Ba Shwe, vescovo tra gli sfollati: «La nostra speranza è solo in Dio»
Ascolta la versione audio dell'articolo
Il vescovo di Loikaw racconta a Fides i disagi che condivide dal 2023 con centinaia di migliaia di sfollati, a causa del conflitto interno al Myanmar. «Nonostante questa situazione difficile, le persone conservano la fede».
Procedono in Myanmar i lavori per rimettere del tutto in funzione la cattedrale di Cristo Re e l’annesso centro pastorale della diocesi di Loikaw, nello Stato Kayah, uno dei territori in cui esercito governativo e milizie di resistenza popolare combattono dal 2021, l’anno in cui i militari hanno preso il potere con un colpo di Stato. Nel novembre del 2023 la chiesa e il centro pastorale erano stati bombardati dall’esercito che vi aveva inflitto gravi danni e poi vi si era insediato, costringendo monsignor Celso Ba Shwe, il vescovo di Loikaw, e tutti i sacerdoti, i religiosi e il personale diocesano a fuggire.
L’intero complesso è tornato alla Chiesa cattolica solo lo scorso anno, quando l’esercito lo ha lasciato. Nei mesi successivi due sacerdoti, con l’aiuto dei fedeli che poco per volta incominciavano a tornare nella parrocchia, hanno lavorato alacremente per rendere agibile almeno la chiesa. Con l’immensa gioia della comunità cattolica, le opere essenziali sono state ultimate in tempo per potervi celebrare quest’anno i riti pasquali. Molto resta ancora da fare invece per il recupero del centro pastorale, per il quale sono necessari importanti interventi di ricostruzione e restauro. Inoltre, in tutto il complesso mancano ancora luce e acqua. A raccontarlo all’agenzia di stampa Fides è monsignor Ba Shwe che dal 2023 condivide con centinaia di migliaia di sfollati le difficoltà e i disagi di una vita da esule. Ha vissuto dapprima nella boscaglia e poi di volta in volta ospite di famiglie cristiane. Nel 2024 aveva celebrato il Natale in una grotta in cui sacerdoti e fedeli avevano allestito un altare. È riuscito poi a far costruire una piccola chiesa di bambù nella boscaglia.
Con estrema difficoltà, nonostante le avversità, ha tenuto unita la comunità cattolica e per continuare a farlo ha deciso di continuare a vivere per il momento nelle aree dove si concentrano gli sfollati. «La maggioranza dei fedeli della diocesi – spiega – vive ancora dispersa nelle zone remote, nei campi per sfollati o nelle foreste. Molte parrocchie sono vuote e chiuse (26 su 41, n.d.a). Come Pastore, sento il dovere di restare vicino al mio popolo e risiedo in una zona dove vivono migliaia di sfollati». Abita nel villaggio di Shansu, presso la chiesa della Madre di Dio: «Da lì – dice – posso visitare le parrocchie e i diversi campi profughi. Abbiamo centinaia di campi per sfollati in tutta la diocesi. Il numero degli sfollati supera ampiamente le 300 mila persone. In alcune aree i combattimenti continuano, in altre la situazione è relativamente più tranquilla».
Con così tante parrocchie chiuse in seguito alla fuga di fedeli e sacerdoti, la presenza della Chiesa accanto agli sfollati rappresenta oggi una forma nuova di missione: «Vado regolarmente nei campi profughi – spiega monsignor Ba Shwe – e tutti i sacerdoti della diocesi fanno lo stesso. La maggior parte di loro vive stabilmente in quei campi accanto agli sfollati. È una missione diversa, un modo diverso di essere sacerdoti. Anche il ministero pastorale cambia: non si esercita più soltanto in una chiesa o in un determinato territorio, ma all'interno della comunità, tra le persone, ovunque esse si trovino».
La vita quotidiana nei campi è segnata dalla precarietà, ma anche dalla solidarietà: «Viviamo insieme le difficoltà dei campi profughi – dice monsignor Ba Shwe – aiutandoci reciprocamente. Andiamo avanti grazie al sostegno dei donatori, che per noi rappresentano la Provvidenza. Questo spirito di condivisione è un segno della presenza di Dio. Qui possiamo mettere in pratica l'invito di Gesù: “Amatevi gli uni gli altri”. È proprio lì che vediamo e sperimentiamo la presenza di Dio. La gente ha bisogno del Vescovo, dei sacerdoti e delle persone consacrate. Vuole incontrarli, vederli, accompagnare i propri figli ai sacramenti. Nei campi profughi continuiamo ad amministrare il Battesimo, la Prima Comunione e la Cresima. È una grande benedizione per persone che lottano ogni giorno per la sopravvivenza e che, attraverso la fede, alimentano la speranza».
Monsignor Ba Shwe si dice particolarmente preoccupato per i giovani: «Hanno bisogno di una buona istruzione – spiega ancora – e noi cerchiamo di fare tutto il possibile. Spesso, grazie all'impegno delle suore, organizziamo scuole informali e attività educative per i bambini e i ragazzi, utilizzando i pochi mezzi e materiali didattici disponibili. Non possiamo fare molto, ma la nostra presenza, il nostro incoraggiamento, la nostra vicinanza e il nostro interesse sono molto importanti».
Quanto alla situazione generale, per monsignor Ba Shwe il Paese ha bisogno di riconciliazione. «Vogliamo che le persone si riavvicinino e si uniscano. Senza riconciliazione – aggiunge il vescovo – non ci sarà pace. Per questo proponiamo e accompagniamo con la preghiera un percorso di riconciliazione nazionale che coinvolga i responsabili politici, i gruppi armati e le autorità del Paese. Dipende da loro. Noi non possiamo fare molto ma la nostra presenza, il nostro incoraggiamento, la nostra vicinanza e il nostro interesse sono molto importanti. Nonostante questa situazione difficile, le persone conservano la fede. La nostra speranza è solo in Dio. Ricordiamo continuamente che tutto viene da Lui, che ci ama e non abbandona il suo popolo».
Cristiani in Myanmar, la testimonianza di fede del vescovo Ba Shwe
Il messaggio ai fedeli del vescovo Ba Shwe, la cui diocesi in Myanmar è occupata dall'esercito. Un'importante testimonianza di fede nel mezzo di una crudele guerra civile.

