spinto le cose per trasformare la Lega in un partito nazionale elettoralmente ci fu un momento nel quale l’idea ebbe successo. Da allora nella Lega si sono fronteggiate due linee, nonostante l’apparente unanimismo di convenienza. Ma la linea di chi contestava l’apertura nazionale rimaneva impigliata nei piccoli rapporti di potere locali e non pensava a valorizzare le grandi potenzialità della sussidiarietà correttamente intesa. Le intuizioni di Bossi avevano una potenzialità di cui Bossi non era a conoscenza. Si spiega così anche il difficile rapporto con Gianfranco Miglio, il politologo del federalismo, il quale cercò di rinforzare il quadro culturale della Lega senza riuscirci.
Ripartire dal basso, questo era il grande messaggio rivoluzionario della Lega, la rivendicazione di una priorità politica delle società naturali rispetto allo Stato che dovevano riprendersi con la lotta la propria originaria autonomia. Non per fuggire dalle tasse, dalla burocrazia o dell’ipertrofia legislativa, ma per riordinare in modo naturale tutta la politica, liberandola dalle ideologie e riconducendola alla realtà.
Una prova piuttosto evidente che questo tipo di chiarezza non c’era o era difettosa è che durante i governi leghisti delle regioni settentrionali quei valori non sono stati promossi. Chi scrive queste righe ha una conoscenza maggiore del Veneto e del Friuli Venezia Giulia più che di Lombardia o Piemonte. Ora, in quelle due regioni, non si riescono a individuare nel governo leghista elementi fortemente innovativi rispetto ad altri governi. Non è questione di buona o cattiva amministrazione, ma di una amministrazione identitaria, cioè caratterizzata da una propria visione che si rifacesse ai valori non contingenti visti sopra. Quei governi hanno forse incentivato una nuova cultura? Hanno cambiato la scuola in senso sussidiario? Hanno difeso la famiglia naturale e la vita? Hanno combattuto contro i “nuovi diritti” innaturali? Oppure sono stati genericamente dei moderati e scontati governi di centro-destra?
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