• MEDIO ORIENTE

Boicottare le aziende israeliane non serve alla pace

Per aiutare il processo di pace, l'Italia opta per il boicottaggio di aziende israeliane che operano in Cisgiordania e Golan. L'idea è quella di fare pressioni su Israele. Ma l'economia locale, soprattutto palestinese, verrà danneggiata.

Muratore palestinese in preghiera

Boicottare aziende israeliane per riprendere il processo di pace? È questa la linea di azione scelta dal governo Renzi, per bocca del ministro degli Esteri Federica Mogherini. Lo ha annunciato tre giorni fa, come una “decisione politica già presa in precedenza” e “in sintonia con altri Paesi europei”. Quali? La Francia di François Hollande è stata la prima, seguita da Gran Bretagna, Germania e Spagna. Si tratta dunque di una minoranza di Paesi appartenenti all’Unione Europea e non di una “decisione europea” a cui adeguarsi, come si è sentito dire da varie fonti giornalistiche in questi ultimi tre giorni. Il boicottaggio consisterà in un avviso rivolto agli operatori economici italiani affinché non abbiano rapporti commerciali e finanziari con una “lista nera” di aziende israeliane.

Il boicottaggio è mirato specificamente a quelle aziende che operano nei territori del Golan e soprattutto della Cisgiordania, la più estesa regione di un eventuale Stato indipendente della Palestina. Il Golan, de jure appartiene ancora alla Siria, de facto appartiene a Israele che l’ha occupato militarmente nel 1967 e poi annesso nel 1980 (l’annessione non è stata riconosciuta internazionalmente). La Cisgiordania è suddivisa tuttora in tre tipi di amministrazione: una governata da Israele, una dall’Autorità Palestinese e l’altra ad amministrazione mista. Non è ancora possibile tracciare un confine fra l’una e l’altra e si tratta di territori diffusi a macchia di leopardo, spesso uno dentro l’altro.

In questa situazione intricatissima, il governo italiano ha compiuto una scelta netta, ritenendo illegittimi insediamenti e relative attività economiche degli ebrei. Ma serve al processo di pace? Chi scrive ha visitato di recente sia l’Università di Ariel (oggetto di un boicottaggio internazionale, perché costruita in Cisgiordania), sia una fabbrica israeliana nella regione contesa. In entrambi i casi, non si vede più alcuna differenza fra studenti, dipendenti e operai ebrei e palestinesi. Nel caso delle aziende, si tratta di imprese promosse da privati cittadini israeliani, spesso molto idealisti, che vogliono gettare un “ponte” fra i lavoratori israeliani e palestinesi, promuovendo anche attività sociali e ricreative comuni, dando a entrambi le stesse condizioni di lavoro e soprattutto impiegando molti operai in una regione dove la disoccupazione sfiora il 20%. L’Università di Ariel, talmente malvista che Obama (nel corso della sua ultima visita) ha rifiutato di essere ricevuto dai suoi studenti, dà lavoro e insegnamento ad arabi ed ebrei indistintamente, promuovendo la diffusione di una cultura comune. Chi organizza queste attività, rischiando boicottaggi internazionali e terrorismo locale, lo fa a proprio rischio e pericolo, convinto di fare qualcosa per avvicinare i due popoli.

Nel 2013, una sentenza del tribunale di Gerusalemme ha risolto la disputa su stipendi e condizioni di lavoro, ordinando che i palestinesi assunti da israeliani in Cisgiordania abbiano salari, giorni di ferie e benefit uguali rispetto a quelli dei loro colleghi. Nel Golan il problema non si è mai posto: su quelle alture vige la legge dello Stato di Israele sin dal 1980. Sono circa un migliaio gli impianti di aziende israeliane che operano in Cisgiordania, concentrati in 16 aree industriali, danno lavoro a 25mila cittadini palestinesi. Il loro salario minimo (lo stesso di Israele) è di circa 1000 euro al mese, tre volte tanto il salario minimo percepito nelle aziende palestinesi. Fra stipendi, pensioni e altro, queste aziende danno all’economia della Cisgiordania un apporto mensile di circa 300 milioni di euro, pari ad un lauto piano di aiuti internazionale.

A cosa si arriverebbe se il boicottaggio avesse successo? Alla chiusura di queste realtà economiche, alla disoccupazione di 25mila palestinesi e a un passo indietro nella conoscenza reciproca fra i due popoli. L’ex raiss Yassir Arafat aveva organizzato un boicottaggio totale delle imprese israeliane nel 1987, allo scoppio dell’Intifadah e non aveva ottenuto altro che l’ulteriore impoverimento della sua società. Ed era quello che voleva: meno dialogo con il nemico e più reclute per il suo esercito di guerriglieri. Una sollevazione nazionale si basa, prima di tutto, sull’odio per l’occupante e ogni forma di dialogo, collaborazione e amicizia è condannata, o anche punita con la morte (i “collaborazionisti” sono impiccati, in Palestina, ad ogni conflitto che scoppia). Ma l’Italia, assieme all’Europa, ha sempre mirato alla creazione di “due popoli in due Stati”, con la condizione che “vivano in pace fianco a fianco”. Quindi che senso ha un boicottaggio?

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